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Emilia-Romagna

Gioco d'azzardo: la terza azienda del Paese

In Italia si scommette tanto ma vincono solo Stato e mafie. Lo racconta in un'intervista Daniele Poto, giornalista autore del libro "Azzardopoli", in attesa della sua inchiesta

Una ricevitoria del lotto - Foto di Matteo Angelinidi Fabrizio Pompei


BOLOGNA - In Italia, dove un cittadino su quattro è a rischio povertà e il 16% delle famiglie dichiara di avere difficoltà ad arrivare a fine mese, la spesa pro capite per giocare d'azzardo è di 1260 euro. Questa è solo una delle tante contraddizioni del sistema gioco nel nostro Paese denunciate da Daniele Poto nel libro inchiesta, edito dall'associazione Libera, "Azzardopoli". Il gioco, in tutte le sue forme, sarà al centro del prossimo numero di "Fuori Area", la rivista della Uisp Emilia-Romagna. Gioco che a volte può trasformarsi in malattia, come accade agli 800 mila "ludopati" che, tentando la fortuna tra slot, giochi on-line e scommesse sportive, alimentano, insieme a milioni di connazionali, quella che per fatturato è la terza azienda del Paese. Ne abbiamo parlato con l'autore del libro che ci ha anticipato l'uscita imminente di un secondo capitolo dell'inchiesta.

Lei si è dedicato già al tema mafie nel mondo del calcio. Ora analizza le connessioni tra criminalità organizzata, gioco d'azzardo e scommesse sportive. Da dove deriva questo interesse? Ci sono legami tra i due lavori?
"Innumerevoli legami. Il raccordo mafioso sul nodo comune dell'illegalità è verificato nelle scommesse sportive e, in particolare, in quelle del calcio. Un macroscopico globalizzato fenomeno mondiale, come dimostrato dai recenti scandali italiani. Ma il pericolo è davvero esteso se in Francia hanno truccato persino delle partite di pallamano inserite nel palinsesto dei giochi transalpini, utilizzando Karabatic, giocatore carismatico. Solo un solido accordo internazionale potrà frenare questa pericolosa deriva".

Quando va datato il boom del gioco d'azzardo in Italia? Quali crede che siano le motivazioni? Lei scrive "quando il gioco d'azzardo ha smesso di essere un disvalore per entrare nei ricavati dell'economia nazionale". Cosa intende?
"La svolta si ha nel 2003 e poi un successivo impulso arriva con le liberalizzazioni attuate da Bersani in qualità di ministro nel 2006. Si è iniziato, in parole povere, a giocare su tutto e senza limiti di spesa, ampliando le proposte a dismisura, fosse anche sull'identità del primo giocatore che riceve un'ammonizione in una partita, rendendo quindi il sistema più debole e attaccabile. Un sistema che già di per sé non era immune dalla penetrazione mafiosa, attenta, come sempre, al business. In questo senso, nella sua mancanza di eticità, omologa allo Stato biscazziere".

Nel libro lei cita gli articoli 718 e 721 del codice penale che vietano il gioco d'azzardo. Qual è l'interpretazione che ne dà lo Stato? Qual è la sua opinione a riguardo?

"Il gioco d'azzardo è legislativamente proibito e lo Stato lo esercita con una norma in deroga. Poi rinuncia a farsi monopolista perché il carico sarebbe troppo pesante o non reputa i monopoli in grado di gestire il traffico. Per questo si affida ai concessionari: dieci fino all'altro ieri, tredici virtualmente oggi. Ma la distinzione tra gioco legale e illegale è superata. È proprio il gioco legale, con le sue falle, le sue contraddizioni, i suoi buchi neri, le procurate patologie (a 800 mila italiani) a dialogare con il gioco illegale in una sorta di comunicazione bidirezionale, in cui ognuno specula e si arrampica sulle tecnologie e gli errori dell'altro".

Che ruolo ha svolto la pubblicità nell'affermarsi del gioco d'azzardo in Italia?Videoslot in una delle sale gioco di un bar - Foto di Matteo Angelini
"Un ruolo enorme grazie ai grandi capitali a disposizione. Il budget di un semestre di 'stampa e pubbliche relazioni' di Lottomatica, multinazionale del gioco e tra i top five dei gruppi mondiali, vale 70 milioni di euro. Da non trascurare il ruolo ambiguo giocato dai testimonial, soprattutto del poker: Totti, Buffon, Miccoli o l'attore Claudio Bisio per il Lotto. Persone che si trovano a veicolare spesso 'pubblicità ingannevoli' o, comunque, non trasparenti".

Nel suo libro lei fa spesso riferimento al processo di "fidelizzazione" promosso dalle agenzie sportive. Può definire meglio questo concetto?
"Parlo di fidelizzazione riguardo al meccanismo che porta ad attribuire al sistema statuale un'idea di fiducia e affidabilità. Inoltre, fidelizzazione nei confronti della clientela, per ricreare falsamente il concetto di comunità. In realtà nelle videolottery (il 57% del valore dell'intero sistema) il giocatore è solo con la propria disperazione e in nessun modo sono messe in moto le sue abilità o qualità specifiche".

Lei sostiene che, dati alla mano, quello del gioco d'azzardo è un fenomeno arginabile. Crede ci sia una volontà politica di incentivare il gioco d'azzardo? Perché?
"Lo Stato non può far a meno di iscrivere a bilancio gli attuali nove miliardi di incasso netto. La contraddizione è che la raccolta cresce e gli introiti per lo Stato diminuiscono. Questo perché il fenomeno è compreso in una bolla economica destinata a sgonfiarsi. È come se metaforicamente lo Stato cucinasse una torta sempre più grande in cui non si riserva la fetta più vistosa, lasciando a gestori, concessionari, criminalità, la libertà di impossessarsene. Questo processo è accompagnato dal timore che cambiando l'ordine di sistema (ad esempio le insensate differenti aliquote, diverse da gioco a gioco) possa crollare tutto".

Lei fa riferimento al finanziamento di campagne elettorali di partiti politici. In particolar modo alle donazioni della Snai in favore di Margherita, Udc, Alemanno sindaco, Lombardo. Crede ci sia un coinvolgimento diretto e consapevole della politica?
"Ne sono convinto anche se non ne ho le prove. Credo che la lobby che ha affossato il decreto legge Balduzzi sia composta da deputati e senatori che hanno un diretto rapporto di connessione con i 'grandi padroni del gioco'. L'esempio di Laboccetta (onorevole la cui vicenda giudiziaria è oggetto di un intero capitolo in "Azzardopoli", ndr) è manifesto. Ma ci sono tanti casi che prima o poi emergeranno in questa palude di compravendita che è la politica italiana".

Nel libro parla di lobby che impediscono una regolamentazione del sistema gioco. Chi sono questo gruppi di potere? Che rapporto hanno con il mondo politico?
"I concessionari possiedono enormi capitali. Le dimensioni del gioco d'affare sovrastano l'eticità nella valutazione del fenomeno in un mondo in cui ogni cosa ha un prezzo. Anche il voto di un onorevole".

L'attuale governo si è interessato del problema gioco e delle ludopatie con il recente decreto Balduzzi. Le prime bozze proponevano limitazioni sulla collocazione di agenzie e sale di gioco nei pressi di scuole e altri luoghi "sensibili" oltre a pesanti limitazioni sulla pubblicità. Nella versione approvata dalle camere resta solo il riconoscimento da parte del ministero della sanità della patologia da gioco d'azzardo. Qual è il suo giudizio sul testo approvato? Crede che la prima bozza fosse un testo efficace per contrastare le ludopatie?
"La prima bozza era parzialmente efficace per curare le patologie d'azzardo. Il punto d'arrivo finale è risibile e rispetto alle dimensioni dei problema equivale al tentativo di svuotare l'oceano con un secchiello. Con la campagna in rete 'Mettiamoci in gioco' (a cui aderisce anche la Uisp) avevamo chiesto tra l'altro: una moratoria sui nuovi giochi; l'inserimento ma soprattutto il finanziamento dei Lea (Livelli essenziali di assistenza); norme più severe sulla pubblicità; distanze di riguardo dai luoghi sensibili; devoluzione di una piccola percentuale della raccolta in direzione della cura delle patologie. Nessuno di questi punti è stato esaudito".

Foto di Matteo AngeliniQual è l'effettivo coinvolgimento degli sportivi e quale il rischio che possano essere avvicinati da realtà mafiose?
"Più che sportivi i giocatori sono tifosi. Il mondo dello sport è corruttibile. Nel calcio sono i giocatori il ventre molle attraverso cui si attua la corruzione. Senza la loro collaborazione ogni lusinga per il 'match fixing' sarebbe vana. Solo l'individuazione di una figura di 'pentito dello sport', alias collaboratore di giustizia, modificherebbe l'attuale quadro omertoso".

Lei scrive che "5 italiani su 10 considerano il gioco una via per uscire dalla povertà". Crede ci sia un problema culturale diffuso? Quali sono delle possibili soluzioni?
"Il gioco d'azzardo è anti-cultura e disvalore, è il frutto di un'Italia diseducata dal consumismo, dall'uso distorto della televisione e del computer. Solo con un grande lavoro di semina generazionale si potrà uscire dal declino dei valori".

Parlando di "ludopatia", crede che i giochi on-line rendano il giocatore compulsivo ancora più isolato dal momento che viene a mancare il luogo pubblico come fattore di aggregazione sociale?
"Il dialogo con la macchinetta è fittizio, è monologo, è la reiterazione di una pena con un copione già scritto: il giocatore perderà. Oltre che i soldi, anche l'anima e la libertà, con un processo vizioso che distrugge personalità, legami e famiglie. Le contraddizioni sono vive e stridenti se anche in luoghi di comunità come i circoli Arci allignano le pericolose macchinette. Un nuovo concetto di comunità? Non credo, davvero".

Crede che il numero dei giocatori sia strettamente dipendente dall'offerta di gioco?
"Certo, più l'offerta è cospicua, più nuove categorie di giocatori possono essere accalappiate. L'arruolamento comincia con i minorenni con il bombardamento della pubblicità e la sua invadenza, con offerte di bonus che ci appaiono come spam sui computer o attraverso la pubblicità a tappeto sugli autobus comunali".

Dal momento che mi ha anticipato l'uscita della nuova inchiesta sul gioco d'azzardo, posso chiederle il titolo del libro e i temi principali che andrà a toccare?
"Azzardopoli 2.0 uscirà a dicembre prossimo. Sarà autenticamente un nuovo libro con un ricco capitolo di commento al decreto legge Balduzzi e con la narrazione di storie di disperazione raccolte in giro per l'Italia. Il dettato legislativo dovrebbe partire proprio dal racconto di quelle sofferenze e non dagli interessi difensivi delle lobby".

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