Comitato Regionale

Emilia-Romagna

Resistere con coraggio

Continua il racconto di Ivan Lisanti sulla situazione nei campi profughi saharawi. "60.000 persone sfollate, danneggiati circa il 70% degli edifici pubblici"

Le conseguenze dell'alluvione nei campi profughi saharawidi Ivan Lisanti

 Rabuni 26/10/2015

Lungo la strada che porta alla capitale amministrativa dei campi profughi incontriamo i soliti allagamenti d'acqua di questi giorni, delle dimensioni di un piccolo lago. Nei recinti degli animali abbandonati alle periferie della città spuntano manti d'erba di un verde pastello irreale in contrasto con il grigio deserto di pietre e di fango. Il ministro della cooperazione, Brahim Muktar, ci racconta che dalle prime valutazioni previsionali sono 11.441 le case e le tende inutilizzabili e circa 60.000 le persone sfollate, pari a circa il 20% della popolazione dei campi. In tutte e cinque le regioni sono danneggiati circa il 70% degli edifici pubblici, ospedali, scuole, municipi, caserme.

Nella regione di Dakla i danni sono maggiori che altrove, circa il 50% delle abitazioni sono inutilizzabili e il 50% degli animali da allevamento, capre e cammelli, sono morti. La regione liberata di Tifarti è irraggiungibile via terra, i camion degli aiuti sono fermi nel fango. Cibo, coperte e tende, purtroppo inadeguate alle esigenze delle famiglie saharawi, composte da circa 5-6 membri, sono assicurate dalle missioni delle Nazioni Unite con trasporti via aria, con aerei ed elicotteri. I primi aiuti sono stati garantiti dall'Algeria. La risposta per ora è inadeguata alle dimensioni della catastrofe. Le priorità nell'immediato sono, nell'ordine, cibo e acqua, tende, medicine.

Il Polisario e il popolo saharawi resistono con coraggio e il sorriso sulle labbra, come da 40 anni, ma le difficoltà di questi giorni non possono che aumentare se la comunità internazionale, gli stati e la società civile dei paesi del mondo non intervengono con più celerità. Intanto dopo una giornata di sole, la prima dopo nove giorni di diluvio, ha ripreso a piovere.

Dakhla 27/10/2015Le macerie in una scuola

Lungo la strada asfaltata, oltre la miniera di ferro e la centrale della corrente elettrica, spuntano sulle dune di sabbia tende di fortuna. All'ingresso della città sulla strada di sabbia incontriamo le tende di chi non si è spostato o non ha trovato posto circondate da un terrapieno di sabbia. Macerie di fango informe, di quelle che una volta erano case, sono visibili ovunque. La mezzaluna rossa, la protezione civile e l'esercito saharawi sono al lavoro per rimuovere le macerie. Notiamo  un'autobotte dell'Unhcr.

Incontriamo il governatore che ci invita a visitare la wilaya e successivamente a confrontarci sulle esigenze della popolazione. Intraprendiamo a bordo del fuori strada un tour tra i quartieri della città. Il paesaggio è spettrale: non un'abitazione civile è in piedi. Tra i ruderi di fango pascolano libere le capre, giocano i bambini e i vecchi secolari nei tradizionali abiti azzurri presidiano quanto resta. Raggiungiamo la scuola intitolata a Carlo Giuliani, anche qui, nello sperduto deserto a pochi chilometri dalla Mauritania, c'è un pezzo di cuore italiano. Mentre ispezioniamo l'edificio parzialmente crollato e inagibile, ci avvicinano bambine e bambini di circa otto, dieci anni, che ci chiedono quando aprirà la scuola.

Nella biblioteca comunale crollata appaiono tra le macerie libri e quaderni, ne troviamo uno di Goldoni in italiano, ignota donazione di un connazionale. Qualcuno di noi cerca amici e famiglie dei bambini che vengono in Italia d'estate per le vacaciones de paz.  Li troviamo al lavoro intenti a costruire caparbiamente mattoni di fango per ricostruire le loro case, ci accolgono con il sorriso e ci invitano a mangiare con loro, a dividere quel poco pane che hanno. Quando risaliamo sul fuoristrada, nessuno di noi parla. La parola è muta, possiamo solo affidarci alle immagini. Mando un sms in Italia per rompere l'assedio del dolore.

Ci portano sulle belle e famose dune di sabbia di Dakhla, ai piedi delle quali si è formato un lago immenso dove i bambini fanno il bagno. Ci torna il sorriso. Ci conducono a mangiare in una tenda. Anche nelle difficoltà i saharawi continuano a preoccuparsi del benessere dell'ospite. Ci riceve il governatore e ci comunica che è stato ripristinato l'uso dell'acqua, mentre non ci sono forni e il pane viene portato tutti i giorni da Tinduf. Altri alimenti sono portati dagli aiuti governativi e dalla società civile algerina perché sono morti molti animali, le cui carcasse sono state portate lontano e bruciate per evitare il rischio del diffondersi di epidemie. Non ci sono né morti né feriti per merito della tempestiva evacuazione delle persone, il problema principale sono le abitazioni, non ci sono tende per tutti, ma le famiglie si ospitano tra loro.

Il governatore ha le idee chiare: prima le tende per la popolazione, poi scuole e ospedali, poi ripulire le macerie e ricostruire le case, ma si deve agire rapidamente per mantenere la fiducia della gente. Gli aiuti internazionali istituzionali vanno ad Acnur, che intervengono nella prima emergenza con cibo, medicinali e tende e dopo per ospedali, scuole, municipi, abitazioni. Chiede con garbo e dignità di intervenire in Italia per reperire aiuti diretti e non lasciarli soli. Torniamo con un macigno verso Smara, dove alloggiamo, dobbiamo resistere anche noi come i saharawi e non arrenderci alla disperazione che è entrata dai nostri occhi e nelle nostre anime.

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