E' di questi giorni la notizia dei sub morti nella grotta di Portofino: ogni estate ritornano gli incidenti in montagna e al mare. La scorsa settimana abbiamo chiesto ad Enrico Maestrelli, presidente Lega attività subacque di interpretare questo triste fenomeno. Questa settimana interviene sul tema Alberto Cei, psicologo dello sport, al fianco dell'Uisp in molte occasioni: "Spesso la spiegazione a questi eventi risiede nell'imperizia delle persone a sapere valutare le difficoltà a cui vanno incontro in rapporto alla loro abilità - dice Cei - A mio avviso questo limite deriva da quattro fattori specifici. Il primo: la maggior parte di queste persone vive in città e ha un rapporto episodico con la natura, sia essa il mare o la montagna. Non hanno quindi un rapporto costante e continuativo con gli eventi naturali e ritengono che l'avere imparato in una piscina come comportarsi, li metta nella condizione di sapere affrontare le condizioni imposte dal mare. Questa mancanza di consapevolezza delle regole della natura, li espone a correre dei rischi a cui sono totalmente impreparati".
"Il secondo fattore risiede nella stessa attività subacquea che può essere una piacevole passeggiata se si svolge in una situazione ottimale o può trasformarsi in un grande problema se le condizioni del mare sono diverse da quelle previste. La consapevolezza di queste due opzioni è indispensabile per prevenire gli incidenti e per valutare quanto è sicuro continuare l'immersione o si debba tornare indietro. Molti incidenti avvengono a causa di questa volontà a volere perseguire a tutti costi il proprio desiderio. Le persone dovrebbero allenare di più la loro capacità a eseguire analisi realistiche e a decidere solo su questa base, senza lasciarsi guidare dai loro sogni di avventura".
"Il terzo fattore lo chiamerei così: "il peccato del turista in cerca di avventure" e consiste nel dovere fare per forza quella immersione perché si è in vacanza e si ha poco tempo a disposizione o perché ci si prepara da tanto tempo e quindi non si vuole rinunciare. La natura c'impone regole diverse, non è come vivere in città in cui anche con il cattivo si può uscire senza correre alcun pericolo. Comunque anche in caso di incidente, in città si è soccorsi immediatamente e una caduta non determina conseguenze mortali, mentre in mare o in montagna può essere letale e comunque il soccorso è difficile e può mettere a rischio la vita stessa dei soccorritori".
Il quarto fattore per cui accadono questi incidenti, secondo Alberto Cei è che "spesso queste attività vengono svolte in compagnia di altre persone e in gruppo si tende a correre più rischi rispetto a quando la stessa impresa viene svolta da soli. Nel gruppo si diventa più sicuri e spavaldi, si tende a nascondere i propri timori e, vicendevolmente, si fa leva sulla apparente sicurezza dei compagni. Quando questa situazione si verifica è più facile che non si prendano le precauzioni necessarie a evitare di trovarsi in difficoltà".
"Chi vuole svolgere attività in contesti naturali - conclude Cei - deve essere consapevole delle regole di questo mondo e sapere che ritornare alla base è il migliore atto di coraggio che una persona può compiere in situazioni ambientali difficili".
di Ufficio stampa e comunicazione Uisp nazionale