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L’Uisp sulla violenza negli stadi: al nostro Paese manca “cultura sportiva”

Vincenzo Manco, presidente nazionale Uisp, è stato ospite giovedì 10 gennaio della trasmissione Elleradio di Radio Articolo 1

Giovedì 10 gennaio Radio Articolo 1 ha dedicato un approfondimento al tema della violenza negli stadi, tornato agli onori della cronaca durante il periodo natalizio in seguito alla morte del tifoso dell’Inter Daniele Belardinelli, prima di Inter-Napoli nel giorno di Santo Stefano. Tra gli ospiti in diretta il presidente nazionale dell’Uisp, Vincenzo MancoPippo Russo, sociologo; Valerio Piccioni, Gazzetta dello Sport; Damiano Tommasi, AIC-Associazione italiana calciatori. Il titolo della trasmissione, Stadi chiusi alla violenza e al razzismo, per adesso è un augurio, perché al momento gli stadi sono uno dei luoghi dove violenza, razzismo e xenofobia trovano lo spazio per sfogarsi.

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“Purtroppo è vero e questa situazione non riguarda soltanto il calcio – ha detto Vincenzo Manco – ma anche altre situazioni del mondo sportivo. Nel calcio, però, assume una vera e propria forma di esaltazione e credo sia legato al fatto che nel nostro paese si investe poco in occasioni permanenti per discutere di cultura sportiva. L’Italia ha un deficit profondo rispetto a questo tema, sia nel rapporto con la scuola sia con le società sportive, ma anche nella cultura della politica e delle istituzioni. A differenza di altri Paesi il nostro non ha nel proprio ordinamento una definizione di sport, sulle orme ad esempio di quella contenuta nel Libro bianco sullo sport della Comunità europea, che integra alla parte competitiva anche la cultura del movimento e le politiche pubbliche, di inclusione, integrazione e sostenibilità. Mancando tutto questo è evidente che in Italia, per tutta una serie di motivi e di causa che ben conosciamo, esistono zone franche tollerate”.

"Prima di tutto bisogna richiamare il Governo ad una responsabilità - continua Manco - affinchè istituisca un forum permanente delle società sportive, in cui il tema diventi il tifo popolare, accessibile, legato alle comunità del territorio, mentre oggi è solo business e merchandising. Se l’idea di organizzazione dello sport oggi preponderante è esclusivamente legata agli affari è evidente che bisogna costruire una nuova cultura dal basso, con il coinvolgimento di calciatori, società civile, società sportive, scuola. A questo riguardo mi è piaciuto molto l’intervento di Ancelotti, (clicca qui per approfondire) perché da qualche parte bisogna iniziare ad assumersi la responsabilità di atti di disobbedienza civile, di fronte a comportamenti che influenzano negativamente la cultura del nostro paese. Nei regolamenti deve essere prevista la possibilità di prendere la decisione di interrompere una partita, al fine di evitare la degenerazione violenta degli episodi”.

"Il rischio che vedo oggi - ha concluso il presidente nazionale Uisp - è che si crei una connessione tra la cultura in crescita fuori dagli stadi e il mondo del tifo organizzato e delle frange estreme, che esistono in ogni curva.  Assistiamo ad una disumanizzazione nell'approccio ad ogni argomento legato alle politiche pubbliche e all'incapacità di confrontarsi civilmente pur nelle diversità, con il rischio di abbandonare completamente i valori sanciti nella nostra Costituzione".

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