Nazionale

Uisp Rovigo: dal rugby al calcio in nome dell’inclusione

Umberto Casellato, allenatore di rugby, per un giorno mister del Porto Alegre, squadra amatoriale Uisp, composta da migranti

 

Il tecnico della FemiCz Rugby Rovigo, squadra capolista del campionato, è diventato testimonial anti razzismo andando ad allenare a Bosaro, vicino Rovigo, una squadra di calcio Uisp, il Porto Alegre, formata da migranti e rifugiati africani. Per una giornata hanno sostituito il calcio con il rugby mettendosi agli ordini di Casellato per lavorare su touche, mischia, passaggi e partitella al tocco, fra pacche sulle spalle e risate generali, prima del terzo tempo con the, biscotti e vino.

Umberto Casellato è stato squalificato per otto settimane per avere offeso, il 12 gennaio, Jeremy Su’a, giocatore samoano dell’Argos Petrarca Padova, nell’acceso derby di coppa europea Continental Shield. Potrà quindi tornare in panchina dal 18 marzo, ma scontare semplicemente la pena non bastava, dopo quando successo. Così Casellato, insieme alla società e su input del presidente del Comitato veneto della Federazione italiana rugby, ha deciso di fare qualcosa di più per dimostrare di non essere razzista. Ha fatto un gesto simbolico andando ad allenare il Porto Alegre, la squadra seguita dall’omonima cooperativa sociale. La prossima volta si rivedranno al ‘Battaglini' il campo del Rovigo, dove il Porto Alegre si allenerà assieme ai rugbisti e farà loro da “passerella” in occasione di una delle prossime partite del Top 12. E, di nuovo, lo sport quello vero, nel senso di praticato, avrà vinto contro il razzismo.

Dopo l’episodio con il ragazzo samoano si era subito scusato: “Usare certe parole non fa parte del mio carattere e del mio modo di essere, ho fatto una cavolata”. Loro gli hanno regalato un berretto di lana con la scritta “Porto Alegre”, con il quale ha diretto tutto l’allenamento. Lui li ha ricambiati con un pallone da rugby dicendo: “Spero che continuerete a divertirvi con questo, anche se siete dei calciatori”. Si è consumato così, fra sorrisi e placcaggi, l’allenamento che è durato tre quarti d’ora. I ragazzi del Porto Alegre, giovani provenienti da Sierra Leone, Gambia, Ghana, Nigeria, non avevano mai toccato una palla ovale, ma non ci hanno messo molto a farsela diventare familiare.

 

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