Nazionale

Vincenzo Manco su Corriere Buone notizie: italiani popolo di sedentari

Ma le responsabilità non sono solo individuali: gioca un ruolo fondamentale la mancanza di impianti e di una cultura del movimento come benessere

 

“Quante possono essere le palestre a cielo aperto? Quanti luoghi pubblici ci sono da mettere solo in sicurezza per consentire agli italiani di superare la sedentarietà? Spazi pubblici su modello scandinavo - dice Vincenzo Manco, presidente nazionale Uisp, evidenziando sulle pagine di Corriere Buone notizie che è necessario innanzitutto un cambio culturale - Penso a Copenaghen dove lungo le banchine trovi i tappetini per fare ginnastica e playground per giocare a basket, luoghi protetti ma pubblici. Questa visione semplifica il ruolo dei Comuni. Forse non servono maxi impianti ma tanti mini impianti diffusi. E penso ancora a Madrid, dove nel Parco del Buen Retiro ti siedi su una panchina e pedali”.

Il settimanale è partito dal report di Open Polis che ha esaminato i bilanci delle città italiane con più di 200mila abitanti, per ricostruire un quadro del rapporto tra cittadini italiani e attività fisica. “Dello sport sanno tutto o quasi. Lo amano. Ne parlano tanto, ma ne fanno poco – si legge nell’articolo firmato da Paola D’Amico - Gli italiani, insomma,  tengono stretta la maglia nera che spetta a uno tra i popoli più sedentari d’Europa. Le ultime rilevazioni dell’Eurobarometro ci danno in miglioramento. Negli ultimi 25 anni la percentuale di chi pratica un’attività sportiva è cresciuta del 10 per cento. Oggi, registra l’Istat, fa sport un italiano su quattro. E sono cresciute di numero le società sportive. Ma resta grande la distanza con i Paesi del Nord dove - è il caso di Finlandia, Svezia e Danimarca – il rapporto tra persone attive e sedentarie è ribaltato: fa sport il 70 per cento della popolazione. Tanta inattività, però, non è dovuta (solo) alla genetica. In parte dipende dal fatto di non avere a portata di mano impianti dove praticare sport e soprattutto a costi accessibili. Secondo Open Polis, che ha esaminato i bilanci delle città italiane con più di 200mila abitanti, i Comuni investono poco e male. Ai due estremi della classifica troviamo Trieste, che con 49,52 euro pro capite all’anno, è al primo posto per livello di spesa, e Roma che è all’ultimo con 1, 96 euro. Una spesa infinitesimale, tenuto conto che tra l’altro - sottolinea lo studio – “nella Capitale diversi impianti sportivi sono di proprietà del Coni, che verosimilmente si occupa delle relative spese”.

Una svolta in tal senso sembra poter arrivare “dal collegato sport alla Finanziaria - aggiunge Manco - con cui questa estate è stato istituito un nuovo soggetto, Sport e Salute, che sostituirà il Coni Servizi, cui competerà solo l’organizzazione olimpica”. Liberando risorse per lo sport di base, che non è solo strumento per l’inclusione e l’integrazione ma ha ripercussioni sulla riduzione della spesa sanitaria. Si è stimato, infatti, che a fronte di 3,8 miliardi di euro spesi, il valore salvavita dettato dagli attuali livelli di pratica sportiva nel Paese è di oltre 16 miliardi di euro all’anno.

“Ma se lo Stato sborsa direttamente il 27 per cento (di cui il 19 è destinato al contributo Coni) e le Regioni l’11 per cento – prosegue l’articolo - è vero che più della metà dei soldi destinati allo sport (54 per cento) arriva proprio dai Comuni". "Servono linee guida – dice Vittorio Bosio, presidente del Centro Sportivo Italiano - e le Regioni devono avere un maggior ruolo, contribuire per esempio a evitare doppioni o impianti che rischiano alla lunga di essere ingestibili”. Un impianto, chiarisce Bosio, deve essere “sostenibile, si deve auto-mantenere”. (Fonte: Corriere Buone Notizie. A cura di Elena Fiorani)

 

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