Nazionale

Diritti e calcio femminile: da Lily Parr a Carolina Morace

La città inglese di Preston, che ha dato i natali al calcio, è ancora maestra di diritti. Dalla battaglia sociale di Lily Parr al coming out di Carolina Morace

 

Dici calcio, leggi Preston. La città del Lancashire appartiene, insieme a Nottingham e Sheffield, al “triumvirato” calcistico britannico, madrepatria del football così come oggi lo conosciamo. Tra le uggiose e silenziose campagne che abbracciano le sponde del fiume Ribber e le vecchie fabbriche segnate dai tempi e dalla modernità della rivoluzione industriale, il calcio ha trovato a Preston la sua definitiva rampa di lancio. E non solo nella più classica versione maschile. Il calcio femminile è nato proprio a Preston, tra le tribune in legno dello storico impianto (tutt’ora in uso) del “Deepdale”, il teatro dei trionfi della squadra maschile cittadina, il Preston North End.

Il calcio, in Terra d’Albione, ha spesso svolto il ruolo di termometro sociale a qualsiasi latitudine fino al 1914 quando l’acuirsi delle tensioni tra gli imperi dell’Europa centrale e orientale e le forze alleate (tra le quali figura il Regno Unito) dà avvio a un conflitto che, da continentale, raggiunge addirittura l’impero giapponese estendendosi su scala globale. L’Europa è in ginocchio, il Regno Unito affila le armi e si prepara alla guerra. L’industria pesante scende in campo e anche la piccola Preston, centro di rinomata tradizione tessile, non può che sottrarsi alle logiche belliche. Tutte le industrie cittadine sono costrette a raddoppiare i turni di lavoro ma soprattutto a cambiare radicalmente la loro natura produttiva. Ma non è di certo la mutata identità l’unico problema per le industrie inglesi: oltre alla nuova conversione produttiva in funzione del conflitto, gli uomini, soldati e civili, vengono richiamati alle armi: c’è bisogno di loro al fronte. Nel giro di qualche giorno tutte le industrie si ritrovano con organici ridotti all’osso e con la preoccupante diminuzione nella produzione degli armamenti. Serve una soluzione a breve termine e la svolta, soprattutto sociale, prende sempre più forma: la fabbrica inizia ad assumere, quasi costretta, le donne. Fino a quel momento le ladies d’Oltremanica vivevano ai margini della società britannica, occupandosi in via esclusiva di famiglia e ambiente casalingo. Catapultate in un mondo, quello industriale, interamente dominato dalla figura maschile, le donne inglesi hanno progressivamente sostituito gli uomini partiti per il fronte in un fenomeno che ha portato nelle industrie più di un milione di ragazze in tutta l’Inghilterra.

A far notizia però non sono le armi prodotte ma le “Signore del Kerr”. La fabbrica infatti, per aumentare la concentrazione delle operaie, incentivava le attività sportive (dominanti quelle calcistiche) nei momenti di pausa dall’arduo lavoro di produzione di armi e munizioni. Cementare il gruppo, “fare squadra”, unirsi per trovare conforto l’un l’altra tra le fatiche del lavoro. Le operaie della fabbrica non hanno un talento circoscritto alle sole mansioni lavorative. Il calcio è la loro valvola di sfogo, è lo scenario nel quale convergono tutti i loro sentimenti che si avvicinano all’idea di riscatto sociale. Il calcio, lo sport, diventa strumento che consente alle donne operaie di mettersi in mostra alla società inglese dell’epoca in una nuova veste: quella di calciatrici, una figura che abbatte l’equazione stereotipata “Donne = emarginazione sociale”. Le “Signore del Kerr”, il cui talento è fuori portata anche per i pochi uomini rimasti a Preston, diventano un’attrazione. Il loro modo di giocare a calcio è una goccia di speranza in un oceano di guerra. Uno spettacolo per gli occhi, la mente e la speranza di un futuro paritario notato da Alfred Frankland, rinomato amministratore d’ufficio dell’epoca. Colpito dal talento delle ragazze, Frankland propone a una delle operaie, Grace Sibbert, di formare una squadra con lo scopo di giocare match di beneficenza in vista del Natale. Nel dicembre del 1917 nasce ufficialmente il Dick and Kerr’s Ladies Football Club che, capitanate da Alice Kell, affrontano al Deepdale di Preston le Arundel Courthard Foundry: davanti a circa 10mila spettatori le ragazze della fabbrica vincono con un risultato rotondo (4-0 il risultato finale) ma soprattutto riescono a raccogliere un’importante somma di denaro destinata ai soldati feriti e convalescenti di ritorno dal fronte, ricoverati presso l’ospedale cittadino, il Moor Park.  

Il fenomeno del calcio femminile prende piede in Inghilterra e arriva fino in Scozia. Nemmeno i divieti delle prime associazioni calcistiche di Glasgow impediscono il diffondersi di un movimento che sta per conoscere il suo simbolo incontrastato, la sua stella e pioniera: Lily Parr. Sinistro degno del miglior Maradona, agilità fuori dal comune, gol a grappoli, personalità forte, anticonformista e icona di quella comunità che oggi conosciamo sotto l’acronimo LGBTQ. Il talento e il carattere della ragazza di St.Helens non passano inosservati al solito Frankland che la ingaggia offrendole un posto di lavoro in fabbrica unito a un rimborso spese per il trasporto.

Con Lily Parr in campo (alla quale la Sinnos editrice ha dedicato una graphic novel dal titolo “Doppio Passo”), la storia del calcio femminile viene completamente riscritta pochi anni dopo: nel 1920 Frankland stringe una collaborazione con Alice Milliat, fondatrice della Fédération des Sociétés Feminines Sportives de France con l’obiettivo di organizzare un match a scopo benefico tra le Dick and Kerr Ladies, che avrebbero rappresentato l’Inghilterra, e una selezione di calciatrici francesi: al Deepdale di Preston accorsero più di 25mila spettatori. Le inglesi vincono con un secco 2-0. E’ questa, almanacchi e dati storici alla mano, la prima partita internazionale di calcio femminile che la storia ricordi. I successi della Dick and Kerr Ladies diventano popolari in tutta l’Inghilterra, la Scozia e la Francia. Il 26 dicembre 1920 l’apoteosi si può quasi toccare con mano: al Goodison Park di Liverpool, casa ancora oggi dell’Everton, si sfidano le migliori squadre di calcio femminile in Inghilterra, le Dick and Kerr’s Ladies e le St Helen’s Ladies, ex sodalizio della Parr. La partita viene vinta dalle Dick Kerr Ladies per 4-0 davanti a un pubblico record: 53mila spettatori, con una stima di circa altre 14mila unità che non riescono ad assistere all’evento e godono, fuori dall’impianto, del contagioso entusiasmo del pubblico assiepato sulle tribune. Con la crescente popolarità del calcio femminile, delle ragazze della Dick and Kerr e di Lily Parr, la politica scende in campo, intimorita dalle ingenti somme di denaro raccolte nei vari friendly match che si disputano tra Inghilterra, Francia e Scozia (in misura minore) e soprattutto dalla battaglia legata alla parità di genere avanzata dalla Parr e le sue colleghe calciatrici. In Inghilterra, in un contesto dominato dalla matrice politica conservatrice, non è visto di buon occhio lo sviluppo del calcio femminile. Dopo il susseguirsi di minacce, ammonizioni e bracci di ferro continui, il 5 dicembre 1921, su inevitabili pressioni del Governo, la Football Association emana un provvedimento che taglia le gambe a un movimento che stava imparando a reggersi sulle proprie gambe. La Federcalcio inglese infatti “ritiene il calcio inadatto alle donne e per questo motivo non deve esserne incoraggiata la pratica. Il Consiglio richiede, quindi, alle squadre appartenenti all’Associazione di non far disputare tali incontri sui loro campi di gioco”.

Il divieto della Federcalcio inglese frena bruscamente lo sviluppo di una pratica che prendeva piede in tutto il Regno Unito. Molte squadre locali, tanto in Inghilterra quanto in Francia e Scozia, sono costrette a chiudere i battenti. L’unica a non gettare la spugna è però Lily Parr che continua a giocare e segnare valanghe di gol, soprattutto contro gli stereotipi di una società che non le perdona la relazione con la sua compagna, Mary, conosciuta a Preston. Il rifiuto di Lily di nascondere la sua omosessualità rappresenta, tra gli anni ’30 e ’50, un esempio di forza, di tenacia, capace di trasmettere coraggio verso molti omosessuali dell’epoca che vivevano nell’ombra delle proprie paure e che condividevano con il calcio femminile, un destino comune: l’anonimato. La paura di non esporsi. Il pallone versione rosa continuava intanto a rotolare, ma in un terreno fin troppo irregolare. Si dovranno attendere gli anni ’60 per assistere alla rinascita del movimento. Non solo in Inghilterra ma anche nel resto d’Europa, Italia compresa. Una strada tortuosa, quella del movimento calcistico femminile nel Belpaese, simile ai trascorsi delle colleghe d’Oltremanica. Dalle “Giovinette” di Milano che sfidarono il Duce a colpi di palleggi e dribbling d’alta scuola per difendere i loro diritti dalle privazioni del regime fascista fino al 1950 quando a Napoli viene fondata l’AICF (Associazione Italiana Calcio Femminile) sciolta poi nove anni dopo. Nel 1965 le giovani atlete di Inter e Bologna si sfidano a Milano alimentando sempre di più un fenomeno che, tre anni dopo, vede la luce del giorno con la nascita della Federazione italiana calcio femminile (la FICF, ndr) che istituisce un campionato diviso in due gironi (uno gestito dalla Federcalcio, l’altro organizzato dalla Uisp) dal cui incrocio verrà decretata la prima squadra a vincere lo scudetto, il Genova, campione d’Italia nel 1968. In quel periodo vengono fondate diverse società, tra le quali l’Alta Italia Football Club di Cuneo, la cui storia – densa di amarcord, sogni inizialmente lontani anni luce e poi raggiunti con storie a lieto fine – è degnamente raccontata nel libro “Alta Italia Football Club Femminile. La prima squadra di calcio femminile a Cuneo”, edito dalla casa editrice Araba Fenice e realizzato da Franca Giordano e Marisetta Minolfi. Negli anni, altre rivoluzioni organizzative e istituzionali mutano costantemente la fisionomia del calcio femminile italiano fino al 1986, anno in cui il movimento pallonaro rosa entra a far parte della FIGC. Tra gli anni ’80 e 2000, il calcio femminile in Italia vive la sua epoca d’oro: entra nella storia l’alter ego italiana di Lily Parr, Carolina Morace, la giocatrice italiana più forte della storia con più di 500 gol all’attivo, dodici scudetti cuciti sul petto e altrettanti titoli di capocannoniere, più due Coppe nazionali e una Supercoppa italiana che vanno a completare una carriera costellata da trionfi. Campionessa dentro il rettangolo di gioco ma anche a telecamere spente. In un’intervista concessa al Corriere della Sera, Carolina Morace ha confessato la propria omosessualità. Un coming out il cui destinatario non è stato solo la compagna Nicola Jane Williams: “L’ho fatto naturalmente per loro, per le più giovani, ma l’ho fatto anche per molte mie amiche quarantenni o cinquantenni che ancora non trovano il coraggio di raccontarsi”. “Il mondo del calcio – prosegue la Morace – è pieno di pregiudizi e di omofobia. Non biasimo chi non fa coming out. Per molti uomini il non farlo è una forma di protezione. Credo che sia giusto farlo quando si è pronti, quando si è sicuri di poter togliere la maschera e non rimetterla più”. 

Non solo Carolina Morace: anche a livello internazionale il calcio femminile alza la voce. La nazionale danese Pernille Harder è convinta che le calciatrici debbano avere un palcoscenico che metta in evidenza il loro punto di vista anche su temi extra campo: “Le persone mi ascoltano e vedono cosa succede sui miei social. Mi ha mostrato che ho una voce e, dopo, ho voluto usarla di più perché sento che fa la differenza". La 27enne stella del Chelsea sottolinea anche l’importanza di approfondire temi delicati come l’omosessualità: “È molto importante avere modelli di comportamento, non importa chi sei - spiega l’attaccante nordica - Nella nostra comunità, è ancora più importante perché ti aiuta a capire che non sei solo. È un argomento speciale perché alle persone forse non piace parlarne o non vogliono uscire allo scoperto, quindi è importante avere modelli di comportamento in modo che tu possa sentirti più sicuro con te stesso”. (Alessandro Fracassi)

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