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Democratizzazione del Cio, tra storia e futuro: ne parla Nicola Sbetti

Qual è il futuro dell'olimpismo, tra valori etici e real politik? Se lo è chiesto il Giornale Radio Sociale nel suo approfondimento settimanale

 

Oggi il Comitato olimpico internazionale ha le chances per fare i conti con la propria storia e diventare un faro internazionale per i diritti umani e civili, come immaginato da De Coubertin. Ne ha parlato nei giorni scorsi anche il Giornale Radio Sociale nel suo approfondimento settimanale, dal titolo “Sport e diritti: democratizzare il Cio nel nome di De Coubertin”. La redazione del Grs ha intervistato Nicola Sbetti, storico dello sport all’Università di Bologna, mettendolo a confronto con le tesi di Patrick Clastres, uno dei massimi esperti di storia dell’olimpismo, professore all'Università di Losanna, che ha affrontato l’argomento in un recente articolo pubblicato sul quotidiano svizzero, in lingua francese, Le Temps. Per centrare l’obiettivo della democratizzazione il Cio dovrebbe porre fine ai suoi demoni, come quello delle Olimpiadi di Berlino del 1936, e diventare il mito democratico ed emancipatorio che afferma di essere. 

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Nicola Sbetti ha ricostruito la storia del Cio in tema di diritti: “Il Comitato olimpico internazionale nasce come una sorta di richment club: quando viene fondato, nel 1896, era composto esclusivamente da uomini, ricchi e bianchi. Questo retaggio se lo è portato avanti per anni, anche perchè il sistema che utilizza per il suo mantenimento è la cooptazione. Poi però nel corso degli ultimi decenni c’è stata l’apertura alle donne, dagli anni ‘80, e, anche se molto faticoso, l’ingresso di membri provenienti da Paesi non occidentali. Bisogna dire che dopo la crisi di corruzione legata agli scandali di Salt Lake City la situazione è migliorata notevolmente, e lo dimostrano diverse iniziative, come la nascita della squadra dei rifugiati oppure il tentativo, riuscito almeno per quello che riguarda gli atleti, di arrivare ad un equilibrio di genere. Qual è allora il problema? Il Cio, al contrario delle altre Federazioni sportive internazionali ha sempre avuto l’ambizione di essere qualcosa di più di un semplice ente che organizza un grande evento sportivo ogni quattro anni. Il Comitato Olimpico internazionale si fa portatore di una filosofia, il cosiddetto olimpismo e i principi fondamentali dell’olimpismo sono assolutamente interessanti e condivisibili, quindi c’è una forza etica alle spalle delle olimpiadi, che però porta ad un paradosso: se si fa concretamente portatore di questi valori, e cerca di applicarli in maniera rigida, dovrebbe escludere molti comitati olimpici internazionali. Questo però diminuirebbe la rilevanza mondiale del Cio stesso: quindi c’è una tensione fra l’ambizioni a valori molto alti e la necessità di fare i conti con la real politik”.

Secondo Patrick Clastres, di fronte a nuove minacce poste da regimi autoritari e da impulsi antidemocratici, è urgente che il CIO compia il suo aggiornamento storico, ideologico e istituzionale, sia per garantirne la sopravvivenza sia per favorire un nuovo corso sportivo e democratico all’umanità intera. “Dopo aver completato la sua trasformazione economica, e mentre è impegnato in una riforma del suo programma sportivo e in un aggiornamento delle discipline olimpiche, il CIO deve entrare pienamente nell’era democratica - scrive Clastres - Per questo, sembrano necessarie diverse riforme. Innanzitutto, deve porre fine alla sua mania per la storia ufficiale che gli fa ignorare, tra le altre cose, l’orchestrazione nazista dei Giochi di Berlino del 1936 o il boicottaggio dei Giochi di Mosca del 1980 e di Los Angeles del 1984, e che gli impedisce di onorare gli atleti afroamericani che hanno alzato i pugni sul podio di Città del Messico nel 1968. Avere coscienza della propria storia significa poter guardare al futuro. Il CIO deve anche migliorare il modo in cui si protegge dalle intrusioni politiche o commerciali al suo interno. Prima di fare riforme democratiche più profonde, potrebbe reclutare i massimi leader sportivi che siano riconosciuti difensori dei diritti umani, utilizzando il principio di cooptazione dei suoi membri”

Il Cio può tornare ad essere un avamposto delle libertà civili, mettendo in pratica azioni contro paesi antidemocratici o prendendo posizioni rigide in merito alla tutela dei diritti? La domanda è stata girata a Nicola Sbetti: "Il rischio è quello di autoghettizzarsi - risponde Sbetti - come accaduto nel periodo tra le due guerre, quando il movimento sportivo internazionale ha visto l'esistenza di un movimento borghese, uno socialdemocratico e uno filocomunista. Cosa che non è acceduta ai tempi della guerra fredda, in nome dell’apoliticità dello sport, quando il movimento sportivo internazionale è rimasto unito. Si potrebbe pensare di essere un po’ più rigidi ma, questa scelta portata alle estreme conseguenze, porterebbe allo spaccamento del movimento sportivo internazionale con la creazione di un sistema dei paesi democratici e uno legato ai paesi non democratici”. (di Elena Fiorani)

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