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La Luna e l’Uisp: corsa nello spazio, sport e valore sociale di una conquista

La passeggiata di Armstrong e Aldrin esattamente 50 anni fa, aveva qualcosa di sportivo. Non solo: aveva anche qualcosa di sociale, storico, politico

 

La luna e l’Uisp: che rapporto c’è? Eppure, quella passeggiata degli astronauti americani Armstrong e Aldrin esattamente 50 anni fa, aveva qualcosa di sportivo. Non solo: aveva anche qualcosa di sociale, storico, politico. Tutte caratteristiche che si addicevano (e si addicono) all’Uisp, che nel 1969 era l’Unione Italiana Sport Popolare, capace di vivere il suo tempo attraverso lo sport e di elaborare una propria riflessione su ciò che le accade intorno. Riflessioni critiche spesso radicali e controcorrente che aiutano a riflettere sul significato da dare alla parola sport, sul tema del progresso e su quello della giustizia sociale

“Non è uno sport, quello che porta i primi due uomini sulla luna. Ma è un’impresa che di sportivo ha molto”, scriveva Luciano Minerva nel libro illustrato “Immagini dallo sport 1948-1983”, pubblicato dall’Uisp in occasione del suo trentacinquennale. Che cosa aveva di “sportivo” quell’impresa? “La preparazione e l’allenamento metodico degli astronauti, la gara ingaggiata da anni nello spazio tra americani e sovietici, la lunga diretta televisiva, l’attesa dell’avvenimento e la passione con cui fu seguito ovunque, l’identificazione tra centinaia di milioni di persone e i campioni che stanno camminando sulla luna”.

In Italia si era in pieno “biennio rosso” (1968-69) e l’Uisp dell’epoca era parte di un contesto sociale in ebollizione. E aveva scelto da che parte stare: l’Uisp  è schierata dalla parte di giovani, lavoratori e studenti che si battono per cambiare la società, “per far saltare il disegno di una falsa civiltà che pur elevando il livello di vita dei cittadini, mira ad integrare gli uomini in uno stato perpetuo di subordinazione, soffocando ogni speranza di liberazione, di emancipazione e di sviluppo della personalità umana, ivi comprese le aspirazioni e il bisogno di sport e di educazione fisica”. La citazione viene dritta dritta dal documento del VI Congresso nazionale Uisp, che si tenne a Roma proprio nella primavera di quel 1969. Queste parole di utopistica critica anticapitalista ci appaiono forse ingiallite dal tempo ma esprimono concetti difficili da contestare. Lo sport era anche “questione sociale” e proprio in quell’estate lì, l’Uisp fece proprio l’appello degli antifascisti greci che invitavano a boicottare i Campionati europei di atletica leggera che si sarebbero tenuti dal 16 al 21 settembre nello stadio di Atene, militarizzato dai colonnelli e dal dittatore Papadoupulos. 

La luna riaffiora qua e là nella storia dell’Uisp. Immagine poetica da legare al nome di una società sportiva o di una manifestazione di ciclismo o di trekking “al chiaro di luna”. Ma anche immagine da adottare nella comunicazione associativa, come avvenne nel 2002, con la tessera dell’Uisp dedicata alla terra e alla luna: la terra vista da lontano fa “uno splendido effetto”, con cittadini del mondo che immaginano un mondo senza confini, con i colori della pace e dell’ambiente.

Ma torniamo al 1969: come guardò l’Uisp la “conquista” della Luna? Lo abbiamo chiesto a Sergio Giuntini, storico dello sport e campione di competenza e disponibilità: “Per comprendere come l’Uisp guardò al famoso allunaggio del 20 luglio 1969 - scrive Giuntini - un passaggio epocale nella corsa alla conquista del cosmo da parte delle due superpotenze, quasi una gara nella gara della Guerra fredda tra URSS e USA, le quali, oltreché sul terreno sportivo delle Olimpiadi si confrontavano “agonisticamente” anche su quello della scienza e del progresso tecnologico, è sufficiente sfogliare le varie annate de “Il Discobolo”. E più segnatamente andare a pagina 4 del n. 48-49 del luglio-agosto 1969. Il lungo articolo (militante, anticapitalista, per certi versi “apocalittico” e senz’altro non “integrato”) di Arrigo Morandi, all’epoca presidente nazionale Uisp, che apriva il mensile si intitolava “La luna dei potenti”. E’ un documento storico oltremodo interessante, che testimonia emblematicamente il radicalismo di quella intensa stagione uispina e rappresenta un punto di vista controcorrente di una parte dell’opinione pubblica del tempo”.

“L’uomo terrestre ha messo piede sulla luna - scriveva Morandi - ed ha marcato così la prima tappa di un’avanzata interplanetaria che forse avrà sviluppi ancor più veloci di quanto sia dato prevedere ora. In questo momento, non siamo nello stato d’animo e non nutriamo l’intenzione un tantino ipocrita di unirci al coro degli osanna; d’altro canto, consideriamo un tantino ipocrita gridare all’inutilità dell’impresa, come qualcuno, ad Est e ad Ovest, ha fatto. Una volta scelta la via dell’esplorazione spaziale, uno sbarco umano sulla luna era una conseguenza ovvia – e non presentava rischi troppo diversi da altre iniziative già sperimentate con successo. Tuttavia, poiché gli sforzi, gli orientamenti e le trasformazioni di un'epoca hanno bisogno di un simbolo, ci sembra certo che il 20 luglio 1969 marcherà ufficialmente una data nella storia dell’umanità come – per fare il parallelo più ovvio – il 12 ottobre 1492, in cui la prima spedizione europea toccò le coste dell’America. L’umanità non scoperse l’America, poiché l’umanità abitava già anche quella parte della terra, e aveva dato vita a forme di civiltà elevatissime; fu l’Europa a scoprire l’America, anche se per la solita presunzione euro-centrica si lusingò di averlo fatto per conto di tutto il genere umano. Ma i popoli che abitavano là non solo non sentivano alcun bisogno di essere scoperti, ma non ci guadagnarono proprio niente: per alcuni fu lo sterminio, per altri la riduzione a condizioni di vita semiservili, per tutti la perdita brusca e definitiva dei propri riti, della propria cultura, in cambio di armi da fuoco, alcool e denaro. Del resto, anche i popoli (non potenti) europei non ci guadagnarono niente di bello: il morbo, prima ignoto della sifilide, e un fiume d’oro che provocò una gigantesca inflazione e permise l’inizio dell’accumulazione capitalistica, con tutte le conseguenze note. Chi era povero artigiano o contadino restò tale, mentre sulla sua testa si creavano le condizioni per cui suo nipote avrebbe disceso un altro gradino nella scala della povertà e dell’abbrutimento. Cinque secoli dopo, di nuovo l’umanità “scopre” qualcosa di rivoluzionario, in nome di tutto l’universo, stavolta. L’illusione euro-centrica ha fatto posto a qualcosa di poco diverso, e anche esso vecchio come Tolomeo: l’illusione geo-centrica, per cui si tende a credere, contro ogni probabilità, che tutto l’universo sia come la luna, un deserto di sassi che attende di essere “scoperto” da noi. D’altro canto, oggi più ancora di cinque secoli fa è chiaro che i popoli (non i potenti) della terra non avranno niente da guadagnare. Non sarà la sifilide – che ormai c’è – ma potrà essere qualche male ancora più tremendo e meno curabile. Non sarà l’oro, ma sarà sicuramente un’accelerazione del progresso tecnologico (e quindi un ampliamento della dipendenza dei lavoratori dai detentori del potere economico e politico) in direzioni non del tutto prevedibili. Non sarà la soluzione di alcuno dei problemi giganteschi, a livello planetario – la fame, le malattie, le superstizioni, l’alienazione, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo – per cui tanto si strilla e nulla si fa, da parte di chi ormai avrebbe gli strumenti per fare, o per tentare seriamente di fare. E’ quindi inutile che i popoli si rallegrino per il progresso tecnologico: il fatto che in meno di venti anni dai primi progetti l’uomo sia sbarcato sulla luna, mentre tutti i drammatici problemi dell’umanità si trascinano intatti da millenni, è un’altra prova che nulla ci sarà mai da attendersi, a favore dei popoli, da questo progresso tecnologico. Per cui ci inchiniamo alla maestria dei tecnici che hanno permesso questa e altre simili “conquiste” dell’umanità, comprendiamo l’emozione dell’opinione pubblica; ma ripetiamo, non siamo affatto disposti a rallegrarcene e a unirci al coro degli osanna”. (a cura di Ivano Maiorella e Sergio Giuntini)

 

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