Nazionale

L'Uisp e i diritti delle donne nello sport: due storie di ordinario eroismo

In occasione dell'8 marzo 2017 l'Uisp ripropone due storie esemplari di ordinario eroismo: Alice Milliat e Kathrine Switzer

 

Proprio cosí: la lunga marcia dei diritti delle donne nello sport può definirsi eroica perché infrange tabú e pregiudizi spesso tollerati nell'indifferenza di tutti. Ancora oggi le donne non sono ammesse in alcuni circoli sportivi, in qualche caso tollerate. Due storie, quella di Alice Milliat e Kathrine Switzer, che sembrano passarsi il testimone. Una concomitanza di date che proprio in questo 2017 vede due ricorrenze. La prima, infatti, la bretone Alice Milliat scomparve nel 1957. La seconda, l'atleta Kathrine Switzer, dieci anni dopo a Boston compí un vero e proprio dacrilegio. Ecco le loro storie.

Alice Millat, pioniera di diritti delle donne nello sport. Il 20 agosto 1922 si tennero nello stadio Pershing di Parigi i primi Giochi olimpici femminili della storia. Un successo non scontato ma enorme, con 300 atlete coinvolte,20.000 spettatori e la partecipazione di cinque nazioni: Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Svizzera e
Cecoslovacchia. Solo donne, in risposta al fatto che ai Giochi olimpici moderni erano ammessi soltanto uomini, salvo rarissime eccezioni, come nel tennis. Un vero e proprio atto di insubordinazione. Per il barone De Coubertin le donne ai Giochi potevano al massimo fare le vallette: “Ai Giochi Olimpici – scriveva il barone - il ruolo delle donne dovrebbe essere soprattutto quello di incoronare i vincitori”. Alice Milliat, nata a Nantes nel 1884, era l’autenitca profeta di questo movimento, una sorta di suffragette sportiva. Entrò a far parte della società di canottaggio Fèmina Sport di Parigi, fondata nel 1911, che insieme ad altre società sportive femminili parigine costituirà la Fedèration des societes femines sportivesde France (Fsfs).

Nel 1921 a Montecarlo vi fu, con la partecipazione di Francia, Gran Bretagna, Italia, Norvegia e Svizzera, un primo esperimento che si rivelò fondamentale per la nascita della Federazione sportiva femminile internazionale (FSFI) della quale divenne presidente. Alice Milliat, nuotatrice e canoista, era attiva nel movimento femminista internazionale e sostenuta dalle associazioni sportive femminili del nord Europa: fu quella la prima risposta alla misogenia di de Coubertin.
Organizzò i Giochi olimpici femminili, che si svolsero con crescente successo e con cadenza quadriennale dal 1922 al 1934. Dopo Parigi fu la volta di Gotemberg in Svezia, Poi Praga e Londra. Il movimento olimpico femminile stava diventando così forte da impensierire seriamente il futuro dei Giochi olimpici decubertiniani. Questa autentica rivoluzione aprì la strada all’effettivo ingresso delle donne nelle discipline olimpiche, a cominciare dall’atletica, che avvenne ad Amsterdam nel 1928. La Federazione degli sport femminili internazionale confluì nel 1934 nella Federazione internazionale d’atletica leggera. Alice Milliat aveva stravinto la sua battaglia politica e sportiva. Morì nel 1957, a 74 anni.

 Il 19 aprile 2017, Kathrine Switzer a settant’anni compiuti si presenterà di nuovo ai blocchi di partenza della Boston Marathon. La sua è una storia irregolare, perché se non ci fossero gli irregolari a sfidare i feticci dello sport non ci sarebbe innovazione. Soltanto tradizioni e vecchi merletti, per di pù impermeabili ai diritti delle
donne, dei diversi. Degli irregolari, appunto.Ma chi gli ha dato il pettorale? Jock Semple, il direttore di gara della
Maratona di Boston non è un tipo facile, è un duro che difende la sua creatura da ogni stravaganza. E’ il 19 aprile 1967 e in piena maratona, la più famosa del mondo all’epoca, si sparge la voce che sta correndo anche una donna. E’ vietato e Kathrine Switzer, una ventenne che studia giornalismo all’università di Syracuse, New York, lo sa bene. Le donne sono fragili per una prova come la Maratona, km. 42,095. Ma lei non è fragile e neppure stravagante, non vuole essere relegata al ruolo di cheerleader nel suo college, crede in se stessa e in quello che fa. Si è allenata per lungo tempo insieme ad una squadra di maschi, con il suo trainer, Arnie Briggs, un postino-maratoneta, ha corso anche 50 km.

E’ pronta ma non vuole farlo di nascosto, camuffata da uomo e senza pettorale, come era capitato un anno prima a Bobby Gibb. Inventa un trucco, si iscrive col nome di battesimo puntato: K. Poteva sembrare un nome maschile come Ken o Kurt, invece era Kathrine. Ottiene il pettorale numero 261 e prende il via. E’ bella e leggera, non passa inosservata, la voce comincia a serpeggiare: c’è una donna in gara. L’energumeno, il direttore di gara Jock Semple non ci pensa su due volte, incredibile! La raggiunge al chilometro 4 e cerca di fermarla ma a sua volta è messo in condizioni di non nuocere dall’allenatore e dal fidanzato di Kathrine, un martellista statunitense, Tom Miller. C’è un parapiglia e un giovane fotografo del Boston Traveller, Harry Trask, la immortala. Kathrine terminerà la sua maratona in 4 ore e 20 minuti.Il giorno dopo è su tutti i giornali, la lunga marci dei diritti delle donne nello sport vive una giornata importante, Kathrine ha vinto la sua battaglia anche se dovranno passare ancora cinque anni prima che anche le donne vengano ammesse ufficialmente a correre la Maratona.

 

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