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Sardegna

Libano, prosegue la missione Uisp: Loredana Barra sul campo con il progetto “Ana Kamen – Phase 2”

Prosegue in Libano l’impegno internazionale della Uisp per la promozione dello #sportpertutti come strumento educativo e di inclusione sociale.

 

Loredana Barra, presidente Uisp Sardegna APS e responsabile Formazione e Sviluppo Uisp, è nuovamente nel Paese mediorientale per prendere parte alle attività del progetto “Ana Kamen – Phase 2”, iniziativa che mette al centro educazione, formazione e sostegno alle comunità locali.
La missione si snoda tra territori complessi e fragili, segnati da povertà diffusa e dalle conseguenze dei conflitti.
“Abbiamo iniziato con la soddisfazione di sentire da WeWorld che i feedback sulla missione precedente sono stati molto positivi, sia da parte degli insegnanti che da parte delle famiglie - racconta Loredana Barra - in questo viaggio visiteremo diverse località in cui si trovano gli spazi scolastici riqualificati grazie al progetto. Siamo partiti da Kneisseh, la cui scuola ospita 500 alunni, per poi raggiungere Al Noura: qui terremo la formazione rivolta a insegnanti, genitori e operatori sociali al fine di costruire una comunità educante che possa essere opportunità di crescita e di benessere per le popolazioni fragili che vivono in queste terre di confine libanesi, ad un battito di ciglia dalla Siria. Tutte queste zone rurali sono accomunate da uno stato lontano, da assenza di servizi, assenza di controllo, assenza di identità chiara, povertà infinita e insopportabile. Siamo qui con un team composto dalle tante anime dell’Uisp: perchè la nostra associazione è una ma composta da tante forze, espressioni e realtà”.
Dal suo diario di bordo, Barra racconta la partenza verso Kneysseh, villaggio rurale al confine con la Siria:
«Siamo in partenza per Kneysseh, un villaggio senza stato né diritti, dove la popolazione vive in povertà, schiacciata dal contrabbando con la vicina Siria. Un popolo senza identità, non riconosciuto né da uno né dall’altro Stato».
Un viaggio “lungo e tortuoso”, accompagnato però dalla consapevolezza del valore della missione:
«Portiamo con noi le tante anime Uisp, il frutto di un sapere condiviso che vogliamo donare a un pezzo di mondo massacrato dalla guerra e dalla povertà».
Al centro del progetto c’è la formazione educativa, considerata leva primaria di cambiamento:
«Il cambiamento passa attraverso l’educazione, che è l’unica opportunità per trasformare la propria condizione personale e sociale. Iniziamo dalle insegnanti, che hanno in mano il potere di cambiare il futuro di migliaia di bambini e bambine».

Nel racconto della prima parte dell’esperienza, Barra descrive l’arrivo alla base di Koubayat, tra piogge torrenziali e condizioni difficili:
«Qui sulle montagne il tempo cambia in modo repentino. Abbiamo dovuto aspettare che il cielo si aprisse: dovevamo cenare, ma sotto la pioggia quel tratto di strada sarebbe stato troppo rischioso per la nostra salute e, di conseguenza, per la missione».
Una quotidianità fatta di attese e imprevisti che si intreccia con il senso più profondo dell’intervento educativo:
«La pazienza, il vivere in attesa di una magia che si compie, cercare strumenti che possano rendere migliore la vita… sono concetti che mi riportano alla formazione di oggi».
Davanti al team Uisp, insegnanti di frontiera con grandi criticità:
«Mille problemi personali e altrettanti lavorativi: classi numerosissime, famiglie assenti, iperattività, difficoltà di apprendimento, povertà, violenza. Volevano una soluzione… noi abbiamo posto un problema, cambiando la prospettiva».
Un passaggio culturale non semplice, sottolinea Barra:
«Non è mai facile disinnescare il retaggio del bambino ubbidiente, del bambino soldato, del bambino incompetente. È il retaggio di ogni adulto che si è dimenticato di essere stato bambino».

La metodologia Uisp passa attraverso l’esperienza diretta, il corpo, il movimento. Il gioco, nella fattispecie, diventa linguaggio universale.
«Bisogna tornare bambini per un po’, fare esperienze di gioco per accendere connessioni».
Così, durante la formazione, strumenti semplici si trasformano in dispositivi pedagogici:
«Il paracadute diventa il Libano e si gioca alla geografia, poi si trasforma in un cerchio per calcolare aree e circonferenze. La corda diventa un ostacolo da saltare… ma devono saltare tutti, altrimenti non è inclusione».
Un approccio inclusivo, graduale, capace di rafforzare l’autostima:
«Ognuno al proprio livello, facendo lo stesso gioco, per conquistare la fiducia in sé stessi… e chi non aveva mai saltato ora salta per prima».

Barra racconta con sorpresa la risposta delle insegnanti locali:
«Guardo stupita questo popolo, descritto come chiuso e poco fiducioso nell’istruzione, che attraverso il gioco sceglie di mettersi in ascolto attivo e di sperimentare altri modi di apprendere».
Un cambiamento che passa dal corpo come base dell’apprendimento disciplinare e relazionale:
«Mettere in primo piano il corpo e il movimento come basi per l’apprendimento».
Al termine della formazione emerge una restituzione potente:
«Sono capaci di dimostrarci come fare quei tre salti, il nostro “salto triplo”».

Il racconto si chiude con l’immagine della scuola di Kneysseh, segnata da barriere fisiche e simboliche:
«A vederla sembra una prigione, con filo spinato e ringhiere alle finestre».
Ma proprio da lì può nascere il cambiamento:
«Con queste insegnanti quella che sembra una gabbia diventerà, per i bambini e le bambine, il punto di partenza per imparare a volare».
La missione Uisp in Libano prosegue così, “un passo alla volta, un bambino alla volta, un adulto alla volta”, portando sport, educazione e diritti nei contesti più fragili, dove il movimento diventa strumento di dignità, crescita e speranza.