Nazionale

Lo sport sociale è uno strumento contro le disuguaglianze

Lo sport per tutti può restituire spazi alla comunità e valorizzare potenzialità e relazioni tra le persone. L'articolo di Liliana Grasso, Associazione Acume

 

Quasi il 40% degli italiani, in maggioranza donne residenti al Sud, non pratica sport. Questo dato appare correlato al benessere economico personale e al livello di istruzione: laddove incidono maggiormente i fattori che determinano le disuguaglianze socioeconomiche, diminuisce la propensione alla pratica sportiva. In questo scenario un ruolo determinante è affidato allo sport sociale capace di restituire spazi alla comunità e valorizzare potenzialità e relazioni tra le persone. Condividiamo l'articolo di Liliana Grasso, direttrice dell’Associazione culturale Acume, che si occupa di organizzazione, valutazione e monitoraggio, progettazione e gestione di attività culturali, coordinamento di processi di partecipazione e di cittadinanza attiva e di politiche di genere. Grasso è intervenuta all'Assemblea Congressuale Nazionale dell'Uisp (Chianciano terme, 14-16 giugno): GUARDA IL VIDEO del suo intervento.

Secondo il Report dell’Istat del 2017, oltre 23 milioni di italiani, pari al 39,1% della popolazione – in maggioranza donne (52,7%) e residenti al Sud – dichiara di non praticare alcuna attività sportiva nel proprio tempo libero. Le ragioni sono varie e vanno attribuite alla mancanza di tempo (38,6%), di interesse (32,8%), all’età (23,5%), a motivi di salute (15,9%), familiari (15,1%) e a motivazioni di carattere economico (13,8%). Guardando alla fascia di età tra i 10 e i 24 anni, a fronte dei 6 milioni 890 mila giovani che hanno avuto almeno una esperienza sportiva nella vita, ben 1 milione 924 mila non ha mai praticato uno sport, con un netto divario di genere tra il 19,2% dei maschi e il 27,2% delle femmine; a questo già considerevole numero vanno aggiunti 1 milione e 440 mila giovani (pari al 16,2%) che ha interrotto la pratica sportiva, anche in questo caso il divario si ripete nella quota tra ragazzi (14,8%) e ragazze (18,5%).

 

 

È interessante segnalare due ragioni di inattività fisica meno frequenti, eppure ugualmente significative:il 13,8% di chi non pratica sport indica come causa motivi economici, il 5,1% la mancanza di impianti sportivi. Questi due aspetti evidenziano la necessità di intervenire sui fronti indicati dalle raccomandazioni europee di questi ultimi anni, da un lato eliminare per i giovani le barriere legate al costo, dall’altro quelle connesse all’accessibilità delle strutture. Disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento, come ci dicono gli studi del Forum Disuguaglianze Diversità colpiscono ancora in modo particolare le donne e minacciano il futuro dei giovani.

 

 

In generale la pratica sportiva appare correlata al benessere economico personale e al livello di istruzione, mentre laddove incidono maggiormente i fattori che determinano le disuguaglianze socioeconomiche, diminuisce la propensione alla pratica sportiva. La quota di coloro che praticano sport è del 51,4% fra i laureati, scende al 36,8% tra i diplomati e al 21,2% tra chi ha il diploma di scuola media inferiore, per attestarsi al 7,3% fra coloro che hanno la licenza elementare o nessun titolo di studio. Lo sport viene praticato in maggior misura da gruppi sociali a più alto reddito: nel 47,6% delle famiglie della classe dirigente si pratica attività sportiva ed il dato progressivamente decresce quando si parla delle famiglie degli impiegati (44,6%) fino a scendere al 17,3% delle famiglie degli operai. È particolarmente significativo che la minore percentuale di persone che praticano sport si conti tra i giovani disoccupati e gli anziani soli (80%) e le famiglie a basso reddito (76,7%). Merita un cenno anche il fattore geografico: notevole è il divario tra le regioni del nord-est dove la percentuale di persone che non praticano sport si ferma al 29,0% ed il sud dove tale dato sale fino al 52,1%.

 

 

Disuguaglianze e degrado ambientale si cumulano e hanno una forte dimensione territoriale, che genera vere e proprie fratture fra periferie e centri delle città. Ma le disuguaglianze non sono l’effetto inevitabile di cambiamenti fuori dal nostro controllo: sono invece il risultato composito di errori, di un’inversione delle politiche pubbliche, culturali ed economiche, di una perdita di potere negoziale del lavoro, tutti elementi che disegnano una profonda trasformazione degli equilibri nel tessuto sociale. È allora possibile e doveroso intervenire adottando forme innovative di attivismo civico e di azione sociale per provare a cambiare il sentire comune. Un ruolo significativo nei processi di trasformazione sociale è svolto dagli enti di promozione sportiva: lo sport infatti è occasione di coesione sociale e di rigenerazione urbana a partire da un uso più intenso e diversificato, sia degli spazi dedicati allo sport che dello spazio urbano in generale. Lo sport crea nuove relazioni di comunità: il lavoro degli enti di promozione sportiva sui territori rappresenta un aggregatore naturale e un grande dispositivo di coesione sociale. Gli spazi dello sport sono luoghi dove vengono valorizzate le potenzialità degli individui, i desideri, i bisogni e le competenze di ciascuno possono consociarsi dando vita ad appartenenze sociali a vocazione territoriale e nuove reti di prossimità.

Un esempio efficace e virtuoso di come lo sport possa contribuire a prendersi cura del territorio, della comunità e delle persone, sono i Mondiali Antirazzisti che Uisp organizza da 23 anni e che quest’anno sono andati in trasferta dall’Emilia Romagna in un luogo simbolo dell’accoglienza come Riace: 100 squadre di ragazzi che giocando insieme e autoarbitrando partite di calcio, pallavolo, basket e beach rugby costruiscono storie e condividono scenari di futuro. In alcuni territori di margine particolarmente complessi, i comitati territoriali dell’Uisp restano gli unici spazi di socialità attivi, palestre di capacitazione per le persone che così diventano risorse per le comunità.

La pratica dello sport sociale non deve però isolarsi nel proprio recinto settoriale, ma è chiamata a farsi parte attiva nella costruzione di una rete di relazioni con le altre formazioni locali, integrando periferie e centri, perché l’eccellenza all’interno della propria associazione rischia di rimanere sterile in assenza di interazione con il territorio. Stiamo vivendo un pesante arretramento culturale sul terreno dei diritti. Assistiamo alla costruzione di un nuovo racconto sociale che colpevolizza le persone in difficoltà economiche quasi fossero esse stesse le principali responsabili della loro situazione. Un meccanismo alimentato da una sorta di negazione della povertà che nutre e fa crescere la rabbia dei penultimi verso gli ultimi. Per realizzare un cambiamento di senso serve una nuova concertazione fra parti diverse della società. È necessario che organizzazioni di cittadinanza attiva ed enti di promozione sportiva operino assieme e trovino nuove forme di collaborazione anche con il mondo della formazione e della ricerca. Servono alleanze che mescolino linguaggi, costruiscano una lettura condivisa della realtà e una visione del futuro desiderato, elaborino proposte, sperimentino coprogettazioni, diffondano conoscenza e azioni civiche innovative. Alleanze che costruiscano una progettazione territoriale che sa nutrirsi di «immaginazione sociologica», cioè di quel sentimento, teorizzato mezzo secolo addietro da Charles Wright Mills, che insegna a "guardare la realtà con occhi diversi" per trasformarla.

 

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