Nazionale

“La porta aperta di Cannavò”: su Alias il convegno Uisp di Milano

Pasquale Coccia, sulle pagine dell'inserto de Il Manifesto, racconta la giornata di formazione sul valore della comunicazione sociale e sportiva

 

Il convegno sulla comunicazione sociale e lo sport, organizzato a Milano lo scorso 18 marzo dall’Uisp e da Odg Lombardia, continua a far parlare di sè. Pasquale Coccia sul Manifesto-Alias di sabato 30 marzo ha ricordato Candido Cannavò attraverso il racconto di Gianni Mura, giornalista di Repubblica, che lo definiva “un direttore con la porta sempre aperta”, infatti: “I direttori si dividono tra quelli che tengono la porta aperta e quelli che la tengono chiusa - ha ricordato Mura - Candido Cannavò la teneva aperta, un dettaglio non da poco, significava che era aperto a qualsiasi esigenza della redazione”. Lo stesso Gianni Mura è stato uno dei relatori di punta del convegno “Comunicare lo sport attraverso il sociale, comunicare il sociale attraverso lo sport”. Per i comunicatori e i giornalisti presenti all’iniziativa è stata una giornata di formazione sul valore della comunicazione sociale e sportiva.

Nel suo articolo (qui nella sua versione integrale - per il pdf clicca qui) Coccia sottolinea come il convegno sia stato organizzato in occasione del decennale dalla scomparsa dell’ex direttore della Rosea e dei suoi grandi insegnamenti. “Nella penna di Candido Cannavò, non mancava mai l’attenzione all’umano, che andava di pari passo con lo sport raccontato con stile”. Un direttore con la porta aperta ma anche un uomo dalla mentalità e dal cuore aperto, qualità che hanno sempre accompagnato i suoi lavori e le sue azioni. Ad esempio “scrisse un libro sui preti di strada come don Gallo, don Rigoldi e altri, quelli irregolari, aperti verso i deboli, che chiamava i miei pretacci”. Perché su di lui si poteva fare affidamento, era sempre pronto a raccogliere le testimonianze della gente per conferire a queste un eco di solidarietà e di uguaglianza. Uno spirito che ha portato con sé anche quando nel 1981 l’allora direttore della Gazzetta Gino Palumbo, lo portò dalla sua Sicilia a Milano per assegnargli la vicedirezione. “Sulle pagine del quotidiano rosa aveva condotto battaglie coraggiose contro il doping, a favore dei disabili nello sport e per la parità di genere”. Tutte tematiche che mostrano un’attenzione verso il sociale, al quale Cannavò era legato moltissimo. Non solo come giornalista. Infatti, sempre nel capoluogo meneghino si dedicò per anni al carcere di Milano San Vittore.

“In pochi sanno che utilizzò tutte le sue conoscenze e i rapporti con le istituzioni milanesi, che aveva tessuto nel corso dei due decenni di direzione del quotidiano sportivo, perché fosse aperto un asilo dentro il carcere per i bambini sotto i tre anni, affinché non passassero tutto il tempo chiusi in una piccola cella, ma con le loro mamme potessero frequentare l’asilo, come gli altri bambini. Era molto attento all’infanzia, lui che l’aveva trascorsa sotto le bombe della guerra, quando gli americani bombardarono Catania, e alla direzione della Gazzetta dello Sport non mancò di denunciare il vergognoso sfruttamento minorile in Pakistan e India da parte delle multinazionali del pallone. Questo ed altri articoli sono stati inseriti nella raccolta “Storia sentimentale dello sport italiano”, che la casa editrice Solferino ha pubblicato in memoria del direttore catanese per i dieci anni dalla sua scomparsa. Nei suoi racconti sapeva descrivere l’animo gentile della competizione sportiva, l’uomo dietro l’atleta. Proprio come era Candido Cannavò, l’uomo prima ancora del giornalista, che ha sempre “comunicato lo sport attraverso il sociale ed il sociale attraverso lo sport”. (a cura di Pierluigi Lantieri)

 

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