Nazionale

“La rivoluzione del corpo": le italiane e lo sport

Nel nuovo libro dello storico Sergio Giuntini, la ricostruzione dell'ingresso femminile nel mondo sportivo italiano dalla fine dell'800

 

“La rivoluzione del corpo. Le italiane e lo sport dalla “signorina Pedani” a Ondina Valla”, è il nuovo libro dello storico Sergio Giuntini (Aracne editrice, Roma, 2019, p. 279) che ripercorre il graduale accesso delle donne italiane alla pratica sportiva nei suoi risvolti politici, culturali e sociali fermandosi al periodo fascista. Infatti, seppur frenata da profondi pregiudizi morali, religiosi e sociali e da un acceso maschilismo, tra il XIX e il XX secolo la “rivoluzione del corpo” delle donne italiane, attraverso il loro graduale accesso a un esercizio fisico sin lì negatogli dalla cultura dominante, proseguì inarrestabile. Il capitolo introduttivo del saggio dedica diverse pagine (dalla 59 alla 71) all’impegno profuso a favore dello sport femminile, nell’immediato secondo dopoguerra, dall’Uisp. Quasi un’anticipazione del fermento che, nel 1985, portò all’elaborazione da parte dell’Unione dell’importante Carta dei diritti delle donne nello sport: documento fatto proprio, in una sua risoluzione, dallo stesso Parlamento europeo.

Lo sport femminile s’insediò dapprima nel bel mondo aristocratico (equitazione, alpinismo, tennis), per poi contagiare la buona borghesia (ginnastica, nuoto, scherma, motorismo) e infine raggiunse anche il “Quinto Stato” (ciclismo, podismo, football, basket). Lo “Stato delle donne”, impegnate negli embrionali movimenti di emancipazione femminile. Da tale fenomeno emersero le “sacerdotesse” dello sport  italiano  (Maria Cleofe Pellegrini, Anna Bohm, Amelia Cavalieri Mazzucchetti, Ernesta Dal Co, Ida Nomi Venerosi Pesciolini, Olga Bonaretti, Anita Podestà Vivarelli, Matilde Candiani, Marina Zanetti), quasi tutte provenienti, come emblematicamente simboleggiato dalla “signorina Pedani” del memorabile racconto di Edmondo De Amicis, dal mondo scolastico, e le sue prime “eroine” in ambito agonistico: da Maria Forzani ad Alessandrina Maffi, da Adelina Vigo a Maria Piantanida, da Andreina Sacco a Vittorina Vivenza, da Lina Banzi ad Alfonsina Strada, da Rosetta Gagliardi a Rosetta Baccalini, da Rosina Ferrario a Vittorina Sambri ecc.

Esperienze culminate nella fondazione a Milano, nel maggio 1923, di quella avanguardistica Federazione Italiana di Atletica Femminile (FIAF), che il fascismo decise di sciogliere d’imperio nel 1928. Il volume di Giuntini, parte iniziale d’una ricognizione più ampia che giungerà prossimamente fino ai nostri giorni, ripercorre questo processo fermandosi al periodo fascista. Regime che, colle sue strategie femminili applicate allo sport, costituisce una metafora dei limiti storici, molti dei quali tuttora evidenti, manifestati in questo campo dal Paese. Dopo averlo incoraggiato, il Partito Nazionale Fascista (PNF) e il CONI, supportati dalla Federazione Italiana Medici Sportivi (FIMS), cercarono di frenare progressivamente tutte le spinte centrifughe, i margini di autonomia femminile che, talvolta senza volerlo, avevano determinato integrando le donne nel sistema sportivo nazionale. Si sforzarono cioè d’incanalare la “rivoluzione del corpo” entro degli schemi più consoni a una società impregnata di valori borghesi, cattolici e, sommando le due cose, di antifemminismo. La donna doveva limitarsi al ruolo ancillare di “sposa fedele e madre esemplare”, di “vestale del focolare domestico”, praticando sport solo per quel tanto che bastava a farne una genitrice sana e prolifica.

 

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