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Sport e periferie: "partita" delicata, l'Uisp in prima linea

L'associazionismo sportivo e ruolo sociale nei territori. Parla F.De Meo. Oggi video di "Corri per il verde". Rileggere Pasolini...
I media e la politica hanno scoperto che le periferie esplodono. Eppure l'Uisp non si è mai tirata indietro nell’offrire presidi di partecipazione e relazioni. Proprio in questi luoghi, dove il disagio sta scoppiando nei quartieri più popolari, come Tor Sapienza a Roma da dove è partito il caso mediatico con accuse incrociate tra cittadini, immigrati, comitati di quartiere, ospiti del Centro di accoglienza. Una borgata come mille altre, sorta disordinatamente, senza infrastrutture né regole di urbanizzazione. La convivenza tra le persone non è un frutto spontaneo, è un obbligo sociale forzato. Un'unica certezza, dalla voce di tutte le persone che abitano questi luoghi: lo stato è lontanissimo.
L’Uisp e le società sportive e polisportive sono presenti da sempre in queste zone. Dai sobborghi romani di Tor Bella Monaca o Primavalle sino a quelli di Palermo, come Zen, Brancaccio e Bonagìa. Passando per Scampia a Napoli, dove l’Uisp gestisce una piscina tra mille difficoltà, o attraverso i quartieri satellite di metropoli come Torino e Milano, Bari e Genova.
 
Oggi si è svolta una tappa di Corri per il Verde, storica manifestazione dell'Uisp di Roma contro il cemento e il degrado delle periferie (guarda VIDEO).

Proprio qui l’Uisp è nata e non ha mai smesso di essere un punto di riferimento dello sport popolare: “Nelle periferie delle città italiane, dove con la crisi vengono a mancare i presidi sociali storici e si apre, all’insegna del miraggio di “vincere facile”, l’ennesima slot house – dice Fabrizio De Meo, responsabile nazionale politiche sociali Uisp – invece qui si sta giocando una partita delicata e difficilissima, lo sappiamo bene. Non sono le recenti vicende di Tor Sapienza, infatti, che ci hanno improvvisamente svegliato sulla condizione delle periferie delle nostre città e metropoli. Chi, come le nostre associazioni affiliate e polisportive, vive quotidianamente sul territorio, conosce bene il carico di emarginazione sociale, povertà educativa ed economica, degrado culturale e involuzione politica che si vive. Un circolo vizioso di povertà e disillusione difficile da spezzare, tanto più quando viene attraversato, alimentato e riprodotto da risentimenti populistici e derive razziste, da sempre acqua al mulino della guerra tra poveri”.

“È proprio dalla presenza, diffusa sul territorio, del nostro associazionismo popolare, della cittadinanza autorganizzata attraverso lo sport, che dobbiamo ripartire per affrontare quella che non è solo una crisi delle periferie, ma di tutta la città – prosegue De Meo – la crisi di un modello di polis che abdica a se stessa come spazio comune e si arrende alla “svolta individuale”. E’ con le basi associative Uisp, presidi sociali diffusi, che dobbiamo sviluppare politiche e azioni decise, consapevolmente orientate alla ricostruzione e al mantenimento di relazioni solidali e di mutuo aiuto dove dilagano individualismo ed emarginazione. Lo sport di cittadinanza può contribuire a diffondere un sistema di eguaglianza sociale e di diritti per tutte e tutti e finalizzate alla diffusione di benessere collettivo. Lo sport è un bene comune, nella misura in cui permette di riappropriarsi di pezzi di città e metterli a disposizione di tutta la cittadinanza, produce saperi collettivi, risponde alla disgregazione sociale con la solidarietà popolare e la condivisione di tempi e spazi”.

“L’Uisp deve continuare a rappresentare un argine al degrado sociale – conclude De Meo – per costruire un’alternativa e progettare un futuro in cui il diritto alla città, intesa come spazio comune di relazioni solidali, sia garantito a tutte e tutti. Tutto questo passa attraverso la piena consapevolezza di questo nostro ruolo sociale: le nostre sedi associative sul territorio sono le porte della città aperta, che non esclude nessuno e produce e diffonde benessere”. (I.M.)
 
Periferie come trincee. Che fare? Conflitti sociali che assumono le caratteristiche di guerre quotidiane. Eppure: "Perché le periferie? - si chiede Renzo Piano - Le periferie sono la città del futuro, non fotogeniche d’accordo, anzi spesso un deserto o un dormitorio, ma ricche di umanità e quindi il destino delle città sono le periferie". Leggi l'articolo di Renzo Piano su Il sole 24 ore.

Con le fognature che mancano, gli autobus che non passano, gli stranieri che disturbano, gli italiani razzisti, la criminalità che organizza i suoi traffici. Questo è il quadro. Lo intuì Giuliano Prasca, presidente dell'Uisp capitolina negli anni ’60, in pieno “sacco di Roma”: “C’era chi proponeva “Corri per la salute”, chi “Corri contro la pigrizia”. Io invece pensai che era meglio unire questa battaglia a quella per avere spazi verdi e fermare la speculazione edilizia, per questo lanciai “Corri per il verde”. All’inizio fu dura, ma avemmo subito il supporto di grandi intellettuali come Antonio Cederna”.

"La cosa più bella era vedere l'entusiasmo delle famiglie – prosegue Prasca - mariti, mogli e bambini tutti a correre perché correre significava rivendicare il diritto a fruire del verde pubblico. Si protestava contro la speculazione edilizia, proponendo in stretto rapporto con intellettuali e urbanisti una nuova idea di città, più solidale e con più verde". "Il percorso lo decidevamo consultando le aree verdi previste dal piano regolatore del 1961, andavamo ad occupare quei parchi spesso rischiando di farci sparare dietro dai proprietari che stavano costruendo abusivamente" (fonti: testimonianze raccolte da Massimo Franchi per l’Unità e da Federico Pasquali per il volume sul trentennale di Corri per il verde).

Anche il sociologo Nicola Porro analizza quello che sta avvenendo e richiama il volume "Roma, da capitale a periferia": “Continuo a considerarmi un romano di complemento. Se so dove si trovano i due quartieri nell'occhio del ciclone lo devo a Franco Ferrarotti, che negli anni Settanta ci catapultò alla scoperta di una città negata (le borgate, le nuove periferie, gli interstizi topografici malamente urbanizzati) che - si diceva, allora come oggi - stava rinunciando al rango di capitale per degradarsi a periferia informe. Una fugace immersione sociologica vissuta come un antropologo nel cuore del Burundi. Poi la memoria corre soltanto alle informazioni di Onda verde quando si transita da quelle parti ('traffico intenso fra Portonaccio e A24'). Per farla breve: credo sia giusto prendere tutti, anche autocriticamente, atto di quanto deteriorato e rapsodico sia il nostro rapporto con le aree socialmente sensibili di quella metropoli mancata che è Roma. Legittimo non indulgere a facili accuse e a generalizzazioni. Altrettanto legittimo, però, segnalare che il rischio di una lacerazione profonda del tessuto sociale e persino della cultura della tradizionale solidarietà civica è tutt'altro che infondato. Al di là di responsabilità e limiti della politica, dei politici e degli amministratori (che è davvero difficile assolvere), occorre operare una conversione culturale. Niente affatto facile, temo”.
 
Infine l'invito del sommario: "rileggere Pasolini...". Che significa?
Vuol dire esserci, vivere quotidianamente tra la gente, non subire la seduzione del "centro" ma allo stesso tempo rivendicare rispetto, dignità, diritti. Le periferie esprimono culture da ascoltare. "Le prime case erano posate su quella pianura senza forma: erano enormi, bianche, geometriche..." (Le nuove periferie, Petrolio, ed. Mondadori 2005, pag 524). (I.M.)

 

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