Nazionale

Storia di Obi, accolto grazie al calcio e all’Uisp Rovigo

La squadra Uisp del Porto Alegre accoglie e costruisce inclusione. Così Obi è tornato a giocare e sorridere, cercando di dimenticare i traumi della fuga

 

Obi non ha molta voglia di parlare del suo passato, al suo allenatore ha solo accennato le violenze e i soprusi del periodo in Libia, dove era trattato come uno schiavo, picchiato e torturato. Già fuggito dalla Nigeria, ha avuto il coraggio di scappare ancora, è salito sul barcone carico di speranze e con tanta paura di morire. È sopravvissuto e ce l'ha fatta. È sbarcato in Italia, in Sicilia, quattro anni fa, nel 2018 ha raggiunto il Polesine e ha ottenuto lo status di rifugiato, è stato accolto all'ostello Canalbianco. Dopo l'iniziale periodo di smarrimento, ha dimenticato guerre e angherie grazie al calcio. Si allena, scende in campo, diventa goleador e capitano del Porto Alegre, squadra amatoriale Uisp. La formazione porta avanti un progetto di sport e integrazione, grazie alla guida esperta dell'allenatore Francesco Verza.

GUARDA IL VIDEO con l'intervista a Verza, in occasione della consegna del “Premio in memoria di Emiliano Mondonico” per tecnici impegnati nel sociale 

Per Obi ora comincia una nuova vita. Tra applausi e commozione, al termine dell'ultima partita di sabato 1 febbraio ha salutato i compagni di squadra e lo staff tecnico. Il 21enne nigeriano ha trovato finalmente un lavoro: si è trasferito in Lombardia, ha riabbracciato la compagna e la figlia Sole, di un anno e mezzo, che adesso illuminerà le sue giornate. E da vero bomber di razza ha chiuso in bellezza, realizzando il 2-2 nel match contro il Chioggia. L'allenatore Verza perde un attaccante potente fisicamente e in grado di fare reparto da solo, ma è felice per il futuro del suo ragazzo: “Una menzione particolare per il nostro Obi, capitano e goleador, che dopo tre anni ci lascia per andare a realizzare i suoi sogni: buona fortuna bomber. Ha trovato lavoro in un ristorante, in cucina, a Milano. Adesso potrà stare con la sua compagna e la bambina, la priorità va data al lavoro e alla famiglia, però mi ha confidato che gli piacerebbe giocare a calcio anche in Lombardia, del resto le qualità non gli mancano”. Obi ha lasciato il segno nel Porto Alegre. “Ha incontrato tante difficoltà in Libia e non voleva parlarne. Poi con il calcio ha dimenticato tutto, si è integrato bene con il resto del gruppo - racconta Verza - un ragazzo esuberante, che ora si sente realizzato nella sua vita. È importante, per questi giovani, abbandonare lo status di rifugiati, lavorare all'esterno della struttura e diventare autonomi”.

La squadra è composta da un mix tra italiani e stranieri. Sei nordafricani sono ancora ospiti dell'ostello, mentre il resto del gruppo ha trovato un'occupazione, chi in agricoltura, chi nell'artigianato, qualcuno fa il saldatore. Le doti tecniche e fisiche si fanno notare anche dal calcio Figc: “Alcuni componenti della rosa hanno fatto il salto, hanno lasciato gli amatori e ora giocano tra i dilettanti - ricorda con orgoglio l'allenatore - due ragazzi fanno parte del Crespino Guarda Veneta e vengono impiegati con regolarità nel campionato di Seconda categoria”. Allenare questo team, per Verza, è diventata una missione sociale. ”È il terzo anno che lo guido. I ragazzi vivono più serenamente la loro esperienza di migranti, ma soffrono per la lontananza delle famiglie. Il calcio rappresenta una valvola di sfogo, da questa stagione abbiamo inserito sei italiani per aumentare il processo di integrazione. Dopo l'iniziale diffidenza, le squadre avversarie hanno compreso il nostro progetto e ci incoraggiano. Ringraziamo anche agli arbitri, a volte le partite sono dure, spigolose, ma i direttori di gara hanno capito l'esuberanza dei giovani”. Per l'allenatore è fondamentale la collaborazione “che abbiamo instaurato con l'hockey e il Calcio Rovigo, ci alleniamo e disputiamo le partite interne in viale Tre Martiri”. (Fonte: Il gazzettino)

 

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