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VI. Qui scoppia un Sessantotto: "la meglio gioventù" scopre la via sportiva alla rivoluzione. Ma, per favore: "Non inventiamoci i palloni cubici". E immaginiamo lo sport come "servizio"

Nel '68 la società italiana viene spinta verso la modernizzazione attraverso la critica delle istituzioni più conservatrici e la contestazione del sistema politico, economico, culturale. Questa contestazione non poteva lasciare fuori le questioni dello sport e il mondo dello sport. E la Uisp si schiera.
Sarà anzi la prima articolazione della sinistra a tradurre nell'analisi del fenomeno sportivo le istanze antiautoritarie del protagonismo giovanile, della rivolta studentesca, dei fermenti operai, riuscendo a costruire una teoria che non solo demistifica l'utilizzo dello sport da parte del potere, ma getta le basi per un ulteriore salto di qualità per l'organizzazione dell'attività fisico-sportiva di massa, non solo giovanile.
Nasce in seno alla Uisp una contestazione profonda e spesso radicale di un sistema sportivo che privilegia solo i migliori, spende per loro, fa gli impianti solo per loro, commercializza lo sport e gli sportivi, produce competizione esasperata e fenomeni di degenerazione, e spaccia tutto questo per "neutralismo". E' una stagione in cui si sperimentano provocazioni egualitaristiche, furori iconoclasti, spontaneismo, schematismi, utopia. Qualche esempio? Eccone alcuni: premi per tutti o per nessuno, svalutazione dei simboli del primato sportivo, opzioni lessicali tipo "rassegne" anziché "campionati", autoarbitraggi. E così via. Per la verità il territorio Uisp e le Leghe di specialità nascenti rifiutavano le elaborazioni estremizzanti che provenivano peraltro da buona parte del gruppo dirigente nazionale e non solo, cosa che costituiva un dato politico-culturale non indifferente. Un dibattito aperto sul Discobolo titola "Non inventiamoci i palloni cubici".

Datano a questa stagione i maggiori approfondimenti scientifici. La Uisp divulga per la prima volta tra il '67 e il '68 le opere del francese Rouyer ("Presenza e significato dello sport e del tempo libero nella storia dell'uomo") e del polacco Wohl ("Ruolo e limiti dello sport borghese"), opere-chiave di quegli anni nel processo di analisi critica dello sport nella società capitalistica, che incideranno nella definizione ideologica della Uisp e nel suo rinnovamento dal '68 in avanti. Il Discobolo vive il suo momento di maggior profilo politico e giornalistico. Introdurrà nelle abitudini conservatrici della stampa sportiva italiana i contenuti innovativi del cosiddetto "alternativismo uispino". Emblematica la provocazione della copertina del nov/dic '68 con i pugni chiusi di Smith e Carlos a Mexico City.
Questa impostazione della Uisp susciterà un notevole dibattito, critiche severe interne ed esterne, ma anche consensi, e soprattutto molti aderenti: i tesserati da 65.000 nel '68 salgono a 250.000 nel '73, le società sportive da 1.900 a 3.900, i centri triplicano. La Uisp ha dunque colto con lungimiranza la portata di un '68 anche sportivo. In realtà (cfr. Gianmario Missaglia, con interviste su questo tema) lo scontro era sul modello di sviluppo e non su questioni di principio, tipo agonismo sì-agonismo no. Non essendo stato uno scontro di principio, non ha prodotto risultati di principio. Però sarà una fase determinante per la ricchezza di elaborazione di una nuova cultura della Uisp e non solo della Uisp. Sensibilizzerà il movimento sindacale, gli enti locali, il mondo politico e civile. Produrrà una stagione di recupero di valenze salutistiche e socializzanti, uno sport a misura d'uomo, che porrà le basi delle grandi manifestazioni di massa, come le camminate non competitive dei primi anni Settanta, dove si ripeterà quello che era già avvenuto con i Centri di formazione: la saldatura fra attività organizzata e partecipazione.

La provocazione intellettuale dell'alternativismo uispino sessantottesco è una spinta ricorrente nella storia della Uisp e ha progeniture lontane: la componente spontaneistica delle prime società sportive proletarie otto-novecentesche, con la loro insofferenza verso il dirigismo paternalistico delle istituzioni dello sport ufficiale. Caratteristica subito presente nella Uisp dei primi anni: pochi documenti d'archivio, ma molta memoria dei fondatori intervistati riferisce di scontri e discussioni faticose, di avanzate e frenate ("visto che non c'è rinnovamento nel Coni, e che il Coni non cede spazio agli altri, ecco la tentazione separatista...").
E comunque lo sport popolare ha avuto sin dall'inizio le caratteristiche di un percorso duale di complementarità e opposizione: antagonismo, alternativismo, contrasto, e al tempo stesso collaboratività, accordo, armonia. E' l'esperienza della Uisp: anche nei momenti di forte radicalità e di frontalità più marcata, ha prodotto nuovi modelli di attività, modificato consuetudini nella pratica sportiva, contribuito alla sua evoluzione. Tant'è vero che le sue esperienze spesso sono state prima avversate e poi in gran parte mutuate e metabolizzate dallo sport ufficiale. Fra queste due polarità sono leggibili tutta la vicenda e i ritmi dello sport ufficiale, ma anche tutta la storia della Uisp, da sempre "soggetto attivo di un gioco infinito con al suo interno momenti di gioco finito".

 

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