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L'Uisp sugli incidenti in montagna: invece del carcere, più formazione e presenza sul territorio

Il governo ha presentato al Senato un emendamento al decreto legge sulle emergenze: è previsto il carcere per chi provoca una valanga mortale e cinquemila euro di ammenda per chi va in montagna quando i bollettini indicano pericolo. Qual è il punto di vista dell’Uisp?

“Una reazione impulsiva e populista”, dice Santino Cannavò, responsabile nazionale Ambiente dell’Uisp, la più grande associazione di sportpertutti del nostro Paese.“Ancora un grave attacco al mondo dell’attività in ambiente naturale che invece di colmare l’assenza di conoscenza che sempre più dilaga tra i fruitori della montagna, vuole risolvere il problema proibendo la montagna e punendo chi la percorre”.
“Da tempo si insiste sulla pericolosità di certi ambienti naturali, come il mare, la montagna, i fiumi e i laghi. In inverno con le valanghe ed in estate con i vari incidenti, i giornali tornano a titolare della montagna assassina. La stessa cosa vale per il mare, la cui pericolosità raggiungerebbe il culmine in estate, con le attività subacquee”.

Ma nonostante tutto sempre più persone frequentano gli ambienti naturali e spesso si improvvisano alpinisti, escursionisti, velisti e subacquei. Perchè?
“Ci sono due spinte che vanno comparate – prosegue Cannavò – da una parte il bombardamento mediatico al quale siamo sottoposti che riconosce nell'avventura no-limits il senso della vita. Dall’altra, che invece considero positiva, il fatto che in Italia c'è una maggiore richiesta di attività "in plein air" in linea con la media europea”. “E poi altri fattori, che andrebbero esaminati attentamente: la pubblicità che dedica ampi spazi per la promozione turistica della natura , il calo del costo dei pacchetti turistici, la maggiore attenzione ai cambiamenti climatici, oltre alla spinta commerciale esercitata dalle multinazionali che commercializzano attrezzature, abbigliamento e calzature ipertecniche, sono queste le cause che favoriscono l'avvicinamento dei cittadini alle attività in ambiente naturale”.

La natura è anche moda?
“Il problema è che nessuno dei soggetti in causa pone un minimo accenno alla necessaria conoscenza e preparazione fisica per cimentarsi in tali attività. L'impegno della maggior parte degli operatori è rivolto a generare consumo e a muovere economie. La necessità di attirare sempre più cittadini alla fruizione dell'ambiente naturale, al superare i limiti, al passare dal reale al fantastico, ha creato una finta realtà dove il rischio sembra una finzione scenica, dove gli stuntman morti si rialzano alla fine della scena per girarne un'altra. Il virtuale confonde il reale e la conoscenza reale, nell’immaginario collettivo, non è riconosciuta come necessaria”.
”L'inganno della cattiva pubblicità è evidente - prosegue Cannavò - ma non basta a spiegare lo scontro culturale tra chi usa la natura e chi la vive in sintonia , tra chi la consuma come una qualsiasi merce e chi la vive in una continua ricerca del giusto equilibrio”.

Si scontrano due visioni della società?
”Oggi assistere ad una pubblica condanna , come lo è stata quella del responsabile della protezione civile Bertolaso, del ministro Calderoli poi ed oggi del governo, è pericoloso perchè induce l’opinione pubblica ad accettare i divieti come unica soluzione e a sentirsi da questi tutelati. Forse perché il turismo della montagna soffre quando succedono eventi del genere ed invece gli "affari" non possono essere ostacolati da niente, ora arrivano le "leggi speciali" e le strategie d’emergenza, che, attuate nell’interesse collettivo, favoriscono ad ogni costo l'uso dell'ambiente naturale. L'obiettivo è che bisogna "favorire l'economia" senza sollecitare l'indignazione collettiva nè turbare la "pace sociale".

Saranno i divieti a risolvere il problema?
”Lo sappiamo bene che non sarà così, che non saranno le norme e i divieti a risolvere il problema, non saranno le multe salate o il carcere e non sarà l'ipertecnologia a garantire la massima sicurezza nè in mare nè in montagna. Intervenire efficacemente, in fondo, sarebbe semplice: è solo un attento sistema di formazione continua che educa al rispetto delle leggi che regolano i fenomeni naturali e con i quali bisogna convivere”.

Più cultura della montagna e più formazione?
“E' la formazione individuale la garanzia per la sicurezza personale e degli altri, una formazione costruita giorno dopo giorni attingendo dall'esperienza dei più esperti, dalle conoscenze scientifiche, dalle relazioni sociali, dallo stimolo al sapere, compito anche della scuola, dalla possibilità offerta ai cittadini di perseguire passioni, curiosità, ideali. Il vero problema è culturale e lo si avverte in ogni altro campo del vivere. Ritengo che l’associazionismo sia il terreno ideale per diffondere e capillarizzare una cultura sportiva che sappia fruire dell’ambiente naturale in sicurezza. Nonostante l’attacco a cui è sottosposto dagli interessi di chi vuole accaparrarsi l’uso esclusivo degli ambienti naturali ai soli fini commerciali, resta l’unico “esercito” in grado di potere vincere la battaglia contro l’incoscienza di chi frequenta mare e montagna senza alcuna conoscenza e senza alcun rispetto delle leggi naturali e umane”.

Il governo fa tutto il possibile?
“Non credo. E’ facile salvarsi la coscienza affidandosi ai divieti. E’ necessario che il governo, alla cui gestione è affidata la sicurezza dei cittadini, invece di emanare leggi speciali e garantire una lobby minuscola di operatori, colga l’opportunità offerta dalla presenza sul territorio di migliaia di società sportive ed associazioni per diffondere una nuova cultura della montagna”.

Di che cosa c’è bisogno?
“Urge un’ immediata revisione della legge che garantisca la formazione e l’accompagnamento in montagna, definendo la nascita di un sistema di agenzie formative accreditate, sul modello europeo. Nell’immediato e nell’interesse collettivo bisogna urgentemente organizzare una task-force nazionale che coinvolga: gli operatori della montagna, Guide alpine, gestori impianti e rifugi, gli operatori delle aree protette, come Guide ed esperti, le associazioni e gli enti di promozione sportiva come CAI, UISP, FIE, AGESCI, CENGEI e così via. Ma anche il CONI, con le federazioni FASI e FISE e le Università, a cominciare da Scienze motorie che andrebbe valorizzata”.

Quali sono i compiti dell’associazionismo?
“Lavorare in profondità, nella cultura e nel senso comune. Senza moralismi inutili ma puntando sulla prevenzione. E quindi: Diffondere quantità di sapere e garantire ai cittadini e soci la possibilità di fare esperienze sportive in sicurezza, svolgere le attività in ambiente naturale senza che tale diritto sia sottoposto ad alcuna forma di commercializzazione. E salvaguardare i luoghi naturali dalla trasformazione in grandi "parchi gioco" della città, svuotandoli di tutto il loro contenuto culturale. Puntare sulla formazione continua e di massa, per tutti i soci anche con l’apporto degli operatori sportivi volontari formati e preparati oltre che nella parte tecnico-specialistica anche negli aspetti ambientali, sociali ed associativi. Infine, ma più importante di ogni altra cosa : difendere la libertà dei cittadini di aggregarsi in formazioni sociali nelle quali esprimere e svolgere la crescita della persona , diritto inviolabile garantito dall’art. 2 della Costituzione Italiana”.