Santino Cannavò, responsabile nazionale Ambiente Uisp e presidente della Lega montagna, è intervenuto nella trasmissione di Radio 1 Rai, “La radio ne parla”, andata in onda oggi, martedì 2 marzo, tra le 12.35 e le 13. Tema della puntata: incidenti in montagna.
Il Senato ha respinto la proposta del governo di inasprire le pene per chi provoca valanghe e si arrischia nei fuori pista. “La repressione non risolverà questo come gli altri problemi della nostra società – ha detto Cannavò, intervistato dalla giornalista Fenesia Calluso - E’ un problema culturale”.
“Noi, e insieme a noi molte altre associazioni, tentiamo di lavorare alla diffusione della conoscenza della montagna. Dobbiamo cercare di capire quanto riusciamo a intercettare quei cittadini che in un periodo dell’anno si improvvisano sciatori. La natura ormai si disconosce. Ci sono professionisti che lavorano all’informazione ma molti non seguono i bollettini della neve, ad esempio. Più in generale, l’ 'abc' del rapporto con la natura non lo insegna nessuno. Né la scuola, né l’università, e in questo caso mi riferisco ai corsi di laurea in scienze motorie. Ma neanche i soggetti interessati nella gestione delle località sciistiche”. Il 55% della superficie dell’Italia è fatto da montagne. Per Cannavò, dovrebbe esserci una politica nazionale per diffondere la conoscenza del territorio. Soprattutto oggi che il numero dei praticanti delle discipline invernali è aumentato esponenzialmente.
L’aumento dei praticanti è dovuto anche ad una certa tendenza a presentare la natura come fenomeno di moda. “E’ un fenomeno – ha dichiarato Cannavò – legato al bombardamento mediatico di chi vende pacchetti turistici o specifiche attrezzature come se queste risolvessero ogni problema”. Ma è probabilmente una tendenza fuorviante che in realtà nasconde “un’artificializzazione della natura. La natura che diventa uno strumento per soddisfare i miei bisogni. Molto spesso chi scia non si rende conto di cosa c’è ai lati della pista, non si rende conto che la natura è molto di più”. E’ un modo di vivere la montagna inconsapevole e che finisce per “riproporre quello che troviamo normalmente in città: caos, ingorghi e utilizzo spropositato delle risorse”.
(F. Se.)