Dal 1948 al 1950 l’Unione Italiana Sport Popolare (UISP) di Bologna e il quotidiano bolognese - vicino al Partito Comunista Italiano (PCI) - “Il Progresso d’Italia” organizzarono tre edizioni de “La corsa al mare”. La prima corsa a tappe nella storia del ciclismo femminile italiano. Un’esperienza unica, d’assoluta avanguardia, di cui non si trova traccia nella stampa sportiva specializzata del tempo, né, tantomeno, nelle storie generali del ciclismo o negli annali o albi d’oro della Federazione Ciclistica Italiana (FCI). Sul suo svolgimento doveva calare un silenzio assordante, che non disturbasse la narrazione di un ciclismo titanico, virile, per soli uomini.
Interrompe questo silenzio il saggio "La corsa al mare 1948: prima gara ciclistica femminile a tappe", edito da Enciclopedia delle donne, di Sergio Giuntini, presidente della Società Italiana dello Sport (SISS) e professore all’Università Statale di Milano e a Roma Tor Vergata. Giuntini ricostruisce questo evento in base alle documentazioni dell’epoca per risarcire le sportive che ne sono state protagoniste coraggiose e tenaci. Queste donne, queste ragazze erano appena uscite dalla guerra, alcune tra loro avevano contribuito alla Resistenza nei Gruppi di difesa della donna e per loro quelle “corse al mare” rivestivano un significato più ampio, costituivano un percorso, concreto e simbolico, verso nuove e più ampie libertà. Un percorso pieno di ostacoli e di faticose salite verso il riconoscimento del diritto a praticare sport competitivo, a vestirsi in modo comodo e consono all’attività fisica, a sfrecciare per le strade liberamente e con gioia.
La prima edizione se l’aggiudicò Jella Menozzi: una ragazza reggiana dell’Associazione Ragazze d’Italia (ARI), l’organizzazione giovanile dell’Unione Donne Italiane (UDI). Le altre due “corse al mare” andarono invece a un’altra corridora emiliana, Agusta Fornasari, che era stata staffetta partigiana della IV Brigata Garibaldi “Remigio Venturoli”. La gara partiva da Bologna e, toccando via via Imola, Forlì, Cesenatico, Rimini, Pesaro ecc. raggiungeva il mar Adriatico. Nel 1950 una tappa si concluse nella Repubblica di San Marino, impegnando le atlete nella salita del Monte Titano.
Uisp Bologna e “Progresso d’Italia”, le tante corridore che sfidarono i pregiudizi e il maschilismo allora imperanti, si cimentarono in una sorta di “utopia lungo la via Emilia”. E ne uscirono vincenti: “L’ansia dei lunghi giorni d’attesa – scriveva “Il Progresso d’Italia” del 22 luglio 1948 – è scomparsa. Stasera si parte. Alle ore 18 il sindaco di Bologna abbasserà la bandierina rossa ed un nugolo biondo e bruno di fanciulle volerà sul nastro levigato della via Emilia. La grande avventura comincia […] La retorica figura della donna in salotto o in cucina è scomparsa: ora le ragazze vanno in bicicletta, si fanno il loro bravo, piccolo “Giro d’Italia” e sognano le acerrime salite del Pordoi e del Falzarego”.
Il saggio di Sergio Giuntini ricostruisce questo evento eccezionale in base alle documentazioni d’epoca, alle puntuali cronache del “Progresso d’Italia”, risarcendo quelle donne, coraggiose e sfrontate, colpevolmente dimenticate, che ne furono protagoniste. Un percorso femminista a suo modo rivoluzionario, irto di ostacoli, verso il pieno diritto a praticare sport, vestirsi in modo comodo e consono alla loro attività fisica, a sfrecciare per le strade con felicità e gioia. Insomma, a vivere semplicemente libere e autodeterminate.