Nazionale

"Affrontare le contraddizioni, per uno sport accogliente ed inclusivo"

Manuela Claysset, responsabile politiche di genere e diritti Uisp, è intervenuta al Congresso nazionale delle dirigenti e manager dello sport

 

Sabato 17 ottobre Manuela Claysset, responsabile politiche di genere e diritti Uisp, è intervenuta al Congresso nazionale delle dirigenti e manager dello sport, che si è svolto a Roma. L’iniziativa è stata organizzata da Assist con la collaborazione di Roma Città Metropolitana e “La Corsa di Miguel”, col patrocinio dell’Università di Roma “Foro Italico”, Coni, ILO, e Sport e Salute.

L'intervento ha rappresentato l'occasione per ricordare il ruolo di battistrada che l'Uisp ha avuto nell'affermare i diritti delle donne nello sport. Molti passi in avanti sono stati fatti ma rimangono sfide da portare avanti:"Uno sport che esclude non è lo sport che vogliamo". 

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"Se parto da me, e dalla mia esperienza di dirigente, devo partire dalla fine degli anni 80 del secolo scorso - ha esordito Claysset - Non vengo dallo sport agonistico, blandamente partecipavo ai campionati scolastici. Sono piuttosto una persona esclusa dallo sport, di quando si insegnava educazione fisica a scuola divisi per genere, amante della pallavolo, nella banale prova di palleggio per la professoressa ero assolutamente negata e quindi eternamente in panchina. Una vita caratterizzata dall’impegno politico, nell’associazionismo e nei movimenti dei diritti delle donne, valori che mi hanno portato ad incontrare lo sport, partendo proprio dall’associazionismo sportivo. Lo sport come uno degli ambiti più maschilisti e patriarcali, un mondo di uomini, dove le donne erano decisamente lontane, orpelli o poco più. Lo sport come uno spazio per persone forti, corpi prestanti, dove debolezza e corpi non conformi erano esclusi".

"Ma è innegabile che culturalmente lo sport nel nostro Paese era, e in parte ancora resta ai margini anche della politica, spesso si considera solo lo sport di vertice e competitivo, senza valorizzare al meglio la pratica motoria e sportiva di base. L’impegno delle donne e la cultura del femminismo hanno faticato a considerare lo sport come un ambiente dove portare battaglie e diritti. Ma le donne hanno sempre fatto sport e finalmente tante storie vengono alla luce. Anche in quelle discipline meno “femminili”. Le donne hanno combattuto per portare avanti istanze, per i diritti e le tutele. Il mio impegno nella Uisp parte proprio così, come una sfida per far crescere la pratica femminile, promuovere lo sport anche quello non riconosciuto, impegnarmi per i diritti delle donne".

"La Uisp si è caratterizzata per questo. Promuovere lo sport delle donne quando questo non era riconosciuto, dal ciclismo, al calcio, al rugby. La Uisp ha contribuito ad aprire la strada al riconoscimento delle varie discipline ancora escluse. Ha scritto la prima Carta dei diritti delle donne nello sport nel 1985, fatta propria dall’assemblea legislativa europea. Una Carta che è cresciuta, cambiata nel tempo fino ad arrivare nel 2010 alla Carta europea dei diritti delle donne nello sport. Una Carta che per noi è agita, è la nostra base politica, per una associazione antirazzista e antifascista, contro ogni forma di discriminazione. Il notro impegno è diretto a cambiare lo sport, aprirlo a nuove richieste e nuove sperimentazioni, per uno sport che sia davvero per tutt3".

"Da dirigente – presidente di Comitato, responsabile di progetti e politiche – ho faticato non poco, a farmi chiamare e firmare la presidente, ma i cambiamenti si fanno stando dentro alle scelte, le azioni, partendo da basso. Facendo rete, facendo crescere la presenza e la cultura femminista nelle nostre realtà, collaborando e non primeggiando.

Occorre certamente puntare in alto e darci degli obiettivi per tutto lo sport. Il primo cambiamento ed impegno deve partire da noi. In questa sala, ci sono molte storie ed esperienze diverse, abbiamo ruoli diversi e forse Congresso non è proprio il termine giusto. E’ un confronto importante e utile per dare un contributo, prendere degli impegni e chiedere cambiamenti alla politica. Occorre capire quali sono i punti in comune e quali le iniziative che si vogliono mettere in atto, con coerenza. La prima cosa, anche in linea con il pensiero femminista e transfemminista, è partire da noi: portare il cambiamento nei nostri ambiti sportivi. Dobbiamo puntare ad essere coerenti, per avere chiarezza nel sistema sportivo di questo Paese, chiedere una crescita della presenza delle donne, ma soprattutto che ci siano azioni e politiche femministe, per le donne e le fasce più deboli. Fare anche delle scelte, essere partigiane, dire da che parte vogliamo stare, collaborare, valorizzare chi porta avanti azioni e scelte coerenti, ad esempio nel ricambio degli organismi dirigenti e nella trasparenza nell’uso delle risorse. Superare quel rischio che è tanto di moda di fare solo proclami – una sorta di pinkwashing – senza un impegno concreto. Occorre portare un cambiamento in un ambiente che rischia di essere troppo lontano dalla realtà, dove spesso si confondono ruoli, chi controlla ed è controllato, in un ambiente sportivo che rivendica autonomia dalla politica senza contare quanti uomini politici siedono in ruoli da dirigenti dello sport. E' necessario affrontare le contraddizioni, se vogliamo davvero uno sport accogliente ed inclusivo".

"Come Uisp abbiamo attivato da molto tempo la tessera Alias per le persone transgender. Una scelta ribadita e che si basa sull’autodeterminazione delle persone trans e non binarie. Se vogliamo mettere in atto il cambiamento e parlare dello sport come un diritto, questa è una scelta per noi coerente. Come donne atlete e dirigenti cosa diciamo? Uno sport che esclude non è lo sport che voglio come dirigente Uisp. Abbiamo altri problemi da vedere e su cui agire: parliamo di dirigenti maschi e delle poche donne nei ruoli dirigenziali, ma c’è anche un tema legato all’età. Non ci sono giovani: ragazzi e ragazze troppo spesso fanno sport fuori dai contesti organizzati, dalle associazioni, dalle sedi di partecipazione. Dobbiamo interrogarci su come accogliere culture e storie diverse; spazi sportivi ideali; piscine e palestre al femminile; coinvolgere le diverse comunità; lavorare negli istituti penitenziari e nel sistema sanitario che si occupa di salute mentale e benessere. Per uno sport sociale che deve essere valorizzato, vissuto, non solo sfruttato. Da questo confronto vorrei che si puntasse in alto. Mettiamo impegno, per cambiare una cultura patriarcale, il nostro linguaggio, quell’idea di sport in cui il ruolo maschile è sempre più importante e vincente. Chiediamo alle forze politiche scelte mirate. Ad esempio: lo sport come diritto per tutte le persone, anche se c'è stata la modifica dell’art 33 non è ancora un diritto garantito. E sono troppe le distanze, le disuguaglianze, anche solo per accedere alla pratica sportiva. Lo sport resta un lusso che molte persone non possono permettersi e le donne sono le prime ad abbandonare. Oppure, chiediamo chiarezza dei ruoli nel sistema sportivo, di rivedere la governance dello sport e completare quella riforma. Questo è quello che occorre mettere in atto con coerenza. Non bastano le Carte, i premi e i proclami. Occorrono scelte".