Nazionale

Per una storia delle discipline orientali

Sergio Raimondo, presidente dell'Area nazionale discipline orientali Uisp, ha ricostruito per il prossimo numero di Stile libero, n.1 del 2012, una storia delle discipline orientali nel nostro paese. Ne riportiamo alcuni passaggi.
"Studiare la storia dello sport in Italia - afferma Raimondo - è un intento che comporta serie difficoltà innanzitutto dovute al reperimento delle fonti. Lo stato degli archivi specializzati presenta in generale più luci che ombre, ma il buio diventa più fitto quando l’interesse dello studioso si rivolge alla storia degli avvenimenti vivi soprattutto a livello popolare più che su quello delle ribalte mediatiche. È senza dubbio il caso della storia delle arti marziali, in particolare se si cerca di dare conto di questo peculiare fenomeno con dati quantitativi seriali, rintracciabili soltanto in registrazioni statistiche ovunque irreperibili. In questo quadro è dunque indispensabile rintracciare le fonti in sedi insolite".
"La stessa comparsa in Italia della prima disciplina marziale asiatica, il Judō - continua Sergio Raimondo - è stata trattata da Livio Toschi, cintura nera di judo e studioso di storia delle discipline orientali, ricorrendo a documenti di origine militare. Toschi ha potuto così accertare che il Judō fu introdotto ufficialmente nel nostro paese nel 1908 con diverse dimostrazioni tenute a Roma alla presenza di Vittorio Emanuele III di Savoia, dopo che già da due anni i marinai italiani di stanza nei mari cinesi avevano stretto rapporti con le autorità giapponesi della disciplina. Nella sede della Farnesina sorse allora una palestra per il Judō accanto a quelle per la lotta greco-romana, la scherma e il pugilato e alla piscina, ai campi e allo stadio".
"Un altro esempio di fonte obliqua per lo storia delle arti marziali in Italia sono gli Atti parlamentari che contengono le inchieste sulla condizione dello sport nel nostro paese. Una di queste inchieste fu condotta nei primi anni Settanta quando le arti marziali di origine giapponese vantavano una tale propagazione anche nella nostra società da rendere necessario un approfondimento conoscitivo sulla loro realtà. Ecco allora che l’attenzione alle quotidianità e allo spessore concreto degli individui sostituisce senza rimpianti una concezione elitaria e monumentale della storia. In altri termini - conclude Raimondo - alcune storie personali attraggono lo studioso perché in esse si possono ritrovare illuminanti esempi dell’interazione tra dimensione privata e pubblica che attraversa ognuno di noi".

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