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Potere politico internazionale ed eventi sportivi, da Hitler a Mandela

Una lezione dello storico dello sport, Nicola Sbetti, per leggere la geopolitica attraverso lo sport: "Quest’ultimo riesce a conservare spazi di autonomia"

 

Leggere la geopolitica attraverso lo sport è stato il tema che Nicola Sbetti, sociologo e storico dello sport all’Ateneo di Bologna, ha sviluppato nel suo intervento al seminario del Dipartimento di Scienze Politiche all’Università Sapienza giovedì 14 maggio. Introdotto dal prof. Paolo Sellari, Sbetti ha svolto una narrazione che ha ripercorso le principali tappe del rapporto tra potere politico, identità del territorio e gestione/organizzazione degli eventi sportivi, a partire dalle prime Olimpiadi moderne del 1896 ad Atene per finire al gigantismo delle manifestazioni dei giorni nostri, soprattutto quello dello sport statunitense: il Super Bowl del football americano, la globalizzazione della Nba e i prossimi Campionati del mondo di calcio in programma a giugno negli Stati Uniti, Canada e Messico.

“Lo sport non riflette esattamente il mondo della politica. O, per meglio dire, anche se i rapporti di forza politici tendono a riflettersi sullo sport, quest’ultimo riesce a conservare degli spazi di autonomia”, è stata la premessa di Sbetti agli studenti. L’autonomia è stata garantita dalla nascita delle istituzioni sportive che al tempo stesso possono essere considerate “attori politici” ma decisamente sui generis. “E’ chiaro - afferma Sbetti - che le organizzazioni sportive internazionali debbano fare i conti con le pressioni esterne e con la politica internazionale ma allo stesso tempo hanno alcune piccole armi di difesa. Diciamo delle carte da utilizzare per fronteggiare l’ingerenza esterna”.

Tra le armi a disposizione il sociologo dello sport elenca: i regolamenti delle organizzazioni sportive (e la coerenza nell’applicazione delle norme contenute); l’organizzazione degli eventi attrattivi per lo Stato; il riconoscimento, ossia la facoltà di espellere e sospendere un proprio membro. “Però c’è un limite - mette in guardia Sbetti - perché il valore a cui da sempre si ispira lo sport è quello dell’universalismo”. Per chiarire il concetto lo studioso fa ricorso a un esempio di grande attualità, ossia l’esclusione della Russia dalle competizioni sportive internazionali. Una decisione presa dall’alto, sulla scia di un’indignazione popolare molto estesa, ma che gli organismi sportivi globali hanno adottato senza troppo entusiasmo.

Sbetti poi passa a esaminare le ragioni della “neutralità” che lo sport rivendica nei confronti della politica precisando però che “tenere fuori la politica dallo sport è cosa di fatto impossibile”. Anzi, la dichiarata apoliticità dello sport è al tempo stesso un’affermazione politica. “E serve a garantire uno spazio di autonomia rispetto alle pressioni esterne”.

Passando ad analizzare gli enormi interessi economici che lo sport professionistico muove, il sociologo si è soffermato sulle leghe professionistiche. Precisando poi che la novità più rilevante è rappresentata dagli investimenti dei fondi sovrani nazionali sia come proprietà che come sponsorizzazioni. “Si tratta - spiega Sbetti - di investimenti non tanto per un ritorno economico quanto per un’affermazione della propria immagine che, attraverso gli eventi sportivi di grande rilevanza, diventa riconoscibile in tutto il mondo”. 

Per illustrare agli studenti la valenza del legame tra uomini politici ed eventi sportivi, Sbetti si sofferma su due figure che nel corso del secolo scorso hanno voluto legare la propria figura a una manifestazione. I due soggetti presi ad esempio dal professore dell’università di Bologna sono agli antipodi tra loro: da una parte Adolf Hitler, che presenziò alle gare di atletica leggera delle Olimpiadi di Berlino del 1936 con l’intento di esaltare il potere organizzativo del Terzo Reich, e dall’altra Nelson Mandela che utilizzò i Mondiali di rugby del 1995 in Sudafrica come potente strumento per unire la "Nazione Arcobaleno" e superare le divisioni interne generate da  decenni di segregazione razziale nel Paese. Personaggi diversi, finalità diverse ma lo stesso canale comunicativo: lo sport. (Massimo Filipponi)

(Foto: RaiCultura)