Paolo Bonfanti è un grafico e videomaker lombardo, insegnante in un centro di formazione professionale, ha una passione per la boxe fin da giovane senza averla mai praticata e, oggi, si ritrova ad essere l’ideatore, fondatore e realizzatore di Spop-Il magazine dello sport popolare, testata registrata per una rivista trimestrale che mette su carta le storie, gli obiettivi, i valori delle palestre popolari italiane.
Da dove nasce questa avventura?
“Ho conosciuto per un lavoro un corso di boxe proposto da una palestra commerciale - racconta Paolo - ho fatto delle prove per provare a dare seguito alla mia passione per questo sport, ma non mi sentivo a mio agio. Allora un’amica mi ha parlato della palestra popolare Trollman di Bergamo, realtà nata all’interno del centro sociale cittadino e intitolato al celebre pugile sinti tedesco perseguitato dal regime nazista, l’ho scoperta e da quel momento non l’ho più lasciata. Dal 2019, poco prima dell’inizio della pandemia, il mio tempo libero ruota intorno a questo mondo, ne sono rimasto affascinato e sono entrato a farne parte in maniera attiva contribuendo alle iniziative e studiando nuove possibilità di sviluppo”.
Pienamente coinvolto nel mondo delle palestre popolari, Bonfanti inizia a frequentare altri spazi in altri territori e, durante un evento a Bologna con la palestra popolare Lupo Rosso, decide di realizzare un documentario sulla boxe popolare, “Fuori i secondi”, uscito lo scorso anno. “Per realizzarlo ho visitato 18 palestre di boxe, diverse delle quali affiliate Uisp, un’esperienza molto interessante che mi ha fatto pensare quanto fosse limitante fermarsi solo alla boxe: ho sentito il bisogno di valorizzare il potenziale di questo movimento, esistono molte polisportive popolari che propongono le attività più diverse, dallo yoga ai tessuti aerei, fino agli sport di squadra. Per riuscire a parlare di tutti gli sport ho pensato ad una rivista che potesse accogliere tutte le realtà in Italia e alzare l’asticella nella conoscenza di questo vasto ambito. Ho preso contatto con le tante realtà conosciute per la realizzazione del doc e all’inizio del 2026 ci siamo messi al lavoro per la pubblicazione del primo numero, uscito ad aprile”.
La peculiarità di questa proposta, che Paolo Bonfanti gestisce insieme alla direttrice responsabile Chiara Di Paola, giornalista fondatrice del sito calciopopolare.com, e con la collaborazione di Roberta Frigeni, è che è composta con i contributi dei gruppi sportivi popolari che realizzano gli articoli, a cura di collettivi o di singoli. “Hanno carta bianca sulla tipologia dei contenuti, che possono essere interviste, racconti, approfondimenti tematici, io suggerisco solo di allargare il punto di vista e andare oltre lo sport, per aprirsi a temi sociali che sono nella natura di queste comunità”.
Ad esempio, nel secondo numero di Spop si parla del progetto “From the river to the field” che coinvolge varie realtà di calcio popolare ed è rivolto a gruppi sportivi palestinesi. Il magazine ha una cadenza trimestrale, non ha un prezzo di copertina, ma prevede una sottoscrizione libera per chi la richiede e per i gruppi che la distribuiscono nei propri spazi.
Perchè la scelta di produrre una rivista di carta?
“I contenuti sul web sono tanti, troppi, e spesso passano inosservati, lo sport popolare è un ambiente in cui i valori vengono prima di tutto, anche prima delle discipline, credo sia importante avere qualcosa di tangibile, lasciare una testimonianza che rimanga nel tempo. Ad aprile siamo usciti con il primo numero, ancora una versione sperimentale, ora sto aggiustando il tiro e cercando partner e sponsor che condividano i nostri valori e possano sostenerci per per aumentare la tiratura e far conoscere lo sport popolare a più destinatari. Spop coinvolge anche artisti e artiste legate al nostro contesto sociale a cui chiedo di realizzare le copertine dei vari numeri; allo stesso modo ogni numero ha un suo fumetto originale, mentre le foto a corredo degli articoli ci arrivano dalle palestre che collaborano“.
Cosa caratterizza lo sport popolare, cosa lo rende speciale?
“Quello che lega le persone che lo frequentano sono i valori: non sono palestre low cost ma spazi in cui tutti danno qualcosa, in base alle proprie possibilità, c’è orizzontalità, autogestione, antifascismo, antisessismo e antirazzismo. Sono ambienti inclusivi, intergenerazionali e accoglienti, dove puoi essere quello che sei senza essere giudicato. Si vive una dimensione di condivisione anche con le realtà di territori limitrofi, è un grande elogio al collettivo. Dobbiamo dire che in questi anni è anche cambiato il modo di concepire la palestra popolare, in particolare negli sport da combattimento: all’inizio molte sono nate su una necessità di autodifesa per persone che animavano spazi alternativi ed erano un po’ prese di mira da gruppi violenti, ora rappresentano il puro piacere di praticare uno sport che propone un allenamento completo e non prevede necessariamente l'incontro con un rivale. Anche quando avvengono, gli incontri sono sempre interpretati in chiave morbida, senza troppo agonismo, ma principalmente in termini ludici. In questo periodo storico lo sport popolare gode di buona salute, è diventato parte di un mondo che rappresenta la controcultura e che prima non prendeva in considerazione lo sport, ma ora i centri sociali sono in difficoltà e le palestre popolari sono un nuovo canale, una cassa di risonanza utile a condividere un messaggio”.
E’ possibile seguire Spop sulle pagine social Facebook e Instagram, o cercare il “distripoint” più vicino dove trovare i numeri o richiederli in spedizione. (Elena Fiorani)