Poco dopo le 21 del 6 maggio del 1976, cinquant’anni fa, un terremoto di magnitudo 6,4 colpì il Friuli e l’intera regione Friuli Venezia Giulia. L’epicentro del sisma era vicino a Osoppo e Gemona del Friuli, a nord di Udine: in totale vennero coinvolti 137 comuni. Morirono 990 persone, più di 3 mila rimasero ferite e più di 100 mila furono costrette ad abbandonare le loro case: 18 mila furono completamente distrutte e 75 mila rimasero danneggiate.
Gemona, in provincia di Udine, fu uno dei paesi più colpiti dal sisma. Oggi, cinquant'anni dopo, raccontiamo di un popolo che ha saputo mostrare una resilienza fuori dal comune, collaborando al fine di riconquistare alla propria vita.
“La tragedia del terremoto ha segnato la storia del Friuli Venezia Giulia e della sua gente - dice Sara Vito, presidente Uisp Friuli Venezia Giulia - per questo, martedì 5 maggio, in occasione della riunione del nostro consiglio regionale Uisp abbiamo ricordato in apertura, insieme al presidente nazionale Tiziano Pesce, le vittime del terremoto, esprimendo vicinanza a chi ha perso i propri cari e ricordando anche l'enorme sforzo che è stato fatto immediatamente dopo il sisma dalla popolazione e dalle istituzioni locali per rialzarsi e ricostruire le comunità. Uno sforzo di tutti, con la partecipazione di molti giovani volontari e al quale ha dato il suo contributo anche l’Uisp, che all'epoca era fusa con Arci. Quell’evento fa parte della memoria condivisa di tante famiglie e di un’intera popolazione che ha saputo esprimere solidarietà e voglia di futuro. L’associazionismo e il terzo settore hanno dato prova di coesione sociale e ognuno ha cercato di fare la propria parte”.
Il motto di allora fu proprio “prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”: per chi era rimasto senza casa ma era in grado di lavorare furono recuperate migliaia di roulotte in giro per l’Italia, per garantire un minimo il lavoro nelle aziende che non erano state colpite. Poi si cominciò a pensare alla ricostruzione, che si voleva fare «dov’era e com’era». Il Friuli non si limitò a rimettere in piedi ciò che il terremoto aveva distrutto. La ricostruzione diventò una scelta di futuro. Dopo le macerie, la regione seppe immaginarsi diversa, più moderna, più organizzata, più connessa. Il modello Friuli Venezia Giulia si fondò anche sulla fiducia nelle comunità locali e negli amministratori del territorio. Non una ricostruzione calata dall’alto, ma un percorso in cui i Comuni ebbero un ruolo operativo e politico determinante.
Foto: sito internet Dipartimento Servizio Civile