Nazionale

Dal gioco alle medaglie: il successo della strategia norvegese

I successi della Norvegia alle Olimpiadi invernali hanno riportato alla ribalta la politica sportiva del paese scandinavo. Il commento di M. Di Gioia

 

La vittoria nel medagliere di Milano Cortina 2026 ha riportato agli onori della cronaca la strategia norvegese di promozione dell’attività fisica e dello sport tra bambini e ragazzi. Infatti, la Norvegia con i suoi 5,6 milioni di abitanti, ha nuovamente stracciato tutte le altre rivali come successo alla precedente edizione dei Giochi invernali. Il paese scandinavo sta eccellendo non solo nelle discipline invernali ma anche in altre, come il calcio o l'atletica, per questo si è tornati a parlare delle politiche avviate dal governo di Oslo in materia di sport, in particolare giovanile. Il pilastro centrale è semplice e rivoluzionario: prima dei 13 anni non sono ammesse classifiche e graduatorie. La parola d'ordine è mettere al bando l'agonismo: nei tornei e nelle competizioni riservate alla fascia dei giovanissimi non vengono stilate classifiche e graduatorie nazionali; e se vengono consegnati premi, questi devono andare a tutti, anche a chi arriva ultimo. Il divertimento deve essere l'elemento chiave. Tutto questo da un lato allarga la partecipazione dall'altro non  assilla con l'ansia da prestazione. Risultato: gli atleti che si affacciano alle competizioni - dall'adolescenza in poi - in cui il risultato inevitabilmente conta, non sono stressati e non abbandonano l'attività.

“Il tema sport va praticato 365 giorni all’anno, non solo in occasione di grandi eventi, come le Olimpiadi - commenta Michele Di Gioia, responsabile politiche educative Uisp -  perchè la capacità di ampliare la base dei praticanti si costruisce con politiche e strategie condivise e strutturate. L’Uisp mette in evidenza ogni giorno come lo sportpertutti proponga un approccio che non fa leva sulla performance, che è utile ad aumentare la partecipazione ma anche ad evitare l’abbandono. Infatti, il drop out sportivo continua a crescere e continua ad abbassarsi l'età in cui si rinuncia a praticare uno sport. La Norvegia ha maturato una cultura sportiva che può diventare un modello, perchè dimostra che è in grado di ottenere risultati anche in termini agonistici. Credo che debba diventare uno spunto per riflettere sulla proposta sportiva del nostro Paese e su come limitare una cultura del vincitore che preclude a tanti la possibilità di continuare a praticare”.

Negli ultimi 20 anni sono stati numerosi gli studi che hanno cercato di individuare le cause del drop out sportivo e il punto in comune a tutte le ricerche è la specializzazione precoce, cioè l’allenamento tecnico specifico per l’acquisizione di abilità finalizzate al raggiungimento della migliore prestazione possibile. Invece in Norvegia, fino all’età di 13 anni bambini e bambine, ragazzi e ragazze, praticano sport senza nessuna forma di classifica, podio o premio. L’obiettivo è fare in modo che lo sport sia parte del loro sviluppo psico-sociale, che sia una forma di divertimento e socializzazione e che li faccia crescere come degli adulti maturi, e non come il decenne più forte al mondo. 

“Il modello norvegese è ormai sperimentato da vari decenni - prosegue Di Gioia - la scelta di mettere al centro la crescita e lo sviluppo dei minorenni, tenendoli al riparo da competitività esasperata e ansia da prestazione, aiuta a costruire una cultura sportiva innovativa, inclusiva e accogliente. L’Uisp è impegnata da sempre a trasferire modelli tesi alla crescita equilibrata di bambini e bambine, che non puntino sul mero risultato sportivo. Siamo stati pionieri e continuiamo a porre grande attenzione alla lotta alla discriminazioni e alla tutela dei minori, partendo dalla formazione di operatori e dirigenti. E’ chiaro che per cambiare la cultura di un Paese servono alleanze tra tutti i soggetti che gravitano intorno allo sport, per costruire politiche e strategie condivise”.