L’altra faccia della medaglia. Il 6 febbraio ci attende l’apertura dei Giochi olimpici di Milano-Cortina. Grande spettacolo mediatizzato, globale e universale. Da guardare con gli occhi con i quali si guarda un evento sociale planetario, lo spettacolo del nostro tempo: lo sport.
Senza pregiudizi, nè trionfalistici, nè dispregiativi. Ma con realismo, guardando ai fatti. Agli atleti e alle atlete impegnati in campo, ma anche a quello che avverrà fuori dai campi di gara, perché tutto, proprio tutto, concorre a fare dello sport un grande fenomeno sociale. Cercando di distinguere l’emozione e la gioia dall’analisi critica di ciò che accade intorno.
La cronaca di questi giorni ci parla della corsa per chiudere le infrastrutture sportive completate di fretta come la pista di bob e lo stadio del ghiaccio che ospiterà le gare di hockey. Un dedalo di appalti e subappalti sui quali Libera, l’associazione fondata da Luigi Ciotti, mette in guardia da tempo. I diritti dei lavoratori nei cantieri spesso stressati al limite, come denuncia da tempo Amnesty International. Pietro Ziantoni, operaio cinquantacinquenne è morto in una notte fredda mentre svolgeva il suo lavoro di guardiania in un cantiere. E' in corso un'inchiesta. Le forti preoccupazioni per l'impatto ambientale espresse dalle associazioni locali e da Legambiente. Associazioni di cittadini protestano contro questo spettacolo per ricchi, contro le speculazioni fondiarie e immobiliari e conto il lavoro povero che ha generato. Le proteste di alcune comunità territoriali e gruppi di azione civica locali sono rimbalzate sul territorio, da Bormio a Castelfranco, da Feltre a piccole comunità montane. Poi i costi, lievitati in maniera esponenziale, come evidenziato dalla trasmissione Report.
Ci si chiede: proprio per la sua natura di grande evento sociale e sportivo, anche festoso e spettacolare, non era il caso di coinvolgere durante il percorso di preparazione dei Giochi, le reti civiche del territorio e l’associazionismo del terzo settore? Poteva venirne fuori un modello nuovo, condiviso e partecipato. Si chiama coprogrammazione.
Rimaniamo in ambito sociale e sportivo e proviamo ad unire i puntini. Partiamo dal mese scorso, nel corso dei sorteggi per i Campionati Mondiali di calcio Donald trump ha ricevuto dalle mani del presidente Fifa Gianni Infantino, un premio speciale come riconoscimento per azioni straordinarie svolte per la pace e l’unità. Una sorta di Nobel per la pace sportivo. Nel corso degli ultimi quaranta giorni siamo piombati in un clima di strategia della tensione internazionale. Dopo il Venezuela, le minacce a Cuba e la Groenlandia, ritenuta territorio necessario per la sicurezza nazionale, il presidente Usa non perde occasione per destabilizzare il già precario equilibrio internazionale, senza riuscire a fermare i conflitti e le violenze in atto a Gaza e in Ucraina. Che cosa significa lo sport per chi è alla continua ricerca di sponde simboliche per rifarsi la faccia?
Per questo l’invito ad unire i puntini, la geopolitica dello sport deve guardare senza ambiguità alla distensione e alla pace, se no diventa un’altra cosa. Sarebbe un modo per onorare spirito olimpico e fair-play sportivo. E invece no, le nubi e i dubbi si addensano. Ecco i puntini da unire: 26 giugno 2026, iniziano i Mondiali di calcio in Canada, Messico e Usa; nel 2030 si svolgeranno in Spagna, Portogallo e Marocco. Per l’edizione 2034 c’è la forte ipoteca dell’Arabia Saudita. Gli Europei di calcio 2028 si terranno in Inghilterra, Repubblica d’Irlanda, Scozia e Galles. Quelli del 2032 in Italia e Turchia. I prossimi Giochi olimpici estivi si terranno a Los Angeles nel 2028, l’anno delle prossime elezioni presidenziali Usa. (Ivano Maiorella)