Se il Frosinone oggi è una delle migliori squadre del campionato italiano di serie A non è frutto del caso ma del duro lavoro di Massimiliano Alvini. Ripercorriamo la carriera dell’allenatore dei ciociari, fresco della vittoria per due reti a zero contro il Como di Cesc Fabregas, una carriera fatta di tanta gavetta, campi di periferia e soprattutto nessuna scorciatoia.
La storia di Alvini inizia quasi casualmente allenando la Ferruzza, formazione amatoriale impegnata nei campionati Uisp, per poi prendere sempre più dimestichezza con il “mestiere” e diventare allenatore a tutti gli effetti nel 2000 nel campionato di Promozione con il Signa, tutto ciò mentre portava avanti il suo vero lavoro di rappresentante di calzature.
Fa avanti e indietro tra Signa e Quarrata, per poi portare il Tuttocuoio dalla Serie D alla Lega Pro. Successivamente per lui Pistoiese e Albinoleffe fino al 2019, anno in cui porta la Reggiana in Serie B. Da lì Perugia e il grande salto in Serie A con la Cremonese, esperienza che si chiude però anticipatamente con un esonero. Riparte quindi dallo Spezia, esonerato, poi dal Cosenza, ma va ancora peggio con la retrocessione in Serie C, da qui l’approdo al Frosinone con la splendida cavalcata fino al ritorno in A.
Ma se la carriera di Alvini racconta il valore della gavetta, è il suo modo di intendere il calcio a spiegare davvero come sia riuscito ad arrivare fin qui. Un'idea costruita negli anni, anche attraverso il confronto con allenatori che hanno lasciato un segno profondo nel suo percorso, come Luciano Spalletti e Maurizio Sarri. Con Spalletti il rapporto nasce quasi per caso, dall'incontro in uno studio di fisioterapia che i due frequentavano. Con Sarri, invece, il confronto arriva sul campo, ai tempi dell'Empoli: le amichevoli del giovedì diventano un'occasione per osservare da vicino il lavoro dell'allenatore e permettere ai calciatori di trovare minuti nelle gambe. Proprio Maurizio Sarri è uno dei punti fermi dell’allenatore, non a caso Massimiliano Alvini ha conseguito nel 2018 il patentino Uefa pro per la FIGC a Coverciano con una tesi sul gioco di Sarri. Il salto improvviso in Serie A con la Cremonese ha portato Alvini a snaturare un po’ il suo gioco, a scendere a compromessi che non hanno portato altro che a esoneri fino a ritrovare la retta via in quel di Frosinone: partito per ottenere una salvezza tranquilla è riuscito a dominare il campionato cadetto e a tornare in Serie A dove tutt’ora sta imponendo le proprie idee ritrovate.
Il filo conduttore, però, non è soltanto tattico (sarriano ovviamente), c'è una precisa idea di calcio che passa anche dalla valorizzazione dei giovani: Palmisani e Bracaglia, quest’ultimo addirittura capitano, rappresentano il legame con il territorio e con il percorso di crescita interno al club, mentre Cichella e Calvani testimoniano il lavoro del settore giovanile. A loro si aggiungono ragazzi arrivati dall'estero o da altri settori giovanili, come Kvernadze e Ghedjemis. Un gruppo eterogeneo infoltito anche dall’esperienza di Calò e dei nuovi acquisti estivi, Schmid su tutti. Tutto questo, però, non sarebbe sufficiente se alle idee non seguissero i risultati. E proprio i numeri raccontano forse meglio di qualsiasi parola il lavoro fatto da Alvini: il Frosinone ha iniziato il campionato con 10 punti in cinque giornate, stabilendo il nuovo record nella storia del club e indirizzando una stagione che potrebbe andare ben oltre il semplice ritorno in Serie A. Un traguardo che assume un significato ancora maggiore se si pensa da dove è partito Alvini. Dai campi della Uisp, quando allenare era un secondo lavoro e un passatempo, fino alla Serie A e al record di punti: una carriera costruita senza scorciatoie, con esoneri, ripartenze e valori mai abbandonati. (di Simone Fabi)