Grande successo per la tre giorni organizzata, dal 23 al 25 gennaio dal Forum Disuguaglianze e Diversità e da Palazzo Ducale a Genova. Relatori e relatrici di molteplici discipline e campi di azione, di ogni fascia generazionale e vari Paesi hanno dato un contributo di altissimo livello alla riflessione collettiva sulle sfide che la democrazia sta affrontando e su cosa possiamo fare.
Oltre 7.000 presenze, 11 lectio e 8 dialoghi con 37 relatori e relatrici nazionali e internazionali: sono i numeri della tre giorni “Democrazia alla prova”, organizzata con la curatela di Fabrizio Barca e Luca Borzani, e seguita da l'Espresso in media partnership. L'iniziativa è nata per rispondere a una domanda posta nel documento ufficiale: può la democrazia rinnovare i propri strumenti e la propria credibilità di fronte alla sfida combinata di neoliberismo e autoritarismo?
"La democrazia non si limita alle elezioni". Così Nadia Urbinati ha aperto la discussione sul presente, il passato e il futuro della democrazia. Per la politologa, l’idea di democrazia "minimalista" ereditata dal dopoguerra — quella che considera l'apatia dei cittadini quasi un segno di salute del sistema — è oggi un blocco teorico. Se la democrazia resta solo una questione di regole, è destinata a soccombere: le regole sono la «ciliegina sulla torta», ma senza un corpo sociale vivo che partecipa nei luoghi di vita, la torta non esiste più.
La prima giornata ha scavato nelle cause della crisi, analizzando come trent’anni di arretramento culturale abbiano svuotato i tratti della democrazia costituzionale. Mentre Gaetano Azzariti, Università La Sapienza di Roma, ha analizzato la tenuta dei principi fondamentali, l’economista Massimo Florio ribalta la narrazione del mercato trionfante. Florio ha dimostrato che lo Stato ha realizzato un modo di produzione (come la salute pubblica) incompatibile con il capitalismo estrattivo. La sua tesi risponde all'interrogativo del Forum sulla concentrazione di potere: la sfida è mobilitare l’"intelligenza sociale" per trasformare ogni ospedale o scuola in un avamposto di resistenza del pubblico.
Lo scrittore Evgeny Morozov ha attaccato il "soluzionismo" tecnologico, mentre Serena Mazzini, esperta di media digitali, ha descritto la "guerra cognitiva" sulle piattaforme, dove algoritmi e bolle informative frammentano il "senso comune". Sul fronte sociale, Elena Granaglia, Università Roma Tre, propone di ricostruire la "proprietà sociale" (servizi universali come scuola e sanità), democratizzandone la governance per contrastare l'incertezza che alimenta l'autoritarismo. L'economista Jayati Ghosh porta lo sguardo del Sud Globale sulla dignità materiale, mentre Federico Masini, Università Sapienza, interroga l'Occidente sull'enigma Cina: un sistema che garantisce sviluppo senza suffragio può essere ignorato solo perché non è liberale?
Nella stessa sessione, Susan Stokes, Chicago University, ha analizzato il caso americano: in che misura il trend autoritario è frutto di una specifica dinamica delle élite o di un mutamento della cittadinanza? La sfiducia nelle istituzioni prepara il terreno ai leader illiberali.
Infine, si è affrontato il fallimento delle piazze: Vincent Bevins, giornalista e scrittore, ha analizzato perché il decennio delle proteste (2010-2020) non ha prodotto cambiamenti duraturi, evidenziando i limiti del modello orizzontale senza leader. A questa analisi risponde Filippo Barbera, Università di Torino, con lo "sperimentalismo democratico": serve una "nuova fisiologia" che impari facendo, politicizzando bisogni e diritti concreti dei territori.
L’ultima giornata ha scelto di guardare alle specificità del nostro Paese. La domanda è: come può la cittadinanza organizzata ricucire la fiducia e contendere il senso comune per ricostruire una speranza collettiva?
Protagonista della chiusura è Piero Ignazi, Università di Bologna, chiamato a riflettere sulla forma che i partiti possono o devono assumere oggi. In un'Italia segnata da un assenteismo record, Ignazi analizza se sia possibile ricreare rappresentanza raccogliendo i saperi territoriali e rinnovando la democrazia attraverso corpi intermedi che non siano solo simulacri del passato, ma motori di un nuovo patto tra cittadini e istituzioni.
Genova si chiude con un mandato preciso: la democrazia non è mai data una volta per tutte; vive solo se sa tornare a essere l’infrastruttura materiale e ideale della nostra vita quotidiana.
“Di queste giornate restituirei tre elementi. Il primo è la straordinaria affluenza di libera cittadinanza: le sale si sono riempite non in base a richiami di apparato o di appartenenza ma con la voglia di ascoltare, di capire e tornare a casa con qualche idea in più. Il secondo: abbiamo analizzato in forme diverse il procedere dei meccanismi e delle dinamiche autoritarie così come le tante forze di opposizione possibili. Ma non siamo stati melanconici, non siamo stati a guardare la distanza dal baratro ma l’abbiamo allungata con sguardi e approcci diversi – ha detto in conclusione Luca Borzani – Ultimo elemento: l’adattamento della democrazia ha come presupposto una nuova cittadinanza che si ricostruisce con una nuova infrastrutturazione sociale. Quale sia l’infrastrutturazione sociale da costruire oggi è da discutere. Dovremo mettere in moto altri passaggi, proseguire con questo metodo e questo percorso di tenere insieme un’esperienza che possa produrre valore generativo di cui in qualche misura abbiamo bisogno”.
Si sono aggiunte anche le parole di Fabrizio Barca, co-coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità:“Si è espressa una comunità di pensiero che ha accettato un input che abbiamo chiamato “assunti” attorno a cui portare i propri diversi punti di vista. La prima cosa che abbiamo imparato è che non siamo né negli Stati Uniti né nel 1914, quindi basta con questo stato di anticipazione del disastro. È normale avere preoccupazione, ma non paura. Usciamo convinti che abbiamo le idee e le proposte per rilanciare lo Stato come una casa di una società accettabile, giusta, partecipata e senza dominio, insomma democratica. Usciamo con alcune immagini di una possibile utopia, un modo migliore di vivere che tiene insieme quelle proposte. Nessuno ci dica che non le abbiamo. Usciamo con spunti più maturi su come avviare la trasformazione verso quell’utopia con quelle proposte, su come modificare il senso comune, rinnovare la classe dirigente, abbassare le soglie di ingresso nelle diverse infrastrutture organizzative necessarie per la trasformazione sociale. Lavoreremo su ciò che abbiamo imparato individualmente e tutti insieme”.
“È stata una tre giorni veramente stimolante intorno a un tema quanto mai attuale – ha commentato la presidente di Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura Sara Armella – Dalle relazioni degli illustri ospiti sono emerse proposte e analisi preziose per sollecitare non soltanto una presa di coscienza, ma azioni concrete in grado di far fronte alla crisi che la democrazia sta attraversando. Palazzo Ducale si è confermato come luogo di confronto e di dialogo su temi della contemporaneità e della crescita civile”.
La tre giorni è stata accompagnata “Dentro democrazia alla prova” con i commenti quotidiani di Mattia Diletti (sociologo politico), Franco Monaco (giornalista) e Gloria Riva (giornalista) in collaborazione con L’Espresso.
Gli appuntamenti live di “Dentro Democrazia alla prova” sono riascoltabili qui: https://lespresso.it/c/attualita/2026/1/23/democrazia-alla-prova-evento-palazzo-ducale-genova/59426
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