Nazionale

Report del Forum DD sul rischio bassi salari in Italia

Dal documento del Forum Disuguaglianze Diversità, di cui l'Uisp è parte, emerge che responsabili sono il salario orario e il tempo di lavoro

 

Il fenomeno dei bassi salari, e della povertà lavorativa più in generale, è un grande tema per il nostro paese ed è l’oggetto del Report del Forum Disuguaglianze e Diversità, di cui l'Uisp è parte, “I lavoratori e le lavoratrici a rischio di bassi salari in Italia”. L’Italia, infatti, è l’unico dei paesi OCSE in cui c’è stata una riduzione del salario medio tra il 1990 e il 2020 (circa 3 punti percentuali) e nello stesso periodo sono aumentate anche le disuguaglianze salariali, in particolare tra gli anni ’90 e la seconda metà della prima decade degli anni 2000. 

Il Report inoltre mostra come la percentuale di lavoratori e lavoratrici, tra i lavoratori dipendenti privati, che riceve bassi salari annuali oscilla tra il 26,8% e il 30% (a seconda che si consideri, rispettivamente, chi lavora più di 3 mesi l’anno o tutti coloro che hanno versato dei contributi nel corso del 2018), percentuale che scende a valori compresi tra il 20,3% e il 21,9% se si considerano invece i salari settimanali. Si osserva quindi come il numero di lavoratori poveri oscilli a seconda del campione considerato e del salario tra il 20 ed il 30% riguardando, quindi, una fetta importante del mercato del lavoro italiano.

Come immaginabile, l’incidenza dei bassi salari è maggiore tra le donne, i giovani nella fascia 16-34 anni e i residenti al Sud e tra quanti hanno un contratto di lavoro part-time. Questo dato risulta significativo se consideriamo che nel nostro paese ad essere impiegate nel part-time sono prevalentemente le donne e che la maggior parte del part-time (secondo i dati OCSE più del 60%) è involontario.

In sintesi, il report mostra che l’aumento dei lavoratori e delle lavoratrici a basso salario dipende da due fattori: il salario orario e il tempo di lavoro. Per quanto riguarda il primo fattore, ha sicuramente inciso il cambiamento nella struttura occupazionale avvenuto negli ultimi trent’anni anni – con la crescita di settori low-skilled, come quello dei servizi a famiglie e turistici, nei quali la retribuzione non è sufficiente per uscire dalla spirale della povertà – e l’aumento dei contratti collettivi nazionali che coincide anche con una crescente tendenza al mancato rispetto dei minimi tabellari da essi fissati. Per quanto riguarda il secondo, hanno inciso le numerose riforme di deregolamentazione contrattuale, che hanno permesso la moltiplicazione delle tipologie di contratti atipici e spesso precari, e la forte diffusione del part-time.

Infine, il report considera altre due categorie a forte rischio di povertà: i lavoratori delle piattaforme e i cosiddetti falsi lavoratori autonomi, i quali combinano spesso gli aspetti più negativi del lavoro autonomo e di quello dipendente, dando vita a figure spesso dipendenti a tutti gli effetti ma che devono fronteggiare costi del lavoro più elevati e possiedono molti meno diritti.

Combattere il lavoro povero richiede di agire su più fronti. Occorre un salario minimo decente, contrastando, anche grazie al rafforzamento della contrattazione collettiva, sia la concorrenza al ribasso dei salari sia la frammentazione delle categorie contrattuali. Occorre più lavoro: la bassa intensità lavorativa è all’origine della povertà di tanti lavoratori. E occorre porre fine alla moltiplicazione delle forme contrattuali non standard nonché rivedere il sistema degli ammortizzatori sociali e degli eventuali sostegni al reddito di chi resta lavoratore povero.

Le prime indicazioni della legge di Bilancio per il 2023 dicono che al posto della riduzione delle forme contrattuali non standard, si re-introducono, potenziandoli rispetto al passato, i buoni lavoro aboliti dal Governo Gentiloni nel 2017 anche sulla spinta del referendum promosso dalla CGIL. I nuovi buoni si applicherebbero ai settori dell’agricoltura, dell’Ho.re.ca (hotel, ristoranti, caffè) e della cura della persona e potrebbero arrivare a coprire fino a 10.000 euro di remunerazione all’anno (in precedenza il limite era 5000). 10.000 euro non è lontano da uno stipendio “normale” povero. Perché un’impresa dovrebbe, allora, ricorrere a rapporti di lavoro regolati quando i buoni permettono di non pagare contributi per disoccupazione, malattia e maternità? Si citano i controlli, ma i controlli non eliminano la deregolamentazione contrattuale e, comunque, almeno in passato, i buoni sono stati addirittura utilizzati come tutela di ultima istanza per chi utilizza i lavoratori al nero. Anche oggi, la consistenza numerica degli ispettori, la polverizzazione del comparto in cui i buoni possono essere utilizzati e le non risolte difficoltà organizzative relative all’unificazione delle competenze nell’Ispettorato nazionale del lavoro gettano più di un dubbio sulla possibilità dei controlli.

Si consideri poi l’intervento sul reddito di cittadinanza: anziché impegnarsi ad offrire lavori decenti, si toglie il reddito a chi rifiuta il lavoro, anche se a centinaia di chilometri dalla propria residenza, e fra otto mesi a tutti gli “occupabili”.

Infine, flat tax e accettazione di un “normale” tasso di evasione, anche grazie a una revisione dell’Isee che, come ben dimostrano De Nicola e Paladini premia l’evasione, segnalano la sostanziale rinuncia a pensare a uno schema universale di protezione del reddito. Offrire qualche regalo individuale (peraltro limitato solo ad alcune categorie), oltre a essere in sé ingiusto, rappresenta una forma di protezione del tutto inefficace ai fini della copertura dei rischi sociali. La lezione del Covid appare del tutto dimenticata. E ultima, esemplificativa, chicca: la detassazione per le mance. Difficile pensare a una crescita inclusiva, con queste misure.

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