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Un nuovo modello sportivo si fa largo in Europa

Perchè il modello piramidale non regge più? Qual è il futuro dello sport in Europa? Intervista parallela a Mogens Kirkeby, Isca, e a Tiziano Pesce, Uisp

 

Qual è il futuro dello sport in Europa? Perché il modello piramidale dello sport non regge più e c’è bisogno di un nuovo approccio? Perché le governance politiche in Europa dovrebbero ascoltare le istanze delle organizzazioni sociali dello sport per tutti? Per provare a trovare risposte a queste domande, abbiamo approfittato di Mogens Kirkeby, presidente Isca-International Sport and Culture Association, e di Tiziano Pesce, presidente nazionale Uisp presenti entrambi all’incontro internazionale del progetto internazionale “Real European Sport Model, in corso di svolgimento a Bologna con la presenza dei partner europei.  Dalla doppia intervista emerge un quadro complesso, ricco di spunti ed originalità, e si comincia a far strada una visione comune europea dello sport sociale e per tutti.

C’è un modello sportivo europeo che emerge dal progetto The Real European Sport Model e dall’incontro internazionale di Bologna?

Mogens Kirkeby, Isca: "L’obiettivo del progetto è quello di  sviluppare e incrementare la partecipazione allo sport e alle attività ricreative. Crediamo che nei diversi paesi europei tutti i soggetti coinvolti, dai decisori politici ad altri, debbano prendere le decisioni migliori basandosi sui dati della realtà, quindi dobbiamo trovare il modo migliore di descrivere i  modelli che descrivano la realtà che abbiamo nei diversi paesi".

Tiziano Pesce, Uisp: “La situazione esistente in Italia, tra riforme legislative del sistema sportivo e del terzo settore, rappresenta una specificità unica a livello europeo. L’Uisp è protagonista di questo percorso e sta condividendo pienamente le azioni progettuali del progetto The Real European Sport Model, che ci sta facendo guardare con molta attenzione al presente con l’impegno di condividere con i decisori politici, nazionali e sovranazionali, il pieno superamento del modello sportivo a piramide”.

Perchè il modello piramidale di sport è fallito?

Mogens Kirkeby, Isca: "Sì, questo lavoro che stiamo facendo cerca di descrivere quelle che sono le differenze del modello, in tutte le nazioni europee, soprattutto quelle che sono le, la realtà che viene descritta dalla dal modello europeo e quello che dovrebbe venire fuori, dal lavoro che stiamo facendo. Perché il modello piramidale è fallito. 

La realtà dello sport in qualsiasi comunità e in qualsiasi paese europeo è molto complessa. Ci sono target di persone che attraversano fasi diverse della loro vita ed hanno diverse età, dai bambini agli anziani. Quindi  una realtà complessa non può essere illustrata in una struttura piramidale, troppo semplificata,  che prende in considerazione solo pochissime persone che praticano sport, in diversi paesi".

Tiziano Pesce, Uisp: “Le evidenze scientifiche dimostrano come il modello cosiddetto a piramide ha fallito, perché non tiene conto della grande novità di questi anni: l’irrompere sulla scena della pratica sportiva di soggetti nuovi, di nuovi praticanti, di nuovi profili. Il progetto The Real European Sport Model e la comparazione di quanto sta succedendo in vari paesi europei ci dimostrano che oggi siamo di fronte a nuove complessità e doveri di rappresentanza. D’altra parte lo scopo del progetto era proprio quello di arrivare ad immaginare le caratteristiche del modello emergente, realmente europeo e sociale.

Il modello a piramide, secondo una narrazione per cui il vertice d’élite sosterrebbe la base anche attraverso una presunta solidarietà finanziaria, è un falso mito, oggi crollato e totalmente incoerente. Quello schema, alla base dell’impostazione di tanti Comitati olimpici, non rappresenta la complessità della partecipazione sportiva moderna, ignorando totalmente le diverse forme di cittadinanza attiva e lo sport di base, sia organizzato, sia diffuso. Un modello che rappresenta un distacco profondo dalla realtà sociale che, come reti associative, viviamo ogni giorno nei territori, con praticanti, dirigenti, operatori, volontari”.

Fino a qualche tempo fa, lo sport sociale per tutti europeo, portava avanti il cosiddetto modello della cattedrale, che faceva vedere quanto importante fosse una base di praticanti molto ampia. Quel tipo di modello è riuscito ad attirare l’attenzione delle governance europeee? E’ riuscito a farsi ascoltare?

Mogens Kirkeby, Isca: "Il modello della cattedrale si è sviluppato una decina di anni fa e descrive sicuramente meglio la complessità della partecipazione allo sport, in diversi paesi. Ma nonostante questo, sebbene sembra il più corretto, non si è effetivamente affermato nel dialogo con le istituzioni.  Direi che alcune delle voci più autorevoli, come ad esempio quelle del calcio e dell’Uefa, rimangono ancorate alla classica struttura piramidele. Si può dire che abbiano buone ragioni per pensarla così, perché descrive ciò che fanno. Noi sosteniamo invece che non descriva la realtà dello sport e la pratica sportiva di tutte le persone.

Direi che ancor più importante che parlare di modelli e descrizioni, sia più corretto parlare di approccio. Quello che per noi sarebbe più giusto e importante è guardare la realtà non da una prospettiva organizzativistica ma  attraverso l'occhio dei cittadini, dei bambini, degli adulti, delle persone anziane. Descrivere quali sono i loro bisogni, quali sono le loro domande e i loro bisogni. Acquisire questo approccio è molto più utile anche  per lo sport stesso. 

Lo scorso anno si è tenuta un incontro su impulso della Commissione Europea che ci ha chiesto un feedback sul modello sportivo europeo. Il Rapporto  è stato pubblicato, è stato riassunto in nove pagine e solo il 40% (OPPURE IL 14 per cento) delle risposte raccolte tra le persone dei vari Paesi, ritiene che il modello sportivo europeo sia adeguato e che rifletta la realtà in Europa. Ci sono anche altri indicatori significativi che emergono dal Rapporto che fanno riflettere su una serie di altri temi".

Tiziano Pesce, Uisp: "Riteniamo quindi che si debba cambiare paradigma e le evidenze emerse dal progetto Resm lo cominciano a mostrare con grande nettezza. Penso si debba superare la “piramide" che continua a mettere al centro le federazioni e il risultato agonistico, grazie ad un nuovo approccio relazionale che ha al centro l'attività sportiva per tutti e tutte vissuta ogni giorno dai cittadini, anche con forme sempre più fluide. In questa sorta di mappa, organizzazioni come l’Uisp non sono soggetti marginali alla base di un edificio altrui. Sono una organizzazione di cittadinanza attiva, che esprime associazionismo e pratica sportiva attiva, che opera nelle intersezioni chiave tra il settore pubblico, il privato e la vita civile”.

Dopo 10 anni siete arrivati a definire un nuovo modello. Come si chiama questo modello e quali sono le caratteristiche principali? 

Mogens Kirkeby, Isca: "Abbiamo cercato di studiare la realtà e da ciò è emerso abbiamo definito una sorta di Mappa relazionale europea dello sport. Non è propriamente un modello, ma si tratta di un'indicazione del fatto che esistono molti modi diversi di praticare sport. Esistono vari modelli e diversi tipi di organizzazioni che interagiscono all’interno di ciascun sistema sportivo. Il  modello indica modi diversi di praticare sport, anche se  lo stesso tipo di attività viene proposto da organizzazioni diverse tra di loro. Non sono sicuro che si tratti di un modello, lo definirei come un approccio che illustra la varietà e la diversità in questo settore complesso".

Tiziano Pesce, Uisp: L’Uisp è da tempo impegnata nel guidare e supportare questa transizione. Insomma, rivendichiamo un modello sportivo, potremmo sintetizzare così, che sia reale, perché aderente ai bisogni delle persone, europeo, perché fondato sui valori della salute e dell'inclusione, e sociale, perché capace di generare benessere comune, che ha assolutamente bisogno di azioni e risorse concrete”.

Partendo da questo approccio, che possibilità ha il movimento dello sport per tutti, europeo, di essere ascoltato dalla governance europea nelle sue richieste? E quali sono queste richieste?

Mogens Kirkeby, Isca: "Il compito principale è orientare i decisori pubblici a conoscere la realtà. Si può operare bendati e non sentire nulla, e questo probabilmente non sarebbe positivo. Ciò che chiamiamo è equilibrio tra valutazioni politiche e sostegno finanziario. Al momento questo rapporto è molto sbilanciato perchè si concentra molto sulla vittoria di una  medaglia, che è un fatto positivo. Il problema è che questa parte del fenomeno  è minimamente rappresentativa dell’intero movimento sportivo, nel quale la stragrande maggioranza delle persone ha motivazioni e obiettivi totalmente diversi. Questo vuol dire orientare l’attenzione dei decisori politici dall’attività sportiva di elite a quella di base, per operare un bilanciamento che sia più aderente alla realtà dei fatti. Un bilanciamento che significhi maggiore attenzione sia politica, sia in termini di finanziamenti pubblici.

Negli ultimi anni c’è stata una maggiore pressione politica da parte dei cittadini verso le istituzioni. C’è la possibilità che la società civile possa rifiorire, possa avere più spazio politico attraverso lo sport che si è affermato come un settore che può fornire servizi a tutta la comunità locale, molto diffusi e molto accessibili economicamente. Questa crescita di protagonismo sociale dei cittadini attraverso lo sport è un segnale molto positivo per il futuro, perchè indica la rinascita dello spazio pubblico politico".

Tiziano Pesce, Uisp: "Il movimento europeo dello sport per tutti, con Isca in testa, ha avuto in questi anni il merito di porre all’attenzione della politica europea il tema di un ampio movimento di praticanti che, ai margini delle istituzioni sportive e politiche, si ingrossava e si consolidava. Un movimento critico e consapevole, in cerca di una propria collocazione nel sistema sportivo, con piena cittadinanza e pari dignità. In Italia l’Uisp ha intercettato queste tendenze sociali, insieme ad altre forze associative sinceramente interessate allo sviluppo della pratica sportiva sociale e per tutti, capace di esprimere soggettività e rappresentanza.

Oggi siamo in grado di poter misurare questo percorso e di accorgersi che è lo stesso orizzonte che si sta affermando il altri Paesi europei. Insomma, abbiamo la necessità che si guardi, oggi come non mai, ai valori fondanti dell’Unione Europea, sanciti nell’articolo 2 del Trattato sull’UE: rispetto della dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto e rispetto dei diritti umani, incluse le minoranze. Valori comuni agli Stati membri in una società caratterizzata da pluralismo, non discriminazione, tolleranza, giustizia, solidarietà e parità. E su tutto questo lo sport di base, lo sport sociale può fare davvero molto”.

In questo approccio che voi chiamate di tipo relazionale, l'aspetto dell'interazione e della democratizzazione è fondamentale. È un modello, un approccio molto. Si può dire altrettanto del sistema olimpico? E’ altrettanto oggi il sistema olimpico? 

Mogens Kirkeby, Isca: "Parlare di democrazia per il sistema olimpico internazionale del Cio significa dare al termine democrazia un’accezione molto ampia. Il Cio non è organizzato per esserlo e sarebbe improprio definirlo tale: non ha una composizione democratica e le decisioni che assume non vengono comunicate in modo trasparente. I fondi che gestisce vengono distribuiti in modo sfavorevole per lo sport di base e per la massa dei praticanti. E’ un sistema che non non si prende cura dello sport di base, quindi  non di tutti i cittadini che fanno sport. 

Il Cio e l’Uefa sono molto rappresentativi dei problemi dei quali parliamo. Nel Comitato olimpico ci sono un trentina di discipline che trovano spazio nei Giochi, ma sappiamo bene che nei Paesi europei vengono praticate un centinaio di attività sportive. La UEFA è la classica struttura piramidale rappresentata dai tornei internazionali. Quindi abbiamo due grandi organizzazioni, due grandi voci però che rappresentano solo un terzo delle discipline sportive e quindi dei praticanti". 

Tiziano Pesce, Uisp: “Pensiamo che anche il Cio possa trovare al proprio interno le forze per rinnovarsi e democratizzarsi. Lo sport è un importante fenomeno sociale e politico del nostro tempo, è al centro di interessi economici e diplomatici, muove coscienze, ha un posto importante nell’immaginario collettivo e nei media. Non può pensare di continuare a voltarsi dall’altra parte rispetto all’impegno che gli spetta, dal punto di vista della promozione della salute ed anche da quello educativo ed etico, dei diritti umani, dei valori sociali. È tempo che la politica, a tutti i livelli, riconosca pienamente questo valore e si concentri sulle persone, allocando risorse dove servano realmente investimenti per il benessere dei cittadini, dai più ai meno giovani. Non abbiamo bisogno solo di stadi, ma soprattutto di infrastrutture leggere, piste ciclabili, parchi e spazi urbani che rispondano alle moderne tendenze degli stili di vita, si fa avanti una domanda di sport che rappresenta la vera massa critica della partecipazione.

L’Uisp è da tempo impegnata nel guidare e supportare questa transizione, che chiamiamo transizione sportiva. Insomma, rivendichiamo quindi un modello sportivo, potremmo sintetizzare così, che sia reale, perché aderente ai bisogni delle persone, europeo, perché fondato sui valori della salute e dell'inclusione, e sociale, perché capace di generare benessere comune, che ha assolutamente bisogno di azioni e risorse concrete”.

Tra un mese avremo Move week, la più importante manifestazione europea di sport per tutti promossa da Isca in Europa e dall’Uisp in Italia. In un periodo così difficile, travagliato da conflitti internazionali e da guerre, c’è un messaggio che attraverso Move Week, che si terrà dal 25 al 31 maggio, lo sport può lanciare al mondo?

Mogens Kirkeby, Isca: "Sicuramente siamo di fronte a grandi conflitti, siamo solidali con le persone che stanno soffrendo e siamo consapevoli che c’è un costo umano ed economico molto grande. Questa nostra consapevolezza può esprimenrsi anche in occasione di eventi come Move Week che sanno suscitare partecipazione democratica e resilienza democratica. Per la società civile lo sport è un luogo in cui la pratica democratica viene effettivamente vissuta  ogni giorno, organizzando e fornendo servizi e attività ai cittadini locali".

Tiziano Pesce, Uisp: “Lo sport è oggi capace di promuovere azioni di sistema, facilita le relazioni e l’amicizia tra i popoli perché rende tutti consapevoli dei valori comuni dei quali è portatore: salute, ambiente, solidarietà, diritti. Ci consente di riconoscere l’altro partendo dal riconoscimento di se stessi, dalla dignità e dal rispetto che ogni essere umano merita. Lo sport crea identità perché riconosce l’identità altrui. Da questo punto di vista ritengo che iniziative internazionali come Move Week favoriscano le relazioni e l’interculturalità, i valori di pace e cooperazione. Per questo l’Uisp è orgogliosa di essere capofila in Italia di questa manifestazione europea e anche quest’anno, attraverso il contributo di decine di Comitati regionali e territoriali e con la collaborazione di migliaia di associazioni e società sportive sparse sul territorio, faremo la nostra parte”. (intervista a cura di Ivano Maiorella. Ha collaborato: Daniela Conti, responsabile nazionale Politiche per l'Interculturalità e la Cooperazione)