Il 24 marzo è la “Giornata della memoria per le vittime della dittatura argentina”: ieri, 23 marzo, a Roma si è tenuta la consegna del premio “Sport e diritti umani” conferito da Amnesty International Italia e S4S-Sport for Society e assegnato quest'anno a Julio Velasco, attuale allenatore della nazionale femminile di pallavolo ed ex allenatore della nazionale maschile argentina. Insieme al premio, è stata assegnata anche una menzione speciale all’Asd Palestra Popolare Quarticciolo di Roma. Erano presenti: Riccardo Cucchi, presidente della giuria, Luca Musumeci, presidente Sport4Society; Vittorio Di Trapani, presidente Fnsi; Valerio Piccioni, ideatore della Corsa di Miguel, organizzata dal Club atletico centrale, società sportiva affiliata Uisp Roma.
Velasco ha voluto chiarire fin dall’inizio il senso della sua presenza e della scelta di accettare il premio, dichiarando: “Io normalmente non accetto premi, non è una cosa che mi appartiene. Ma in questo caso ho fatto un’eccezione, perché questo anniversario ha un significato enorme per la mia generazione. Non è solo una data storica: è qualcosa che ha segnato la nostra vita, i nostri sentimenti, il modo in cui abbiamo visto il nostro Paese e il mondo. In Argentina ci sono stati molti colpi di Stato, ma nessuno ha raggiunto quel livello di violenza e di controllo sulle persone, una vera e propria ingegneria sulla vita delle persone".
Da qui prende forma un racconto che attraversa la sua esperienza personale, fatta di scelte obbligate, paura e adattamento:“Io avevo 18 anni, studiavo filosofia, insegnavo anche. Volevo capire il mondo, come fanno tanti ragazzi a quell’età. Poi è cambiato tutto. È diventato pericoloso anche solo stare all’università, nelle strade, nella propria città. Quando è arrivata la dittatura, io non sono più tornato né all’università né a casa mia. La città era militarizzata, c’era violenza ovunque, controlli, gente che spariva. Non era più possibile vivere una vita normale”. Il ricordo si fa ancora più duro quando Velasco entra nella dimensione familiare e collettiva della repressione: “Nel ’77 mio fratello è stato sequestrato. È rimasto detenuto per più di un mese, è sopravvissuto, ma tanti altri no. Io ho avuto compagni di squadra che sono stati uccisi o fatti sparire. Quella era la realtà: persone che conoscevi, con cui condividevi la vita quotidiana, che da un giorno all’altro non c’erano più. E in quel contesto, la cosa che cercavi di fare era semplicemente sopravvivere. Io dico sempre che quello che ho fatto in quegli anni è stato cercare di non farmi ammazzare”.
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In questo scenario, lo sport entra nella sua vita come spazio di possibilità, ma anche come ancora di salvezza: “La pallavolo mi ha salvato. E non lo dico in senso retorico. Mi ha salvato fisicamente, perché mi ha dato una strada, ma soprattutto mi ha salvato mentalmente. Erano anni in cui il rischio non era solo quello fisico, ma anche quello di cadere nella depressione, di perdere completamente il senso. Non potevi studiare, non potevi muoverti liberamente, non potevi progettare il futuro. La pallavolo mi ha dato uno scopo, mi ha permesso di stare con altre persone, di costruire qualcosa, anche in una situazione in cui tutto sembrava chiuso”.
Un passaggio che richiama direttamente il valore sociale dello sport, centrale nell’azione della Uisp: uno spazio di relazione, crescita e resistenza civile. Nel suo intervento, Velasco ha poi ricordato il ruolo fondamentale delle madri di “Plaza de Mayo”, simbolo universale di coraggio: “C’è una cosa che spesso non si sottolinea abbastanza: siamo abituati a raccontare storie di uomini forti, ma in quel momento sono state le donne a fare la differenza. Queste madri hanno iniziato a camminare attorno a un monumento, davanti alla Casa del Governo, sapendo che farlo poteva costare loro la vita. Era quasi un suicidio. Eppure lo hanno fatto. Non c’era un’organizzazione alle spalle, c’era il dolore di aver perso un figlio, e la decisione di non restare in silenzio. Da lì è nato un movimento straordinario".
Una memoria che si intreccia con il tema della responsabilità pubblica e del ruolo dello sport nei contesti politici complessi: “Lo sport non è buono o cattivo in sé. Dipende da come viene usato. Durante la dittatura, per esempio, i Mondiali del ’78 sono stati utilizzati dal regime come strumento di propaganda. Ma allo stesso tempo, per molte persone, lo sport era uno degli unici spazi in cui respirare. Le cose non sono mai semplici, non sono mai solo da una parte o dall’altra. Bisogna evitare le semplificazioni”.
Da qui una riflessione che arriva fino al presente, mettendo in discussione incoerenze e contraddizioni della società contemporanea: “Oggi viviamo situazioni difficili, e giustamente si parla di diritti umani. Ma dobbiamo stare attenti a non essere selettivi. Non possiamo indignarci su alcune cose e chiudere gli occhi su altre. Non possiamo pensare che basti escludere qualcuno dallo sport per risolvere problemi politici. Il rischio è quello di colpire le persone, gli atleti, i giovani, invece dei governi. E questo non è giusto”. Infine, un passaggio che richiama direttamente il ruolo educativo dello sport: “Noi dobbiamo continuare a parlare, a spiegare, a confrontarci. Non dobbiamo smettere. E nello sport questo è ancora più importante, perché lo sport entra nella vita dei giovani. Ha una responsabilità enorme. Non è solo competizione, è formazione, è educazione. E per questo dobbiamo difendere i giovani, aiutarli a capire, a diventare cittadini consapevoli”. Quella di Velasco è una testimonianza che Uisp raccoglie e rilancia, un modo per riaffermare il proprio impegno per uno sport che sia davvero strumento di diritti, democrazia e libertà.
Il Giorno nazionale della memoria per la verità e la giustizia (Día Nacional de la Memoria por la Verdad y la Justicia) è una ricorrenza pubblica istituita per ricordare le vittime dell'ultimo colpo di stato militare, avvenuto il 24 marzo 1976, quando le forze armate argentine deposero la presidente Isabel Martínez de Perón, instaurando una dittatura spietata che durò fino al 1983.
La cerimonia, tenuta presso la Sala Rossa del Palazzo Coni, è stata l'occasione per ospitare un momento di riflessione profonda, in cui sport e diritti umani si sono fortemente intrecciati. Julio Velasco, ritirando il premio, ha portato la sua testimonianza intensa, personale e politica dei fatti che videro protagonista il suo Paese negli anni '70.
Si è trattato di un appuntamento che ha parlato la lingua della Uisp, da sempre impegnata a promuovere lo sport come strumento di inclusione, consapevolezza e cittadinanza attiva. In questo contesto, la memoria è diventata azione, responsabilità, presa di posizione. (A cura di Francesca Spano)