Nazionale

Le politiche per l'impiantistica e i beni comuni

“I beni comuni sono quei beni che se arricchiti, arricchiscono tutti, se impoveriti, impoveriscono tutti”: è la definizione, semplice e efficacissima, che ne dà il professor Gregorio Arena, presidente di Labsus, il Laboratorio per la sussidiarietà. Negli ultimi anni, i beni comuni sono entrati a pieno diritto non solo nel lessico, ma nelle pratiche di una straordinaria molteplicità di soggetti: dalla pubblica amministrazione al terzo settore, dall’associazionismo spontaneo al singolo cittadino.
Questo nuovo e allo stesso tempo antichissimo concetto di gestione collettiva sta diventando il cuore di un processo di innovazione sociale e istituzionale che, oltre a rivoluzionare il rapporto tra l’ente pubblico e i cittadini, sta smuovendo nel profondo le stesse modalità di relazione comunitaria.
Sono ormai centinaia in Italia i Comuni che, ad ogni latitudine e di ogni dimensione, hanno seguito l’esempio di Bologna, approvando il “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni”: e, grazie a questi Regolamenti, hanno stretto dei veri e propri “Patti di collaborazione” per riqualificare gli spazi pubblici, per gestire in modo condiviso immobili e edifici inutilizzati, per mettere in moto percorsi di produzione dei saperi che condizionino positivamente la qualità della vita di tutti i cittadini e le cittadine.

Nell’ampio spettro dei beni comuni, materiali e immateriali, trovano posto quelli urbani. È facile pensare alle piazze, ai parchi e ai giardini, alle infrastrutture e agli edifici come una sorta di tessuto connettivo delle città, la cui qualità e libera fruibilità incide fortemente sul benessere e la libertà di tutti i cittadini. Tradizionalmente immaginati come beni pubblici, in questo senso diventano beni comuni. Ma non basta, ovviamente: per far sì che lo siano davvero, deve innescarsi un processo, che è al contempo pratica sociale e iniziativa politica, di appropriazione di quel bene da parte dei cittadini e delle comunità. Si tratta del commoning, che mette al centro il principio per il quale “la relazione fra quel gruppo sociale e quell’aspetto dell’ambiente considerato bene comune debba essere al tempo stesso collettiva e non mercificata, completamente estranea alla logica del mercato e dei suoi valori”, come ha scritto il geografo e sociologo David Harvey in “Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution”.

Che rapporto può intercorrere, dunque, tra i beni comuni intesi come oggetto di cura collettiva e come processo di condivisione estraneo alle logiche del mercato, e l’impiantistica sportiva nel suo senso più tradizionale di bene pubblico?
Sembra contraddittorio, ma un rapporto c’è: perché se anche la gestione di un bene pubblico come un impianto sportivo può essere affidata a un soggetto privato (pur no profit) come l’Uisp e come le sue associazioni affiliate, in questa gestione non può mai venire meno la tensione a limitare ogni forma di esclusione e di discriminazione nell’accesso, e a porsi in una logica non solo di pubblica utilità, ma di sperimentazione di una dimensione sempre più vicina a quella che caratterizza i beni comuni: ovvero la capacità di generare risorse comunitarie, di superare la logica della competizione, di sperimentare forme di collaborazione tra diversi soggetti, con l’obiettivo di aprire spazi di uguaglianza e di contrasto alle discriminazioni che, purtroppo, condizionano ancora le reali possibilità di esercizio del diritto allo sport e al gioco, al movimento, alla salute.
Per questo motivo questa politica potrebbe essere ribattezzata “i luoghi dello sport per tutti”, spazi della città dove si pratica lo sport “a misura di ciascuno”, dove si gioca liberamente, dove si guadagna salute attraverso il movimento, dove si costruiscono comunità e si allenano cittadini, prima ancora che campioni.