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Sport, inclusione e benessere: buone pratiche europee per i rifugiati

I risultati della ricerca ENGSO nel progetto Sport Without Borders, con il contributo di Daniela Conti, politiche interculturalità e cooperazione Uisp

 

 

Lo sport può rappresentare molto più di una semplice attività fisica: per bambini e giovani rifugiati può diventare uno strumento fondamentale di inclusione, benessere psicologico e ricostruzione di legami sociali. È questo il messaggio centrale della ricerca realizzata da ENGSO (European Non-Governmental Sports Organisation), che ha analizzato diversi programmi sportivi attivi in Europa nell’ambito del progetto Sport Without Borders.

La ricerca, coordinata da Rachel May per ENGSO, ha coinvolto programmi in Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Grecia, con l’obiettivo di comprendere come lo sport venga utilizzato oggi per sostenere giovani rifugiati tra i 6 e i 22 anni, e di individuare nuove opportunità di sviluppo, in particolare attraverso le arti circensi e il supporto alla salute mentale.

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La metodologia: ascoltare chi lavora sul campo

Lo studio si basa su interviste qualitative a coordinatori e facilitatori di programmi sportivi che operano direttamente con giovani rifugiati. Non si tratta di un’analisi accademica, ma di una ricerca fondata sull’esperienza concreta delle organizzazioni coinvolte, con l’obiettivo di mettere in luce pratiche efficaci, criticità e potenzialità di miglioramento. Tra le realtà analizzate figura anche l'Uisp, che ha partecipato attraverso un’intervista a Daniela Conti, responsabile Politiche per l’interculturalità e la cooperazione, portando il punto di vista delle attività che da anni portiamo avanti nel campo dell’accoglienza, della pratica sportiva e della formazione per e con persone con background culturale differente.

Due modelli di intervento: sport per l’inclusione e inclusione nello sport

Dall’analisi emerge una distinzione tra due grandi approcci: da un lato i programmi di “sport per l’inclusione sociale”, spesso promossi da organizzazioni comunitarie e del terzo settore, orientati al supporto psicosociale; dall’altro i programmi di “inclusione sociale nello sport”, più legati al sistema sportivo tradizionale e finalizzati all’inserimento dei giovani rifugiati in club e strutture sportive formali. I primi sono generalmente più flessibili e adattati ai bisogni individuali, ma di breve durata; i secondi sono più strutturati e scalabili, ma talvolta meno sensibili alle specificità personali dei partecipanti.

Le tendenze comuni: cosa funziona davvero

Nonostante le differenze, la ricerca individua alcune tendenze trasversali che caratterizzano i programmi più efficaci:

  • Centralità della persona, con attività costruite sui desideri e sugli interessi dei giovani.
  • Divertimento e gioia come elementi prioritari: lo sport diventa uno spazio sicuro per “ritrovare l’infanzia” dopo esperienze traumatiche.
  • Regolarità e struttura, che offrono stabilità e routine in contesti di vita spesso precari.
  • Relazioni tra pari, fondamentali per combattere solitudine e isolamento.
  • Connessione con i servizi sociali ed educativi, che rende lo sport parte di un sistema più ampio di supporto.

In questo quadro, esperienze come quelle Uisp si collocano pienamente nella visione dello sport come diritto, strumento educativo e leva di coesione sociale.

Salute mentale: una priorità ancora poco strutturata

Uno dei risultati più significativi riguarda il tema del benessere psicologico. Tutti i programmi riconoscono che solitudine, stress e traumi sono condizioni diffuse tra i giovani rifugiati, e che lo sport contribuisce a ridurli creando spazi di relazione, fiducia e sicurezza. Tuttavia, il supporto alla salute mentale risulta ancora poco formalizzato e spesso affidato alla sensibilità degli allenatori e degli operatori, che non sempre dispongono di una formazione specifica. La ricerca evidenzia quindi la necessità di integrare forme di sostegno psicologico “leggere”, senza trasformare l’attività sportiva in terapia clinica, ma valorizzandone il potenziale educativo ed emotivo.

Il potenziale delle arti circensi

Un elemento innovativo del progetto Sport Without Borders è l’esplorazione delle arti circensi come complemento allo sport tradizionale. Sebbene poco presenti nei programmi analizzati, le attività circensi (giocoleria, acrobatica, discipline aeree) sono state accolte con grande interesse dai facilitatori, che ne riconoscono il valore in termini di creatività, inclusività e accessibilità. Il circo viene visto come uno strumento capace di coinvolgere anche chi non si riconosce negli sport competitivi, favorendo la partecipazione di bambini più piccoli, famiglie e gruppi multigenerazionali.

Uno spunto di riflessione che potrebbe essere ripreso anche all’interno delle diverse attività Uisp, che comunque propongono una serie di giochi motori molto vicini a questi modelli di attività.

Conclusioni: verso modelli più integrati e inclusivi

La ricerca ENGSO conferma che i programmi sportivi per giovani rifugiati funzionano meglio quando sono incentrati sulla persona, fondati su divertimento, relazioni e continuità, e inseriti in una rete più ampia di supporto sociale ed educativo. Allo stesso tempo, emergono nuove direzioni di sviluppo: rafforzare il sostegno alla salute mentale e integrare pratiche innovative come le arti circensi.

In questo percorso, il contributo Uisp dimostra come lo sport possa essere non solo strumento di integrazione, ma anche spazio di diritti, cittadinanza e benessere per le persone più vulnerabili. Un approccio che mette al centro le persone, prima ancora delle performance, e che indica una strada concreta per costruire comunità più inclusive in tutta Europa.

Fonte: UISP Nazionale

UISP BOLOGNA
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