Dima, per poter lasciare la tenda e andare ad abitare in un piccolo garage che diventerà la sua casa, ha ancora bisogno di una cosa: un water. Non lo trova, perché è nella lista degli oggetti, redatta dal governo di Israele, che non possono entrare nella Striscia di Gaza. Un garage che diventa una casa e che le potrebbe restituire l’identità di abitante e non più di sfollata. (Internazionale, n° 1686, 9 ottobre 2026 - “Quello che i palestinesi non possono avere”).
Parlare di pace attraverso la voce di architetti e urbanisti è come indossare degli occhiali che permettono una visione molto più allargata. Quando pensiamo alle guerre ovviamente la prima cosa che ci viene in mente sono le persone che soffrono, i morti e i feriti, le famiglie disgregate, l’odio che rischia di durare per generazioni intere. Ma sullo sfondo ci sono anche abitazioni distrutte, manufatti artistici di pregio che conservano la memoria storica e rischiano di scomparire e luoghi di incontro che diventano pericolosi e quindi si fanno vuoti.
Il recente numero di Le Carré Bleu (rivista internazionale di architettura) è stato interamente dedicato al tema “Habiter la paix”. Abitare la pace è un titolo evocativo, che apre alla speranza, ad una pratica che dovrebbe farsi quotidiana e che ultimamente sembra sempre più lontana. Basti pensare che tra il 1° dicembre 2024 e il 28 novembre 2025, ACLED (Osservatorio indipendente che monitora i conflitti nel mondo) ha registrato oltre 204.000 eventi di violenza politica nel mondo, che hanno causato – in modo conservativo – più di 240.000 vittime.
Curatore del numero monografico è il prof. Alessio Battistella, docente di progettazione tecnologica e ambientale dell’architettura al Politecnico di Milano: “La guerra è sempre anche una questione di spazio. Lo spazio non è semplicemente il supporto fisico sul quale avvengono i conflitti; molto spesso ne costituisce la posta in gioco – si legge nell’introduzione – Il punto non è immaginare un mondo senza conflitti. È ricostruire la capacità politica, culturale e spaziale di abitare il conflitto senza convertirlo in guerra”.
La lettura della rivista (pubblicata in francese, italiano e inglese) è di grande ispirazione perché invita ad una riflessione ulteriore su come pensiamo le nostre città, a volte le pensiamo non in funzione delle persone che le devono abitare, altre volte le diamo per scontate. Un po’ come quando per noi romani Colosseo è una fermata della metro e uscendo non ci stupiamo più della meraviglia che abbiamo di fronte. Ci accorgiamo dei luoghi quando li perdiamo, come sempre.
Gli approfondimenti nei diversi articoli sono ricchi di spunti e in molti casi riecheggiano alcuni dei progetti portati avanti dall'Uisp (Sport Civico, Open Space, Placemaking Sport), in cui città e spazi non convenzionali vengono ripensati perché diventino luoghi per la pratica motoria, l’incontro, la socializzazione, il gioco.
La rivista accompagna il lettore in molti luoghi, tra esempi di ricostruzione, progettazione dal basso, resistenze e ferite ancora aperte: il Parco Gezi a Istanbul; la ricostruzione di Beirut e Sarajevo; il Mercado Modelo di Salvador da Bahia, carico della memoria della schiavitù; le macerie di Gaza; il Cinema Ariana di Kabul; la città fantasma di Homs; la città divisa di Nicosia; le case ricostruite in Ucraina; le mobilitazioni contro il traffico di armi a Genova, Livorno, Pisa e Torino.
È un bel viaggio da fare leggendo i vari articoli che portano a riflettere - in particolare quello di Virginia Veludo - sull’importanza dell’articolo 11 della Costituzione: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. A questo proposito c’è un bellissimo podcast di Emergency e Chora Media, “Ripudia”, in cui cinque giornalisti e scrittori riflettono sulle parole della guerra e sulla scelta della pace. Emergency ha inoltre avviato la raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare “Io obietto la guerra”, che estenderebbe a tutti il diritto all’obiezione di coscienza alla guerra, compreso il rifiuto di lavorare alla produzione e al trasporto di armi.
“La questione dello spazio pubblico è inseparabile da quella della democrazia: i modi in cui le società progettano, preservano e attivano gli spazi condivisi rivelano non solo come le persone vivono insieme nel presente, ma anche quali futuri sociali immaginano e rendono possibili” (Zeynep Arda, Giovanni Di Leo – Dalla resistenza al terreno comune: Gezi, il patrimonio e la creazione dello spazio pubblico). (di Daniela Conti, Responsabile Politiche per l’Interculturalità e la Cooperazione Uisp)