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CN Uisp su proposta nuovo statuto e convocazione Assemblea nazionale

Il presidente Uisp Tiziano Pesce, al CN di Bologna del 12 settembre: "Saper interpretare la società che cambia, senza smarrire la nostra identità"

Il Consiglio nazionale Uisp si è tenuto in presenza a Bologna sabato 12 settembre.  Nel corso dei lavori è stata approvata una proposta di nuovo Statuto che verrà portata in approvazione all’Assemblea nazionale congressuale straordinaria, che si terrà a Firenze il 24 e 25 ottobre 2026. Il Cn Uisp ha approvato anche la delibera di convocazione. Dopo un ricordo dedicato ad Emma Bonino e al suo incessante impegno per i diritti civili, il presidente nazionale Uisp Tiziano Pesce, ha aperto i lavori con la sua relazione, che pubblichiamo integralmente:

Care consigliere e consiglieri nazionali, dirigenti, componenti dell’Organo di controllo,
siamo all’inizio di una nuova e particolare stagione sportiva e associativa e credo sia giusto partire da un ringraziamento. Un ringraziamento non formale, ma profondamente sentito, rivolto a tutte le persone che, con ruoli e responsabilità diverse, ogni giorno contribuiscono a costruire e a far vivere l’Uisp.
Penso alle nostre e ai nostri dirigenti, alle operatrici e agli operatori, alle educatrici e agli educatori, alle volontarie e ai volontari, alle lavoratrici e ai lavoratori.
Penso ai Comitati Regionali e Territoriali, ai Settori di Attività, alla nostra struttura nazionale e alle tante persone che mettono a disposizione tempo, competenze, passione e senso di responsabilità.
E penso, naturalmente, alle migliaia di associazioni e società sportive affiliate e all’oltre un milione di persone tesserate e associate che costituiscono la parte più viva e diffusa della nostra rete.


È attraverso di loro che l’Uisp abita concretamente i territori, entra nelle comunità, costruisce relazioni e opportunità e prova, ogni giorno, a rendere effettivo il diritto allo sport per tutti e per tutte.
Dietro ogni corso che ricomincia, ogni attività, campionato, manifestazione o progetto che prende forma, c’è un patrimonio di impegno quotidiano che non sempre è visibile, ma che rappresenta la vera forza della nostra associazione.
Credo sia importante ricordarcelo proprio oggi, mentre ci ritroviamo a Bologna, in presenza, per un Consiglio nazionale monotematico particolarmente importante.


Lo è certamente per le decisioni che siamo chiamati ad assumere: la convocazione dell’Assemblea Congressuale straordinaria del 24 e 25 ottobre prossimi, in programma a Firenze presso il Centro Congressi del Radisson Blu Hotel, e l’approvazione della proposta di nuovo Statuto da sottoporre alla stessa Assemblea.
Sarebbe però riduttivo considerare questa giornata soltanto come un passaggio formale.
Oggi siamo chiamati a fare qualcosa di più: a condividere ulteriori consapevolezze sul percorso intrapreso e a continuare a interrogarci sull’Uisp che dovremo essere nei prossimi anni, sugli strumenti di cui abbiamo bisogno e sulle condizioni necessarie per continuare a svolgere pienamente il nostro ruolo.
Per questo il lavoro sullo Statuto non è stato e non può essere semplicemente un lavoro sulle regole. È un lavoro sulla nostra identità, sulla nostra organizzazione, sul rapporto tra i diversi livelli associativi, sulla qualità della nostra democrazia interna e sulla capacità di interpretare i cambiamenti che attraversano la società. Con una particolare attenzione a rendere lo Statuto più leggibile, comprensibile e più “accogliente”.
Ma, soprattutto, è un lavoro sul futuro.


Un impegno che affonda le proprie radici nella riforma interna avviata nel 2015 e si àncora nel mandato politico del Congresso nazionale del marzo 2025, che evidenziò con nettezza la necessità di aprire una nuova fase di riflessione sul funzionamento della nostra rete associativa e sulle regole che la guidano, attraverso un percorso partecipato che ci avrebbe condotti a un’Assemblea Congressuale di metà mandato anticipata rispetto alle tempistiche tradizionali. Anche questo condividemmo a Tivoli.
Un tempo che ci chiede di cambiare
Viviamo un tempo nel quale tutto sembra accelerare.


Le guerre continuano a segnare drammaticamente il nostro presente, producendo vittime e distruzioni, alimentando nuove divisioni, nuove paure e tensioni internazionali sempre più profonde.
Vediamo affermarsi, anche nel dibattito pubblico, una cultura della forza e del riarmo alla quale dobbiamo continuare a contrapporre con determinazione quella del dialogo, della pace, della nonviolenza, della cooperazione e della convivenza tra i popoli.
Non sono per noi parole astratte. Sono principi che appartengono alla storia e all’identità dell’Uisp e che devono tradursi in scelte e comportamenti concreti.
Anche per questo credo sia importante richiamare la campagna “Un’altra difesa è possibile” e la raccolta di firme, che si concluderà fra pochissimi giorni, il 15 settembre, per portare in Parlamento la proposta di legge per l’istituzione di un Dipartimento della Difesa civile e nonviolenta.
L’obiettivo delle 50mila sottoscrizioni richiede ancora uno sforzo in questi ultimi giorni.


È una proposta che richiama direttamente i principi degli articoli 11 e 52 della nostra Costituzione e afferma un’idea diversa di sicurezza e di difesa: fondata sulla prevenzione dei conflitti, sulla protezione delle persone, sulla solidarietà, sulla cooperazione e sulla costruzione della pace.
Credo sia importante che la nostra rete contribuisca, anche in questi ultimi giorni, a continuare a sostenerla e diffonderla.
È nello stesso orizzonte che si colloca l’invito all’Uisp a partecipare, dal 23 al 27 settembre, alla Carovana di solidarietà per Cuba, con Arci, Arcs, Aoi, Anpi, Cgil, insieme ad alcuni parlamentari italiani ed europei. Anche questo impegno testimonia una scelta che ci appartiene: costruire ponti, mantenere aperte relazioni e praticare concretamente solidarietà e cooperazione internazionale.
Ma le trasformazioni che abbiamo davanti non riguardano soltanto lo scenario internazionale.

Nel nostro Paese continua ad allargarsi il divario delle disuguaglianze economiche e sociali.
Per un numero crescente di famiglie diventa sempre più difficile sostenere i costi della vita quotidiana, dal carrello della spesa alle bollette e al rifornimento di carburante.
E quando le risorse disponibili diminuiscono, anche garantire ai propri figli e alle proprie figlie la possibilità di praticare sport rischia di diventare un costo non più sostenibile.
È così che quello che riteniamo debba essere un diritto rischia, ancora una volta, di trasformarsi in un’opportunità riservata soltanto a chi può permettersela.
Le trasformazioni demografiche stanno cambiando profondamente la struttura della nostra società. La denatalità e il progressivo invecchiamento della popolazione, la solitudine, l’isolamento e le nuove fragilità ci pongono di fronte a bisogni ai quali il movimento, l’attività fisica e lo sport sociale possono offrire risposte importanti, contribuendo alla salute, al benessere, all’autonomia delle persone e alla costruzione di relazioni.
Le crisi e le emergenze climatiche ci obbligano, allo stesso tempo, a ripensare il rapporto tra le nostre attività, gli stili di vita, i territori e l’ambiente.


Anche su questo siamo chiamati a essere sempre più consapevoli e coerenti.
Le tecnologie, compresa l’intelligenza artificiale, stanno modificando il lavoro, la comunicazione, le relazioni e persino le modalità attraverso le quali si costruisce e si condivide conoscenza.
Trasformazioni che non possiamo limitarci a osservare, ma che dobbiamo imparare a comprendere e affrontare, cogliendone le opportunità senza sottovalutarne rischi e implicazioni.
Attraversiamo poi una crisi della partecipazione che non può lasciarci indifferenti.
L’astensionismo che continua a caratterizzare gli appuntamenti elettorali, la distanza tra cittadini e istituzioni, l’indebolimento dei luoghi della partecipazione collettiva ci ricordano che la democrazia non può mai essere considerata acquisita una volta per tutte. Ha bisogno di essere alimentata, praticata e vissuta.
Anche per questo abbiamo bisogno di un associazionismo vivo e diffuso.
Il Paese ha bisogno di corpi intermedi capaci di rappresentare bisogni, dare voce alle persone e costruire risposte.
Ha bisogno di luoghi nei quali ci si possa incontrare, partecipare, assumere responsabilità, confrontarsi, costruire relazioni e comunità.
L’Uisp, con la sua straordinaria rete associativa diffusa, è senza dubbio uno di questi luoghi.
Dobbiamo esserne pienamente consapevoli.
Perché da questa consapevolezza discende la responsabilità di continuare a cambiare noi stessi, senza perdere ciò che siamo.

Anche lo sport sta cambiando
La riforma dello sport ha modificato regole, responsabilità, rapporti di lavoro e assetti organizzativi, producendo trasformazioni importanti ma lasciando aperte questioni, contraddizioni e disallineamenti che continuano a pesare sulla vita quotidiana delle associazioni e delle società sportive.
Il riconoscimento, nell’articolo 33 della Costituzione, del valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme ha segnato un passaggio storico, che abbiamo fortemente sostenuto.
Ma quel riconoscimento deve ora tradursi pienamente nelle politiche pubbliche.


Affermare un principio nella Costituzione è fondamentale; renderlo concretamente esigibile significa costruire le condizioni perché tutti e tutte possano realmente accedere alla pratica sportiva, indipendentemente dal reddito, dall’età, dal genere, dalle condizioni personali e sociali o dal territorio nel quale vivono.
Nel frattempo, il rapporto tra sport e Terzo settore è diventato sempre più stretto.
Alle organizzazioni vengono offerte nuove importanti opportunità ma richieste competenze crescenti, maggiori capacità amministrative e organizzative, trasparenza, sicurezza e tutela delle persone.
Pensiamo soltanto al tema del safeguarding e alla responsabilità che abbiamo nel prevenire e contrastare ogni forma di abuso, violenza, molestia e discriminazione, con un’attenzione particolare ai bambini, alle bambine, agli adolescenti e alle persone maggiormente vulnerabili. Non può essere vissuto soltanto come un ulteriore adempimento: riguarda la qualità e la sicurezza dei nostri ambienti associativi e, prima ancora, la cultura dello sport che vogliamo promuovere.
Cambiano, allo stesso tempo, anche le forme e le motivazioni della pratica sportiva.


Milioni di persone cercano nello sport non soltanto competizione e risultato, ma salute e benessere, socialità, relazioni, contatto con l’ambiente, occasioni per incontrarsi e sentirsi parte di una comunità.
È esattamente il terreno sul quale l’Uisp ha costruito, in quasi ottant’anni di storia, la propria idea di sport.
Ma proprio perché abbiamo alle spalle una storia così importante, non possiamo pensare che quella storia, da sola, sia sufficiente a garantirci il futuro.
Dobbiamo avere la capacità di interpretare ciò che cambia, anticipare nuovi bisogni e costruire nuove risposte, senza smarrire la nostra identità.
Dobbiamo, in altre parole, saper cambiare continuando a essere noi stessi.

Una nuova stagione associativa
Siamo ai primi giorni della stagione sportiva 2026/2027, per la quale abbiamo scelto uno slogan particolarmente significativo: “Superare gli ostacoli”.
Lo abbiamo scelto pensando soprattutto all’articolo 3 della Costituzione e a quel compito fondamentale della Repubblica che è rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza delle persone e ne impediscono il pieno sviluppo e la partecipazione.
Per noi non è soltanto uno slogan, ma un vero e proprio programma di lavoro.
Gli ostacoli economici che impediscono a una famiglia di sostenere i costi dell’attività sportiva dei propri figli.
Gli ostacoli sociali e culturali.
Le disuguaglianze territoriali.
Le barriere, fisiche e non, che incontrano le persone con disabilità.
Gli stereotipi e le discriminazioni di genere.
Le discriminazioni razziali.
Le difficoltà che incontrano le persone anziane, quelle più fragili, chi vive nelle periferie e nelle aree interne.
Se lo sport deve essere un diritto – e noi ne siamo convinti – dobbiamo chiederci continuamente chi rischia di esserne escluso.

Dire “sport per tutti e per tutte” significa assumersi la responsabilità di contribuire a rimuovere questi ostacoli.
E significa anche continuare a chiedere il superamento dei disallineamenti normativi, le necessarie armonizzazioni e semplificazioni che ancora rendono più difficile la vita delle nostre associazioni e società sportive e dei nostri stessi Comitati.
Penso alla necessaria armonizzazione tra la riforma dello sport e quella del Terzo settore; alla semplificazione degli adempimenti amministrativi, fiscali e gestionali; alla necessaria maggiore chiarezza nella disciplina del lavoro sportivo e del volontariato, a partire dal tema dei rimborsi; alla necessità di rendere più coerenti gli obblighi che derivano dall’appartenenza contemporanea al sistema sportivo e al Terzo settore; all’interoperabilità dei registri e delle piattaforme digitali con cui siamo chiamati quotidianamente a confrontarci.
Non chiediamo meno tutele o meno trasparenza. Chiediamo regole più chiare, coordinate e proporzionate, capaci di garantire diritti e responsabilità senza trasformare la complessità normativa in un ostacolo alla vita associativa.

I prossimi mesi
Questa responsabilità ci porta inevitabilmente anche al confronto politico che attende il Paese.
Tra poche settimane entrerà nel vivo la discussione sulla legge di Bilancio per il 2027.
Come Uisp dovremo esserci, insieme alle reti sociali che animiamo e al Forum del Terzo Settore.
Dovremo chiedere che il riconoscimento costituzionale dell’attività sportiva in tutte le sue forme produca conseguenze concrete nelle politiche pubbliche e tornare a porre con forza il tema del diritto allo sport e del sostegno alle famiglie.
In estate, in sede parlamentare, abbiamo espresso la nostra netta preoccupazione per il drastico ridimensionamento del Fondo Dote per la famiglia, passato dai 30 milioni originariamente previsti per il 2025 ai soli 2 milioni previsti per il 2027, una scelta che indebolisce proprio uno strumento nato per sostenere l’accesso alla pratica sportiva dei minorenni appartenenti ai nuclei familiari economicamente più fragili.
Dovremo continuare a chiedere politiche strutturali, non interventi episodici.
E dovremo continuare a occuparci di lavoro.

La riforma del lavoro sportivo ha riconosciuto diritti e tutele che rappresentano un avanzamento importante e dal quale non intendiamo tornare indietro. Da tempo abbiamo però iniziato a porre il tema di ciò che accadrà dopo il 31 dicembre 2027, quando terminerà l’attuale regime transitorio che prevede, per la contribuzione previdenziale interessata relativa alle collaborazioni sportive, il calcolo sul 50 per cento dell’imponibile contributivo.
Dobbiamo evitare che le tutele dei lavoratori e delle lavoratrici, che vanno comunque accresciute, e la sostenibilità delle associazioni e società di base e degli stessi organismi sportivi vengano artificiosamente messe in contrapposizione.
Servono entrambe.
Così come serviranno investimenti nell’impiantistica sportiva, nel sostegno ai costi energetici, nella promozione della salute, nell’accessibilità e nella sostenibilità ambientale.
Nel frattempo, davanti a noi si avvicina anche la conclusione naturale della legislatura e, nel 2027, l’appuntamento con le elezioni politiche nazionali.
L’Uisp dovrà arrivarci con proprie idee e proprie proposte, nella propria piena autonomia.
Ma autonomia non significa indifferenza rispetto alle scelte che riguardano i diritti delle persone, le disuguaglianze, la rappresentanza del sistema sportivo e l’allocazione delle risorse, il welfare, la pace, l’ambiente, la qualità della democrazia.


Avremo tempo e modo, nei prossimi mesi, di esplicitare ulteriormente le nostre posizioni, costruire proposte e promuovere momenti di confronto, programmando anche un’iniziativa pubblica specificamente dedicata a questi temi, valutando insieme quale possa essere la forma più utile ed efficace.
Oggi mi interessa sottolineare soprattutto un punto: per essere capaci di affrontare queste sfide dobbiamo avere un’organizzazione sempre più adeguata.
Ed è qui che torniamo direttamente al cuore dell’ordine del giorno del nostro Consiglio nazionale.

Perché un nuovo Statuto
Non abbiamo avviato il percorso di aggiornamento dello Statuto perché quello approvato nel 2019 abbia improvvisamente perso valore.
Lo abbiamo fatto non per un mero o obbligato adeguamento normativo, ma perché sono aumentate le nostre responsabilità, le nostre tensioni etiche, perché il rapporto tra sport e Terzo settore è diventato più ampio e perché un’organizzazione grande, articolata e diffusa come la nostra ha bisogno periodicamente di interrogarsi sul proprio funzionamento.
Uno Statuto deve essere sufficientemente solido da garantire continuità, ma anche sufficientemente contemporaneo da interpretare il tempo nel quale l’associazione si trova a operare.
Per questo abbiamo cercato innanzitutto di rispondere a una domanda molto semplice e, allo stesso tempo, molto impegnativa: che cosa deve raccontare dell’Uisp il suo Statuto?
La risposta che abbiamo provato a dare è netta.
Deve raccontare, innanzitutto, la propria identità.
E l’identità, per noi, non è una premessa formale né una semplice dichiarazione di principi.
L’Uisp è un’associazione che promuove lo sport per tutti e per tutte. Ma sappiamo bene che dietro queste parole c’è molto di più.
C’è un’idea della persona e della società.
C’è l’idea dello sport come diritto, come strumento di cittadinanza, inclusione ed emancipazione.
Ci sono le radici democratiche della nostra Repubblica, i valori della Costituzione nata dalla Resistenza e quelli di un’Europa fondata sulla democrazia, sulla libertà, sulla solidarietà, sulla pace e sul rispetto dei diritti fondamentali.
C’è il nostro essere antifascisti e antirazzisti, non come affermazione rituale o testimonianza del passato, ma come scelta che continua a interrogare il nostro presente e si traduce nel contrasto a ogni forma di discriminazione, intolleranza e sopraffazione.


Ci sono la parità e le pari opportunità, la dignità di ogni persona, la tutela dei diritti umani e delle minoranze, la solidarietà, la pace, la cultura della convivenza.
C’è l’ambiente, non come elemento accessorio delle nostre politiche, ma come bene comune del quale siamo responsabili e che abbiamo il dovere di consegnare alle generazioni future.
E c’è il rifiuto di ogni forma di violenza, abuso, molestia, corruzione e doping, perché anche attraverso la qualità e la sicurezza dei nostri ambienti associativi si misura la coerenza tra i valori che affermiamo e ciò che concretamente facciamo.
Abbiamo voluto che tutto questo emergesse con chiarezza.
Perché uno Statuto non serve soltanto a stabilire chi convoca una riunione, chi approva un bilancio o quanti componenti debba avere un organismo.
Uno Statuto dice, prima di tutto, perché un’organizzazione esiste, quali valori sceglie di rappresentare e quale idea di società intende contribuire a costruire.
E qui vorrei sottolineare un punto che considero fondamentale.
Con questa proposta non stiamo cambiando l’identità dell’Uisp.
Al contrario, stiamo cercando di renderla ancora più chiara e riconoscibile e di dotarla di strumenti più adeguati per affrontare il presente e il futuro.

Lo sport come diritto di cittadinanza
Da questo punto di vista considero particolarmente importante che la proposta di nuovo Statuto riaffermi con grande chiarezza lo sport quale diritto di cittadinanza, collocandolo tra i princìpi identitari dell’Uisp e traducendolo poi nelle finalità dell’Associazione.
È una delle grandi battaglie culturali dell’Uisp.
E se lo sport deve essere un diritto, dobbiamo continuare a interrogarci appunto su chi rischia di non poterlo esercitare: chi non può permetterselo, chi incontra barriere fisiche, economiche, sociali o culturali, chi vive nelle periferie, nei piccoli centri o nelle aree interne, chi è anziano, chi vive una condizione di disabilità, chi arriva da un altro Paese, chi viene discriminato.
È qui che il nostro “Superare gli ostacoli” incontra pienamente la discussione statutaria. 

Una Uisp nazionale profondamente territoriale
Il secondo grande tema che attraversa la proposta di Statuto riguarda la nostra organizzazione.
L’Uisp è una grande associazione nazionale proprio perché è profondamente radicata nei territori.
Non dobbiamo mai dimenticarlo.
La nostra forza è la presenza quotidiana nelle città, nei quartieri, nei piccoli comuni, nelle palestre, negli impianti, nelle piscine, nelle scuole, nei parchi, nelle strade, fino ad arrivare ai condomìni.
La nostra forza sono le associazioni e le società sportive affiliate, i Comitati Territoriali, i Comitati Regionali, il Nazionale.
Ciascuno di questi nodi è parte di un’unica rete associativa e contribuisce, con funzioni e responsabilità diverse, alla sua tenuta, alla sua autorevolezza e alla sua capacità di essere presente nelle comunità.
È nella relazione tra questi livelli, e non nella loro separatezza, che dobbiamo continuare a costruire la forza dell’Uisp.
Per questo abbiamo cercato di definire meglio responsabilità, funzioni e relazioni.
Abbiamo bisogno di una Uisp nella quale le decisioni siano assunte dentro un quadro comune di principi, diritti, doveri e responsabilità.


Una Uisp capace di presentarsi ai propri soci e alle proprie socie, alle istituzioni e alla società come un unico grande sistema associativo.
Con la stessa identità, con standard di qualità condivisi, con la capacità di sostenere le realtà che attraversano momenti di difficoltà, con strumenti efficaci di monitoraggio, controllo e autocontrollo, assistenza e, quando necessario, intervento.
Non per limitare l’autonomia, ma per tutelarla.
Perché l’autonomia è forte quando è accompagnata dalla responsabilità.
Dopo l’Assemblea Congressuale dovremo sviluppare a fondo questo tema.
Dovremo lavorare, nel modo più partecipato possibile, sul significato concreto dell’autonomia responsabile, sulla sussidiarietà, sul rapporto tra Nazionale, Regionali e Territoriali, sul modello dei Comitati Territoriali. 

Nuovo patto con i Comitati Regionali
Credo che dopo l’Assemblea Congressuale, in particolare, si debba costruire un nuovo patto con i Comitati Regionali.
Non penso soltanto a nuove o diverse distribuzioni e condivisioni di funzioni, ruoli, servizi o competenze.
Penso a un vero cambio di ingaggio: più responsabilità, più capacità di coordinamento e di accompagnamento dei territori, una più forte condivisione delle scelte assunte a livello nazionale e, nello stesso tempo, una maggiore capacità del Nazionale di riconoscere differenze, valorizzare esperienze e interpretare i bisogni che emergono dalle diverse realtà del Paese.
Un percorso fondato sulla sussidiarietà e su uno sguardo sempre più attento agli ecosistemi territoriali, alle loro specificità, alle relazioni che li attraversano e alle risorse che sono in grado di esprimere.
Significa costruire un’associazione nella quale ogni livello sia nelle condizioni di esercitare pienamente le proprie responsabilità dentro un progetto comune e riconoscibile.
Anche questo sarà uno dei cantieri che dovremo aprire subito dopo l’Assemblea di ottobre.
Perché cambiare lo Statuto senza migliorare, quando necessario e possibile, anche il nostro modo di lavorare insieme significherebbe fermarsi subito, già alla partenza.

Una governance più chiara
Abbiamo lavorato per rendere più chiara anche la nostra governance.
Una grande organizzazione deve sapere distinguere le funzioni di indirizzo politico-associativo dalle funzioni tecnico-operative e deve essere capace di valorizzarle entrambe.
Deve sapere chi decide, chi attua, chi controlla, deve evitare sovrapposizioni e zone grigie, deve garantire trasparenza.
Da qui la maggiore definizione delle responsabilità amministrative, delle funzioni di controllo, l’attenzione alla trasparenza degli atti e dei bilanci, la definizione degli strumenti di assistenza e accompagnamento ai Comitati.

Partecipazione e ricambio, mandati associativi
C’è poi una parola che considero decisiva: partecipazione.
Non basta avere buone regole democratiche se poi la partecipazione si indebolisce.
Non basta convocare assemblee. Non basta rispettare formalmente procedure e quorum.
E non basta neppure prevedere organismi dirigenti molto numerosi, pensando che la dimensione della rappresentanza possa, da sola, garantire una partecipazione più ampia.
La democrazia associativa non si misura dal numero delle persone che compongono un Consiglio o una Giunta, ma dalla qualità e dall’effettività della loro partecipazione, dalla possibilità concreta di contribuire alle decisioni e di assumersi responsabilità.
Perché partecipare non significa soltanto essere presenti a una riunione, significa poter conoscere, voler approfondire, comprendere, proporre, discutere, sentirsi parte di un progetto comune.
La democrazia associativa vive davvero quando le persone sentono di poter incidere, quando il confronto è reale e non soltanto formale.

E partecipazione significa anche creare le condizioni per il ricambio dei gruppi dirigenti, aprendo spazi a nuove energie, nuove competenze, nuove generazioni, favorendo una presenza sempre più equilibrata tra i generi nei luoghi della responsabilità associativa.
Un’associazione che vuole leggere e interpretare i cambiamenti della società deve avere il coraggio di rinnovare anche sé stessa.
Per questo partecipazione e ricambio non sono due temi distinti, sono due facce della stessa idea di democrazia associativa.
Il dibattito di queste stesse ore sulla legge elettorale ci ricorda, del resto, quanto le regole della rappresentanza non siano mai semplicemente questioni tecniche. Dietro una norma sulle modalità di scelta, sui mandati, sulla rappresentanza di genere c'è sempre un'idea di democrazia e di partecipazione.
Vale per le istituzioni e, naturalmente nelle forme proprie della nostra autonomia associativa, vale anche per noi.
Ed è proprio dentro queste riflessioni che credo debba essere letta una delle scelte che la Giunta presenta nel testo della proposta di Statuto: quella relativa ai mandati delle Presidenze, a tutti i livelli.
È un punto al quale, nella mia relazione al Consiglio nazionale dello scorso marzo, vi ricorderete, avevo già dedicato una riflessione specifica.

Lo avevo fatto quando ancora il percorso di revisione statutaria doveva entrare nel vivo, ponendo una questione di carattere generale.
Vorrei che su questo fossimo molto chiari, anzitutto tra di noi.
Non stiamo discutendo del destino o delle aspettative di questa o quella persona che oggi ricopre il ruolo di presidente di un Comitato territoriale, regionale o dell’Uisp nazionale.
E credo sarebbe un grave errore ridurre a una questione personale una scelta che riguarda invece un ragionamento squisitamente politico e il modello democratico e organizzativo dell’Uisp dei prossimi anni.
La domanda che dobbiamo porci è un’altra: quale equilibrio vogliamo costruire tra l’esigenza del ricambio, la continuità dell’azione associativa e il compito dei nostri Congressi di scegliere democraticamente chi debba assumere le responsabilità delle presidenze?

La proposta che abbiamo costruito - che tra l’altro equipara il limite di mandato per tutti i diversi organi eccezion fatta per i Consigli - fornisce una risposta equilibrata anche a questa domanda: supera il blocco al secondo mandato, ma non ne elimina il limite, fissandolo a tre, creando l’opportunità di un percorso in cui far crescere e accompagnare responsabilità, aprire spazi alle generazioni più giovani, a competenze e nuove esperienze.
Il ricambio non può però essere affidato soltanto a un limite statutario. Deve essere costruito e accompagnato e deve diventare una responsabilità politica dell’intera associazione.
Deve nascere dalla partecipazione, dalla disponibilità a mettersi a disposizione, da percorsi di formazione e accompagnamento dei dirigenti, dalla capacità di non considerare nessuna funzione come proprietà di chi temporaneamente la esercita.
E deve essere la nostra comunità associativa, attraverso i suoi processi democratici, a decidere chi sia, in ogni fase, nelle condizioni migliori per assumersi una responsabilità.
Per questo considero questa scelta la ricerca di un equilibrio più maturo tra limiti, ricambio, continuità e responsabilità democratica.
Su questo percorso sento tutto il dovere e la responsabilità di mettermi a completa disposizione.
Una disponibilità che non dà per scontata la non contendibilità e che, per quanto mi riguarda, comprende l’aspirazione di altri o altre che volessero legittimamente assumersela.

Sport, Terzo settore ed economia sociale. Un’idea diversa di sviluppo
Il nuovo Statuto deve poi rappresentare pienamente ciò che siamo diventati nel sistema del Terzo settore.
I riconoscimenti giuridici di Associazione di Promozione sociale e Rete associativa, che hanno superato i precedenti regimi concessori, insieme a quello di Ente di Promozione sportiva, non costituiscono qualificazioni da aggiungere semplicemente alla nostra denominazione.
Comportano responsabilità.
Significano promuovere sport davvero per tutti e per tutte, partecipazione, solidarietà e interesse generale.
Significano costruire rapporti nuovi con le pubbliche amministrazioni e con le comunità, partecipare alla costruzione delle politiche pubbliche, anche attraverso gli strumenti della co-programmazione e della co-progettazione, riconoscere il valore del volontariato.
E significano anche saper cogliere le opportunità che si stanno aprendo sul terreno dell’economia sociale.
Un campo che riguarda sempre di più anche noi, perché riconosce e valorizza organizzazioni capaci di tenere insieme attività economica, finalità sociali, lavoro, partecipazione, innovazione e sviluppo dei territori.
Dentro questo orizzonte lo sport sociale può e deve trovare uno spazio maggiore.
Le nostre associazioni e società sportive generano relazioni, occupazione, competenze, servizi, salute, inclusione, presidio territoriale e valore per le comunità.

Dobbiamo allora essere capaci di riconoscere fino in fondo questo valore e di farlo riconoscere, mettendo la nostra rete nelle condizioni di intercettare nuove opportunità di investimento, progettazione, collaborazione e innovazione sociale, senza snaturarne l’identità e senza confondere la dimensione economica con la finalità associativa.
Perché parlare di economia sociale significa anche affermare un’idea diversa di sviluppo: un’economia nella quale la produzione di valore non venga misurata soltanto attraverso il profitto, ma anche attraverso la qualità del lavoro, il benessere delle persone, la coesione sociale e la capacità di rafforzare le comunità.
E significa affermare che lo sport sociale è parte integrante delle politiche di welfare, salute, educazione, inclusione, rigenerazione urbana e sviluppo sostenibile.
Questa doppia appartenenza – al sistema sportivo e al Terzo settore – non è per noi una contraddizione, è una enorme ricchezza.
Direi di più: è una delle caratteristiche che meglio definiscono l’originalità dell’Uisp contemporanea e che dobbiamo imparare sempre di più a valorizzarla. 

Le regole devono aiutare l’associazione a vivere
Nel lavoro di questi mesi abbiamo cercato anche di evitare un rischio: quello di scrivere uno Statuto che pretendesse di disciplinare ogni singolo aspetto della vita associativa.
Non sarebbe possibile e non sarebbe neppure utile.
Lo Statuto deve fissare princìpi, diritti, doveri, competenze e architettura fondamentale.
Il Regolamento Nazionale dovrà tradurre molti di questi princìpi in procedure operative.
Gli altri Regolamenti dovranno disciplinare materie specifiche.
Il Codice Etico dovrà rappresentare ancora di più un riferimento fondamentale per i nostri comportamenti.
Abbiamo quindi cercato di costruire una gerarchia delle fonti interne più chiara e coerente, perché le regole funzionano quando vengono conosciute e comprese.
La qualità di uno Statuto si misura dalla capacità di dare certezza senza irrigidire, di garantire autonomia senza produrre frammentazione, di tutelare la democrazia senza rendere impossibile decidere.
Questo equilibrio è uno dei punti più delicati del lavoro che stiamo svolgendo.

Un percorso collettivo
Voglio ringraziare tutte e tutti coloro che hanno contribuito al percorso che ci ha portato qui.
Il lavoro svolto in questi mesi è stato intenso e duro.
Abbiamo discusso, approfondito, verificato la coerenza delle diverse disposizioni.
Quando si discute dello Statuto si discute del modo in cui ciascuno di noi immagina l’associazione.
Dobbiamo farlo senza avere timore delle differenze, con la capacità di trasformarle in sintesi e con la consapevolezza di muoverci all’interno di quadri normativi di riferimento ben definiti.
Questo Consiglio nazionale è chiamato ad assumersi una responsabilità precisa: consegnare all’Assemblea Congressuale straordinaria del 24 e 25 ottobre una proposta solida e coerente, sarà poi l’Assemblea, all’interno delle proprie prerogative e nella coerenza del percorso compiuto, a discutere ulteriormente e ad assumere le decisioni definitive.

Ringrazio nuovamente Vincenzo Manco, coordinatore del Gruppo di lavoro Statuto, Enrica Francini e Tommaso Dorati per il lavoro diligente, competente e appassionato portato avanti; il professor Luca Gori e il dottor Giammaria Gotti della Scuola Sant’Anna di Pisa, fari che hanno illuminato questo percorso; tutte le componenti e i componenti della Giunta nazionale; e tutti voi, presidenti regionali, consigliere e consiglieri nazionali.
E, attraverso voi, sento di ringraziare ancora una volta le tante donne e i tanti uomini dell’Uisp che, dopo il Consiglio nazionale del 14 marzo, hanno scelto di entrare nel merito del percorso attraverso i 19 Consigli regionali allargati, dedicandovi tempo, attenzione e competenze: i contributi arrivati sono stati davvero moltissimi e ci hanno aiutato a individuare questioni da approfondire, a modificare e ampliare formulazioni, a verificare la tenuta di alcune scelte e, in diversi casi, a trovare soluzioni migliori di quelle dalle quali eravamo partiti.
È stato un lavoro impegnativo, che ha significato valutare ogni proposta, discuterla e ricondurla dentro un disegno complessivo.

La Giunta ha cercato di fare sintesi senza impoverire la ricchezza del confronto, anzi.
Non dobbiamo cercare uno Statuto capace di sommare tutte le possibili posizioni, ma uno Statuto nel quale le diverse sensibilità della nostra associazione possano riconoscere un punto di equilibrio avanzato, chiaro e condiviso.
Un testo che non chiude il confronto, ma che ci mette nelle condizioni di affrontare con maggiore forza e consapevolezza l’Uisp dei prossimi anni.

La nostra storia
Nel compiere questo passaggio dobbiamo avere anche la consapevolezza della nostra storia, che attraversa quasi ottant’anni di quella della Repubblica italiana.
Abbiamo contribuito a cambiare l’idea stessa di sport nel nostro Paese: affermando il protagonismo delle donne nello sport, promuovendo attività per le persone anziane, per i bambini e le bambine, per le persone con disabilità; combattendo discriminazioni e razzismo; intrecciando sport, ambiente, salute, cooperazione internazionale, educazione e diritti.

Abbiamo anticipato idee, pratiche e parole che oggi sono diventate patrimonio comune del sistema sportivo, e ne siamo orgogliosi.
Questa storia deve darci coraggio.
Superare anche i nostri ostacoli
E allora torno allo slogan con il quale accompagniamo questa nuova stagione: “Superare gli ostacoli”.

Oltre a quegli ostacoli che ho già richiamato, dobbiamo avere il coraggio di guardare anche a quelli che possiamo incontrare dentro la nostra organizzazione: l’autoreferenzialità, la difficoltà di comunicare tra livelli diversi, la tendenza, qualche volta, a difendere il proprio spazio invece di costruire insieme, la fatica nel favorire il ricambio, il timore di innovare.
Anche questi sono ostacoli che incontriamo nella nostra quotidianità associativa e che dobbiamo avere la capacità di riconoscere e superare.
Non perché ciò che abbiamo costruito non abbia funzionato. Al contrario: proprio perché ha funzionato e vogliamo che continui a funzionare in un mondo che cambia.

Un nuovo patto associativo

Care consigliere e cari consiglieri,
credo che questa sia la responsabilità che abbiamo oggi.
Non scrivere semplicemente nuove regole, costruire le condizioni perché l’Uisp possa continuare a essere utile alle persone e alle comunità.

Una Uisp aperta, autorevole, autonoma e democratica.
Una Uisp capace di innovare, di partecipare al cambiamento e, quando necessario, di cambiare sé stessa.

Una Uisp che continui a considerare lo sport non un fine in sé, ma uno straordinario strumento attraverso il quale contribuire alla qualità della vita delle persone e alla costruzione di una società più giusta.
Per questo dobbiamo considerare il nuovo Statuto soprattutto un nuovo patto associativo.
Un patto tra generazioni.
Tra Nazionale e territori.
Tra dirigenti e base associativa.
Tra associazioni, società sportive, soci e socie.
Tra volontariato e lavoro.
Un patto fondato sulla partecipazione, sulla fiducia e sulla responsabilità condivisa.
Un patto che tiene insieme memoria e futuro. 

Lo Statuto da solo non basta
C’è un ultimo aspetto che vorrei sottolineare oggi: non dobbiamo pensare che il nostro lavoro finisca con l’approvazione del nuovo Statuto.
Semmai inizierà allora. Perché nessuno Statuto, per quanto ben scritto, può rafforzare un’associazione da solo.
Sono i comportamenti, leali e coerenti, a farlo.
Sono le scelte quotidiane, la qualità delle relazioni, il modo in cui esercitiamo le nostre funzioni e le nostre responsabilità, la capacità di ascoltare, ricordandoci sempre che ogni incarico associativo è prima di tutto un servizio alla comunità e il rispetto delle regole anche quando quelle regole riguardano direttamente noi stessi.

È la disponibilità a mettere il progetto collettivo davanti alle convenienze individuali.
Le norme contribuiscono a creare le condizioni, poi siamo noi a doverle far vivere.
Vi chiedo allora di affrontare il confronto di oggi e l’ultimo tratto di percorso verso l’Assemblea Congressuale straordinaria con queste consapevolezze.
Con rispetto per le opinioni di tutte e di tutti, con la disponibilità a migliorare ancora la proposta, ma anche con la determinazione necessaria per compiere le scelte idonee a raggiungere gli obiettivi condivisi.
Perché governare un’associazione, a tutti i livelli, significa anche questo: sapere quando è il momento di cambiare.
Quasi ottant’anni fa altre donne e altri uomini ebbero il coraggio di immaginare uno sport diverso, che non fosse privilegio di pochi, uno sport capace di parlare alla vita quotidiana delle persone.
Da quella felice intuizione è nata la nostra storia.
Oggi non dobbiamo rifondare l’Uisp.
Dobbiamo essere capaci di rinnovare quella promessa.
Fare in modo che lo sport per tutti e per tutte continui a essere, nel nostro tempo, uno strumento di libertà, uguaglianza, partecipazione, salute, pace e democrazia.
Dobbiamo quindi avere un’organizzazione all’altezza di questa ambizione.
Questo, credo, è il significato più profondo del lavoro che siamo chiamati a fare.
Perché lo Statuto che approveremo all’Assemblea non dovrà dirci soltanto “come funziona l’Uisp”, dovrà continuare a dire chi siamo, perché esistiamo e quali responsabilità vogliamo assumerci nella società italiana dei prossimi anni.
Con la nostra storia alle spalle.
A testa alta, con i piedi ben piantati sul territorio e con lo sguardo rivolto avanti, verso una nuova fase costituente che ci porterà verso l’80° dell’Uisp e il XXI Congresso.
Grazie dell’attenzione.
Buon lavoro a tutte e a tutti noi
Tiziano Pesce