Nonostante le associazioni del Terzo Settore e quelle che si occupano specificatamente di migrazione (UNHCR su tutte) da anni sostengono come i fenomeni migratori siano strutturali e fondamentali per lo sviluppo di una cultura mondiale più coesa e inclusiva, molti governi nel mondo la leggono solo in chiave di problemi per il proprio paese. In questo senso, purtroppo va anche la Strategia per la gestione di migrazione e asilo sul territorio dell’Unione, approvata a gennaio 2026 la Commissione Europea.
Il documento è particolarmente importante, perché per la prima volta viene data una cornice politica e operativa per i prossimi cinque anni a una serie di politiche e riforme già avviate e si basa soprattutto sul nuovo Patto su migrazione e asilo, approvato dalla UE nel 2024, una riforma che ha riscritto il sistema comune di asilo e gestione della migrazione e sulle relative strategie nazionali che gli Stati membri hanno dovuto presentare in applicazione del nuovo regolamento.
È una strategia che sposta l’UE verso un modello più controllato, digitale e coordinato, con meno spazio per abusi del sistema e più enfasi su frontiere, ritorni, cooperazione esterna e attrazione di talento.
Entrambi i documenti sono fortemente influenzati dalla deriva securitaria portata avanti da alcuni paesi europei, e non solo. Leggendo i documenti la centralità tematica è data da parole come controllo, sicurezza, migrazione irregolare. Al contrario della strategia per combattere il razzismo, questi due documenti non prendono in considerazione se non in maniera marginale gli aspetti sociali e culturali della migrazione e dell’asilo. Inutile dire che sport e tempo libero non sono minimamente citati, come pure gli aspetti culturali. Le uniche politiche sociali sono relative al lavoro e alla formazione professionale. Ancora una volta la lettura della migrazione è funzionale allo sviluppo economico dei paesi e non ai suoi aspetti socio-culturali.
Fortunatamente, il Cese recentemente ha espresso un parere chiedendo di riequilibrare in chiave sociale le strategie, sottolineando che “La migrazione dovrebbe essere affrontata come un fenomeno strutturale e multiforme con dimensioni sociali, economiche e umanitarie, piuttosto che principalmente come una sfida alla sicurezza”.
Di seguito troverete una sintesi della Strategia, del Patto e del parere del CESE, fondamentale per capire come orientare le strategie di UISP anche in campo internazionale, che da sempre sposano l’idea che la migrazione debba essere un diritto, che i progetti di cooperazione internazionale debbano essere un ponte culturale e un aiuto concreto alle popolazioni in difficoltà, che occorra sempre esplorare le dimensioni sociali di qualunque politica.
La strategia in breve
La strategia ruota attorno a tre obiettivi principali: prevenire la migrazione irregolare, proteggere chi fugge da guerra e persecuzione e attrarre talenti verso l’UE per rafforzarne competitività ed economia.
I suoi cinque pilastri sono:
Molto spazio è dato alla cooperazione con i Paesi terzi: l’UE vuole contrastare i trafficanti, sostenere i sistemi di asilo fuori dall’Unione, promuovere rimpatri volontari e accordi di riammissione, e usare anche leve come visti, commercio e finanziamenti. Sul piano interno, la strategia punta a rendere operative le riforme del Patto su migrazione e asilo, con più controlli alle frontiere, procedure più rapide, uso di Eurodac, EES ed ETIAS, più digitalizzazione e sperimentazione dell’AI
Anche solo leggendo il sunto ci si rende conto che questa strategia sembra spostare il baricentro della politica migratoria verso una logica di sicurezza, controllo e deterrenza, più che verso una visione centrata sulla coesione sociale e sull’inclusione. Il lessico del documento è rivelatore: ricorrono con forza concetti come frontiere esterne, contrasto alla migrazione irregolare, rimpatri, riammissione, lotta ai trafficanti e uso di leve diplomatiche per ottenere cooperazione dai Paesi terzi. Questo non significa che manchi del tutto la dimensione umanitaria, ma essa appare secondaria rispetto alla priorità politica di governare e ridurre i flussi. Sembra si voglia tornare al concetto di Fortress Europe, più che ad un Open Europe.
A mio avviso, questo documento sembra essere espressione di un orientamento politico vicino alle sensibilità della destra europea: ordine, controllo, selezione degli ingressi, rafforzamento dei confini e maggiore pressione sui Paesi di origine e transito. La protezione dei rifugiati resta formalmente presente, ma viene inserita dentro una cornice in cui l’obiettivo principale sembra essere evitare arrivi irregolari e aumentare i ritorni. La coesione sociale, l’integrazione quotidiana, la vita comunitaria e il ruolo di sport, cultura o associazionismo non sono assi centrali del testo, ma elementi marginali.
Inoltre, la forte esternalizzazione della politica migratoria solleva una critica più profonda: l’Unione sembra costruire una rete di partenariati con Paesi terzi in cui cooperazione, aiuti, visti, commercio e finanziamenti diventano strumenti per ottenere collaborazione sulla gestione dei flussi e sui rimpatri. Questo può ricordare, per alcuni aspetti, un’impostazione simile a quella del Piano Mattei: una politica che si presenta come cooperativa e di partenariato, ma che rischia di essere sbilanciata sugli interessi europei. Come spesso denunciato da molte ONG italiane, il Piano Mattei sembra nascondere un “nuovo colonialismo”: il rischio è che i Paesi partner vengano trattati soprattutto come strumenti per la sicurezza europea, più che come soggetti pienamente autonomi con priorità proprie. In particolare, AOI ha evidenziato già nel 2024 nel suo documento di Posizionamento AOI su Piano Mattei la necessità di un approccio più strutturato e coerente con i principi di equità, sostenibilità e rispetto delle diversità, per trasformare le intenzioni del Piano in un reale cambiamento positivo. In particolare, sottolinea che le migrazioni non si riducono automaticamente con la crescita economica, ma è necessario promuovere percorsi di migrazione regolare e ben gestita, valorizzando le diaspore e le rimesse come strumenti per lo sviluppo.
Ovviamente, la strategia presenta delle politiche di inclusione, nel capito su “Migliorare l’integrazione dei cittadini di paesi terzi”, ad esempio, si citano anche autorità locali, società civile e organizzazioni guidate da migranti, con sostegno a livelli territoriali e comunitari: “L’integrazione è sia un diritto che un dovere. È nell’interesse dell’Unione garantire che i migranti che giungono nell’UE possano contribuire rapidamente e attivamente alle nostre – e ora anche alle loro – società, sia che siano fuggiti da conflitti, siano arrivati come lavoratori, si siano ricongiunti con i propri familiari stretti o siano giunti attraverso altre vie legali. Di conseguenza, l’integrazione è un ambito in cui un approccio che coinvolga l’intero governo è di fondamentale importanza a livello nazionale.” (pag. 22)
Già usare il termine integrazione, da anni fortemente contestato dai movimenti sociali e dalle comunità migranti, è indice di quanto poco sia l’interesse per le attività sociali e comunitarie.
Non risultano obiettivi, misure o finanziamenti specifici dedicati allo sport o al tempo libero come strumenti distinti della strategia. Non compaiono neppure programmi operativi comparabili a quelli che si trovano in altre politiche di integrazione nazionali o settoriali. Al contrario della strategia contro il razzismo, in cui sport e cultura sono viste come leve sociali nei processi di coesione sociale, nella strategia di migrazione l’inclusione è trattata soprattutto in termini di mercato del lavoro, servizi pubblici e sicurezza.
Patto su migrazione e asilo
Non sorprende questa deriva securitaria nella strategia, visto che prende le mosse dal Patto sulla migrazione e l’asilo approvato dall’UE nel 2024 per riscrivere il funzionamento del sistema comune di asilo e gestione della migrazione, con regole più uniformi su screening, procedure alle frontiere, solidarietà tra Stati membri, rimpatri e controlli.
Il Patto punta a:
Una novità importante è che il sistema si basa molto su procedure alle frontiere e su una gestione più rapida dei casi che sembrano meno fondati, con controlli iniziali più strutturati e tempi più stretti.
Molte ONG italiane ed europee, associazioni per i diritti dei migranti, giuristi e alcune organizzazioni umanitarie, hanno fortemente criticato il Patto, perché lo vedono come un rafforzamento di screening, procedure di frontiera, detenzione e rimpatri, a scapito delle garanzie e dell’accesso pieno ai diritti.
Le critiche si concentrano su alcuni elementi precisi: la “finzione di non ingresso”, cioè l’idea che una persona possa essere trattata come se non fosse ancora entrata nel territorio dello Stato; l’aumento delle procedure svolte in luoghi chiusi alla frontiera; e l’uso più esteso di strumenti per accelerare le decisioni e i ritorni.
Inoltre, il Patto sposta l’asse dal diritto di chiedere protezione alla logica di filtrare, contenere e respingere. In questa lettura, la priorità non è tanto costruire coesione sociale, quanto rendere più efficiente il controllo dei flussi.
Secondo l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo è caratterizzato da una “centralità della dimensione repressiva”: “le logiche che stanno alla base delle modifiche legislative, promosse da un numero sempre maggiore di Stati membri e avallate dalla Commissione Europea, rafforzano un approccio securitario e di esternalizzazione delle frontiere, privilegiando pratiche di detenzione e respingimento piuttosto che un accesso effettivo a percorsi di protezione” (articolo completo online)
Parere del CESE sulla Strategia
La critica aspra portata avanti da diverse associazioni europee probabilmente ha dato i suoi frutti perché il Comitato economico e sociale europeo (CESE) il 15 luglio 2026 ha presentato un parere molto interessante chiedendo espressamente un riequilibrio in chiave sociale della Strategia; come punto cardine, il CESE considera che la strategia rifletta un approccio squilibrato, che privilegia controllo, contenimento e ritorno rispetto a una politica migratoria realmente comprensiva e basata sui diritti.
Come si legge sul sito, in sintesi il Cese: