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L'abbaglio: la verità è finita? L'approfondimento del Grs

Ivano Maiorella riflette su libertà, democrazia e partecipazione nell'era dell'intelligenza artificiale nello speciale Grs

 

Se dovessimo dare un titolo a questi 26 anni del terzo millennio sceglieremmo questo: esigenza di partecipazione attraverso la comunicazione. Tradita? Offesa? Annacquata? La partecipazione prende varie forme, la comunicazione pure. Alternativa al pensiero unico, attraverso ricostruzioni multimediali che ci raccontano la realtà e la verità. E’ sempre così? No. La cronaca. La morte del quarantaduenne Abderrahin Fakir a Bologna e la vicenda del gioielliere Roggero sono accumunate da uno stesso filo: la presenza di un video che rende inconfutabile la realtà, ferma l’attimo. Rafforza le convinzioni di ciascuno: la necessità di giustizia, in divisa o senza, diventa giustizia sommaria, esecuzione, senza un regolare processo. Se i video diventano più d’uno, la sostanza non cambia. La realtà è un video. La convinzione di ciascuno stravince, il pregiudizio pure, le offese e gli insulti via social soprattutto.

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La ricerca di verità non mediata, proprio così. Fu così anche 25 anni fa a Genova, durante il G8. In quel caso i video di Indymedia servirono però a determinare un processo, a ricostruire una realtà processuale differita nel tempo. Tutto fu filmato e “il movimento dei movimenti”, come si autoproclamò, quello che rifiutò la mediazione dei portavoce, si riconobbe in un racconto spezzettato, in un’autonarrazione dal basso che servì ai giudici per ricostruire la verità. Non una narrazione fai da te ma la ricerca della verità. Non la voglia di conferma delle proprie tesi e della propria visione ma la partecipazione ad una narrazione alternativa, in diretta, altra rispetto a quella che i grandi media avrebbero dato. Si afferma l’idea della rete con mille occhi, dando a tutti l’idea di partecipare, anche a chi assisteva dall’altra parte dello schermo, anche a chi non era a Genova. Il conflitto diventò rivolta, senza esondare nel voyeurismo di maniera, nell’insulto massivo. Proprio dell’epoca che verrà, quella dei social.

Prima ancora che modello politico-organizzativo (federativo, confederativo…) l’idea di RETE produce una grande innovazione culturale, favorita dalle innovazioni tecnologiche. I progressi tecnologici e informatici rafforzano la parola RETE in senso culturale e organizzativo, nei movimenti e nel terzo settore.
Indymedia, che prende ufficialmente il via il 24 novembre 1999. Se ne parlerà anche nel Grs week. Non esistevano ancora i social network e non c’era la possibilità per chiunque di pubblicare contenuti. Viene costruito un sito internet di riferimento in Australia in una fase in cui i CMS (Content Management System), i software per gestire i siti web, non esistevano ancora, Drupal è del 2000, Wordpress del 2003, Joomla del 2005. Il sito nasce come strumento dell’IMC Independent Media Center, per documentare le proteste di Seattle. Indymedia funziona così: chiunque è in possesso degli strumenti idonei, può pubblicare, in ogni parte del mondo. Quindi libertà di comunicazione e autorganizzazione, ovvero libero scambio e libero accesso all’informazione, secondo i principi di uguaglianza, decentralizzazione, autonomia locale.

Genova, proteste in occasione del G8: il nodo Indymedia Italia racconta le manifestazioni, documenta tutto e realizza filmati e foto (che saranno determinanti durante il successivo processo per identificare gli autori della “Macelleria messicana” a Bolzaneto). Durante le giornate del G8 la polizia assalta il Media Centre dove erano collocate le strumentazioni e gli archivi, distrugge materiali e arresta persone. I computer vengono sequestrati.
L’idea del Forum Sociale Mondiale, per una globalizzazione dei diritti, dove confluiscono movimenti e associazioni pacifiste e terzo mondiste, rimane a metà strada. La diffusione massiccia della rete internet sembra rappresentare simbolicamente quel moto di partecipazione, rivolta e democrazia diretta e dal basso. Si comunica tutti con tutti. Con gli anni quell’abbaglio ha finito per mostrarsi per ciò che è, ha presentato il conto, ha finito per renderci meno liberi e più sorvegliati, quasi incapaci di distinguere vero e verosimile, vero dal falso. Nella rete che abbiamo imparato a conoscere ed ha gettato la maschera, nulla è gratis. I dati e i nuovi padroni disegnano la mappa del potere.

L’abbaglio è stato questo. Democrazia, partecipazione e accesso libero a tutti i servizi è vero solo in teoria, non è vero se manca una struttura coordinata in grado di farlo. Tipo la redazione di Indymedia. In mancanza di questo, credibilità e redazione, tu hai l’impressione di essere di fronte ad una informazione creata dal basso, libera e indipendente, ma non è così.
Da dove cominciare? Dal dare priorità ad una coscienza critica, che mette in guardia da tutto ciò che circola in rete e sui social. Chiedersi sempre: perché? Che cosa c’è dietro? Il giornalismo dal basso deve rispettare criteri e regole informative: serve a ricostruire e raccontare la realtà. Non a distrarre.
Per cominciare: il presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti Carlo Bartoli ha presentato un esposto all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) e al ministero della Giustizia in merito all’attività del sito We-News, realizzato con la Intelligenza Artificiale, e alla necessità di tutelare la correttezza dell’informazione nonché la professione giornalistica anche valutando il possibile sequestro amministrativo cautelare. Il sito si presenta come una vera e propria testata giornalistica, ma è un inganno, fuorilegge peraltro. Al posto di redattori umani ci sono “agenti IA editoriali”, senza specificare che si tratta di algoritmi.

ll Parlamento francese ha adottato in via definitiva il disegno di legge che vieta l'uso dei social network ai minori di 15 anni, la cui entrata in vigore è prevista per settembre al fine di tutelare la salute di bimbi e adolescenti già dal prossimo anno scolastico. Ecco, per cominciare.