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Mobilità dolce sì, ma garantendo la sicurezza di pedoni e ciclisti

Nei giorni scorsi Giulio Sensi ha proposto dalle pagine di Vita una riflessione su spazi urbani, diritti e futuro delle nostre comunità

 

La convivenza tra pedoni e ciclisti e automobilisti nelle nostre città è sempre un equilibrio molto sottile: non regolata e non gestita, per la maggior parte è demandata all'intelligenza e al rispetto delle singole persone. Finchè non si vive una situazione complessa come rappresentante di una delle due categorie più deboli difficilmente ci si pone il problema di quale sia il modo migliore per condividere lo spazio urbano, salvaguardando la salute di tutte e tutti. In altri Paesi la questione non si pone nemmeno, qui da noi nulla è scontato. Di queste difficoltà ha scritto nei giorni scorsi su Vita Giulio Sensi, con un articolo dal titolo "La strage di pedoni e ciclisti sulle strade? Frutto dell’egoismo sociale degli automobilisti".

"L’affollarsi di notizie sulle morti e i ferimenti per le strade è un’urgenza sociale raccontata in modo spesso superficiale e ignorata anche da tutti i politici e dai partiti concentrati sui temi che portano, a loro parere, consenso - scrive Sensi - E questo non è uno di quelli. Ma chiamiamola col suo nome: è una strage. Pedoni, ciclisti, chiunque si sposti con mezzi non inquinanti e non ingombranti è a rischio. Sono un ciclista appassionato e voglio parlare di quello che vivo e subisco.

I miei social, e quelli di tutti, sono pieni di persone che ci disprezzano: “eh, ma non devono andare in gruppo”, “eh, ma è colpa loro perché non lasciano passare”, “eh, ma bloccano il traffico”, “eh, ma se la sono cercata”. Ipocriti. Sono, siete, degli ipocriti e culturalmente pericolosi. Sono frasi dette o scritte da incivili che vestono bene le proprie sporche parole".

Per molti motivi. Primo: non stiamo parlando di persone che si muovono alle stesse condizioni. L’esposizione al rischio di chi va in bicicletta è enormemente più alta di chi è protetto dall’abitacolo della macchina.

Secondo: distrazioni e imperfezioni sono normali sulle due ruote, anzi più facili. Ma pericolose per chi pedala, non per chi guida l’automobile.

Terzo: siamo tutti costantemente distratti e esposti alle infrazioni sulle nostre automobili, ma nessuno ci giudica o ci vede. Chi non tocca continuamente il cellulare mentre guida scagli pure la prima pietra in testa ai ciclisti. Di pietre in testa non ne riceveremo.

Quarto: si può anche sbagliare sulle due ruote, può anche capitare in un giorno festivo di accostarsi per parlare e nel frattempo sopraggiunge un’automobile, ma questo può essere una anormalità da correggere, non un motivo per essere insultati o colpiti.

Quinto: non siete padroni delle strade perché avete il vostro sedere comodamente appoggiato al sedile, la prima regola che ci insegnano a scuola guida è essere previdenti e la prevenzione dei pericoli viene prima di tutto. Ma poi ce ne scordiamo stupidamente.

Sesto: i ciclisti hanno diritto a pedalare in gruppo, non sono dei delinquenti o degli approfittatori. Possono farlo. E puntare il clacson per punirli perché sono in gruppo è incivile e maleducato.

Settimo: un uomo o una donna in bicicletta non sono dei robot, sono esposti ai rischi, alle buche, al non rispetto ai semafori, ad essere sfiorati dalle auto, e a tanti altri pericoli. La regola del metro e mezzo di distanza durante il soprasso delle biciclette è solo un pezzettino di tutela. Ma ignorata dai più.

Ottavo: non vi rendete conto che siete schiavi della fretta, ogni istante perduto muovendovi diventa un dramma personale e per questo odiate chi trovate davanti a voi. Specialmente se è in bicicletta o attraversa la strada in mezzo al traffico. Rallenta il vostro autocentrato modo di guardare il vostro ambiente.

Nono: ignorate le corrette norme comportamentali. Un ciclista può anche essere ripreso o avvertito della sua condotta scorretta, non serve strombazzare come dei matti o mandare a quel paese. Basta farlo notare con educazione. Perché, vi assicuro, non siamo pilotati dall’intelligenza artificiale.

Decimo: odiate chi si sposta in bicicletta o a piedi perché voi non lo fate, perché viviamo in una società sempre più schiava dell’automobile e incapace di muoversi con mezzi alternativi. Non sapete cosa significa pedalare sulle strade in mezzo alla città. Per questo lo vedete sbagliato e degno di essere punito.

"C’è una frase nell’articolo dell’amico Giulio Sensi, su Vita, che interpella tutti noi: le strade non appartengono agli automobilisti. Sono spazio pubblico - ha commentato Tiziano Pesce, presidente Uisp - Per troppo tempo abbiamo progettato città e luoghi nelle quali l’automobile è stata considerata la misura di tutto. Le conseguenze non riguardano soltanto traffico e ambiente: riguardano sicurezza, salute, autonomia dei bambini e degli anziani, possibilità di camminare e pedalare, qualità delle relazioni e dello spazio urbano. Non basta dire alle persone che devono muoversi di più. Dobbiamo avere città e spazi nelle quali sia possibile farlo, liberamente e in sicurezza. È anche questa una politica di educazione civica, per il diritto al movimento e per lo sport per tutti e tutte: restituire strade, piazze e quartieri alle persone, facendo dello spazio pubblico un vero bene comune".

"Credo che la maledizione che colpisce i ciclisti, e i pedoni, sia segno di un crescente e inarrestabile egoismo sociale - conclude Giulio Sensi - di una inciviltà crescente, di un’arroganza generalizzata che va combattuta: educativamente, normativamente, culturalmente. Senza fare sconti, o concessioni, a chi si rende complice di una strage in corso".