QUADERNO 5
IL CORAGGIO DELL’ERRORE
Quando sbagliare diventa un’occasione per apprendere
1. L’errore come parte dell’esperienza umana.
Viviamo in una società che celebra il risultato e spesso condanna l’errore. Fin dall’infanzia impariamo a considerare lo sbaglio come qualcosa da evitare, nascondere o giustificare.
Ma cosa accade quando ci troviamo davanti a una parete di roccia, su un sentiero sconosciuto o sospesi nel vuoto?
La montagna ci pone davanti a una verità essenziale: non possiamo controllare tutto, ma possiamo imparare a conoscere noi stessi attraverso ciò che non riusciamo a controllare.
L’errore non rappresenta necessariamente un fallimento. Può diventare un momento di conoscenza, una possibilità di riorganizzare il pensiero, il movimento e il nostro rapporto con l’ambiente. Il coraggio dell’errore nasce proprio dalla capacità di riconoscerlo senza perdere fiducia in noi stessi.
2. Il corpo che sbaglia, il corpo che apprende
Nelle discipline di montagna il corpo non è soltanto uno strumento esecutivo. È un organismo che
percepisce, interpreta, anticipa e costruisce risposte.
Un appoggio impreciso, una postura inefficace o una sequenza motoria non riuscita possono offrire informazioni preziose.
Attraverso il movimento, il sistema nervoso confronta continuamente le intenzioni con i risultati dell’azione.
È il principio dell’apprendimento motorio: la possibilità di modificare progressivamente le proprie risposte attraverso l’esperienza e il feedback.
Il corpo non apprende soltanto quando riesce. Apprende anche quando incontra una difficoltà e trova il modo di attraversarla.
Tuttavia, nelle attività verticali, dobbiamo distinguere chiaramente l’errore didattico, che può essere esplorato in condizioni controllate, dall’errore che compromette la sicurezza.
3. La paura di sbagliare
Molte persone non rinunciano a un’esperienza perché non possiedono le capacità necessarie, ma perché temono il giudizio degli altri.
Questo fenomeno emerge frequentemente durante la formazione sportiva.
L’allievo osserva il compagno più esperto, confronta le proprie prestazioni e costruisceun’immagine di sé fondata sul risultato.
La paura dell’errore può trasformarsi in rigidità muscolare, perdita di fluidità, eccessivo controllodel gesto e difficoltà attentive.
Il formatore deve saper riconoscere questi segnali.
Non è sufficiente insegnare una tecnica. Occorre costruire un ambiente educativo nel quale la persona possa sperimentare senza sentirsi continuamente giudicata.
La fiducia precede spesso la prestazione.
4. La presenza mentale davanti all’errore
La mindfulness, intesa come attenzione consapevole al momento presente, può offrire un
contributo importante alla gestione dell’errore.
Quando sbagliamo, la mente tende a spostarsi immediatamente verso il passato o il futuro.
«Perché ho sbagliato?» «E se sbagliassi ancora?»
Questi pensieri possono allontanarci dall’esperienza reale.
La presenza mentale ci invita invece a osservare ciò che è accaduto senza aggiungere
immediatamente un giudizio.
Il respiro, l’ascolto corporeo e l’attenzione alle sensazioni diventano strumenti per recuperare lucidità.
Non significa ignorare l’errore, ma riconoscerlo e affrontarlo.
Essere presenti non significa non sbagliare. Significa accorgersi di ciò che accade mentre stiamo imparando.
5. Il ruolo del formatore: educare senza umiliare
Un formatore non dovrebbe essere soltanto colui che conosce la risposta corretta.
Dovrebbe essere soprattutto una persona capace di accompagnare gli altri nella costruzione delle
proprie risposte.
La correzione tecnica è indispensabile, ma il modo in cui viene comunicata può modificare profondamente l’esperienza dell’allievo.
Una correzione umiliante può produrre insicurezza e chiusura.
Una correzione rispettosa, precisa e motivata può favorire consapevolezza, autonomia e apprendimento.
Nelle discipline di montagna questo principio assume un valore particolare.
Il formatore deve saper distinguere il momento in cui intervenire immediatamente per garantire la sicurezza da quello in cui lasciare all’allievo il tempo di cercare una soluzione.
Insegnare non significa eliminare ogni difficoltà dal percorso dell’altro, ma renderlo capace di affrontarla con competenza e responsabilità.
6. L’errore e la cultura della sicurezza
La montagna non perdona sempre le conseguenze di un errore.
Per questo motivo sarebbe sbagliato trasformare il coraggio dell’errore in un invito al rischio.
La cultura della sicurezza si costruisce attraverso preparazione, prevenzione, verifica delle procedure e capacità di riconoscere i propri limiti.
Nelle attività di arrampicata, escursionismo, alpinismo e nelle altre discipline di montagna, alcune procedure non possono essere affidate alla sperimentazione spontanea.
Il controllo dei dispositivi, la verifica degli ancoraggi, la gestione delle corde e il rispetto dei protocolli richiedono rigore.
L’errore può diventare un’opportunità formativa quando viene analizzato attraverso esercitazioni protette, simulazioni e momenti di confronto.
Il coraggio, in questo contesto, non consiste nell’osare senza misura.
Consiste anche nel sapersi fermare, riconoscere un limite e chiedere aiuto.
7. Dall’errore alla trasformazione
Ogni esperienza significativa lascia una traccia.
Non sempre questa traccia coincide con un successo.
Talvolta ricordiamo più intensamente una difficoltà superata che una prestazione eseguita senza problemi.
Questo accade perché l’errore può interrompere gli automatismi e costringerci a osservare diversamente ciò che stiamo facendo.
L’apprendimento diventa allora un processo di trasformazione.
Non cambiamo soltanto il gesto tecnico: può cambiare anche il modo in cui interpretiamo le nostre possibilità.
La montagna, attraverso il suo ambiente mutevole, ci ricorda che nessuna competenza è definitivamente acquisita.
Ogni percorso richiede attenzione, adattamento e disponibilità a imparare nuovamente.
8. Il coraggio dell’errore come scelta educativa
La formazione nelle attività di montagna non dovrebbe limitarsi alla trasmissione di competenze tecniche.
Dovrebbe contribuire alla crescita di persone consapevoli, responsabili e capaci di affrontare l’incertezza.
Educare al coraggio dell’errore significa insegnare a distinguere il valore della persona dal risultato della prestazione.
Significa promuovere una cultura nella quale la competenza non coincida con l’infallibilità, ma con la capacità di osservare, valutare, correggere e migliorare.
In questa prospettiva, il formatore assume una responsabilità educativa che supera il semplice insegnamento sportivo.
Diventa un accompagnatore dell’esperienza umana.
Conclusione – La montagna non chiede perfezione
C’è una lezione che la montagna continua a offrire a chi è disposto ad ascoltarla.
Non sempre raggiungiamo la vetta. Non sempre troviamo il passaggio giusto. Non sempre il nostro corpo risponde come avevamo immaginato.
Ma ogni volta possiamo scegliere come vivere ciò che accade.
Possiamo trasformare l’errore in vergogna oppure in conoscenza. Possiamo fermarci al giudizio oppure aprirci alla comprensione. Possiamo pretendere da noi stessi la perfezione oppure imparare a riconoscere il valore del percorso.
Il coraggio dell’errore non è il coraggio di sbagliare senza conseguenze. È il coraggio di riconoscere ciò che non sappiamo ancora fare e continuare ad apprendere.
Forse è proprio questa una delle lezioni più profonde che la montagna può consegnare alla formazione e alla vita.
Non dobbiamo insegnare alle persone a non cadere mai. Dobbiamo insegnare loro a costruire le competenze per muoversi in sicurezza e, quando incontrano una difficoltà, a non smettere di
imparare.
Riferimenti scientifici essenziali
Bandura, A. (1997). Self-Efficacy: The Exercise of Control. W. H. Freeman.
Dweck, C. S. (2006). Mindset: The New Psychology of Success. Random House.
Kabat-Zinn, J. (1990). Full Catastrophe Living. Delacorte.
Schmidt, R. A., & Lee, T. D. (2011). Motor Control and Learning: A Behavioral Emphasis. Human Kinetics.
Reason, J. (1990). Human Error. Cambridge University Press.
Edmondson, A. C. (1999). Psychological Safety and Learning Behavior in Work Teams. Administrative Science
Quarterly, 44(2), 350–383
A cura del Dott. Stefano Dati
Responsabile Formazione Nazionale UISP SDA Montagna
PhD in Psicologia – Docente e Formatore