Settore di Attività Nazionale

Montagna

QUADERNO 1

 Quando si parla di formazione nella UISP Montagna, spesso si pensa ai corsi, agli attestati, ai brevetti, alle qualifiche e alle competenze tecniche. Tutto questo è certamente importante, ma credo che oggi sia necessario interrogarci nuovamente sul significato più profondo del formare.

Il mio percorso nella UISP inizia nel 2000. Muovo i primi passi all'interno della Lega Montagna grazie a Giorgio Mallucci, che per me è stato un riferimento umano e formativo fondamentale. In quegli anni la formazione aveva caratteristiche molto diverse da quelle attuali: era fortemente settoriale, altamente specialistica e destinata a un numero ristretto di persone.

Ricordo percorsi impegnativi, livelli tecnici elevati, requisiti severi. Nell'arrampicata sportiva, ad esempio, erano richiesti gradi importanti, prestazioni significative e una preparazione che potremmo definire quasi elitaria. Anche la dirigenza nazionale della formazione rispecchiava questa impostazione: pochi formatori, molto esperti, con competenze elevate e un accesso riservato.

Negli anni, però, qualcosa è cambiato. Dai territori, dalle associazioni, dai soci e dai comitati Territoriali è emersa una richiesta diversa: la necessità di formare di più e formare tutti. Non più soltanto pochi tecnici altamente specializzati, ma persone capaci di dare risposte concrete alle società sportive, ai territori e ai cittadini.

È nata così una stagione importante della formazione diffusa, accessibile e partecipata. Una scelta che considero positiva e necessaria. La formazione è diventata patrimonio comune e non privilegio di pochi.

Tuttavia, credo che oggi siamo chiamati a compiere un ulteriore passo. Nel tempo rischiamo infatti di ridurre la formazione al semplice conseguimento di un attestato, di un titolo o di un brevetto. Il rischio è quello di considerare il corso come un punto di arrivo anziché come l'inizio di un percorso.

Da docente della scuola superiore e da studioso nell'ambito psicopedagogico, ritengo che la formazione debba collocarsi all'interno di una prospettiva di life long learning, di apprendimento permanente. Formarsi significa continuare a interrogarsi, a crescere, a mettersi in discussione.

L'arrampicata, l'alpinismo e le ferrate, il torrentismo, la speleologia, l'escursionismo e l’orienteering non sono soltanto discipline tecniche. Sono esperienze che mettono l'uomo di fronte ai propri limiti, alle proprie paure, alle proprie emozioni e alle proprie responsabilità.

La formazione deve allora saper attraversare diversi piani: quello emotivo, quello esperienziale, quello culturale e quello tecnico. Solo attraverso questo percorso è possibile raggiungere non tanto livelli di prestazione, ma livelli di consapevolezza.

La tecnica rimane fondamentale, ma da sola non basta.

Credo che il nostro compito come formatori sia quello di accompagnare le persone nella costruzione di una coscienza, di una responsabilità e di una sensibilità verso sé stessi, verso gli altri e verso l'ambiente che ci ospita.

Solo attraversando noi stessi possiamo diventare non semplici tecnici o istruttori, ma maestri di ciò che insegniamo. E forse il termine "maestro" non indica chi sa di più, ma chi riesce a trasmettere un modo di stare nel mondo.

Ai nostri allievi, ai nostri atleti, ai nostri ragazzi non dobbiamo consegnare soltanto delle competenze. Dobbiamo lasciare un seme. Il seme del rispetto, della responsabilità, della cura, della solidarietà e dell'attenzione verso la vita.

Se qualcuno diventerà un campione, sarà certamente un risultato importante. Ma ancora più importante sarà aver contribuito a formare persone consapevoli, rispettose della vita, degli altri esseri umani e di questo pianeta che tutti condividiamo.

Forse la formazione del futuro dovrà proprio ripartire da qui: dall'uomo, prima ancora che dal tecnico.