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Uisp in Libano per riaccendere la speranza schiacciata dalla guerra

Loredana Barra e Vincenzo Spadaro sono in Libano per la seconda missione del progetto Uisp Ana Kamen 2. Ecco il loro racconto

 

Proseguono le azioni promosse dall’Uisp nell’ambito del progetto “Ana Kamen (Phase 2)", che mira a promuovere l’accesso a servizi educativi inclusivi e di qualità per i bambini libanesi vulnerabili e i rifugiati, promuovendo l’inclusione educativa e sociale delle ragazze e dei ragazzi in quattro scuole pubbliche libanesi.

Loredana Barra, presidente Uisp Sardegna e responsabile Formazione e sviluppo Uisp, e Vincenzo Spadaro, operatore Uisp Iblei, sono nuovamente in Libano per proseguire il percorso promosso con il finanziamento dell’AICS-Agenzia Italiana di Cooperazione allo Sviluppo e con la partnership di WeWorld-GVC

“Abbiamo iniziato con la soddisfazione di sentire da WeWorld che i feedback sulla missione precedente sono stati molto positivi, sia da parte degli insegnanti che da parte delle famiglie - racconta Loredana Barra - in questo viaggio visiteremo diverse località in cui si trovano gli spazi scolastici riqualificati grazie al progetto. Siamo partiti da Kneisseh, la cui scuola ospita 500 alunni, per poi raggiungere Al Noura: qui terremo la formazione rivolta a insegnanti, genitori e operatori sociali al fine di costruire una comunità educante che possa essere opportunità di crescita e di benessere per le popolazioni fragili che vivono in queste terre di confine libanesi, ad un battito di ciglia dalla Siria. Tutte queste zone rurali sono accomunate da uno stato lontano, da assenza di servizi, assenza di controllo, assenza di identità chiara, povertà infinita e insopportabile. Siamo qui con un team composto dalle tante anime dell’Uisp: perchè la nostra associazione è una ma composta da tante forze, espressioni e realtà”.

Loredana Barra è intervenuta nel Giornale radio sociale di venerdì 6 febbraio ASCOLTA L'AUDIO

Anche in questa occasione Loredana Barra ha voluto condividere con tutti noi il diario del suo viaggio, con le impressioni e le emozioni che sta vivendo.

“Kneisseh 3 giorno. Dopo un’ora di viaggio e di dossi che pesano sulla schiena, con davanti un paesaggio che via via diventa più brullo e desolato, iniziamo a vedere "case" intitolate ad Allah. Sui tetti la scritta "è tutto proprietà di Dio", a pochi metri un sentiero. "Se fai quella strada dopo pochi metri sei in Siria", mi dice Maher, nostro interprete in questa missione. Arriviamo alla scuola di Kneisseh, una delle quattro riqualificate dal progetto Ana Kamen (io sono) ed è un pugno allo stomaco. Nonostante i colori vivaci (decisi dal ministero, perché qui la libertà non c'è) con i quali è stata dipinta la facciata, la scuola ha tutta l'aria di una prigione: filo spinato sui muri di confine e inferriate alle finestre, una gabbia in cui stanno oltre 500 bambini dai 3 ai 16 anni. Con Vincenzo abbiamo ascoltato le responsabili di progetto descrivere una situazione di bambini e bambine fuori controllo: violenze, apprendimenti inesistenti, risse, le insegnanti fanno fatica a contenere i loro comportamenti. Questa loro sintesi, è forse dettata anche da una buona dose di pregiudizio verso una fetta di libanesi di confine troppo contaminati dai siriani. Ci apre il cancello, chiuso con una grossa catena, il custode e ci fa strada con un furgone senza targa: "Non possiamo assicurarvi che le macchine ci siano se le lasciate fuori", ci dice. Lo spazio in pedagogia è il terzo educatore e questo è lo spazio in cui crescono questi bambini e queste bambine. A chi si chiede come sia possibile che i bambini diventino "delinquenti", come li hanno definiti gli insegnanti, diciamo che la risposta sta proprio lì, in chi educa per terzo, lo spazio, ed educa senza dire una parola.

Entriamo e ci avvolge l'odore di gasolio bruciato che proviene da piccole stufe sistemate in ogni aula che rappresentano l'unico modo per riscaldarsi un po'. Fuori fa freddo ma dentro la temperatura cambia di poco. Nel corridoio intravediamo le classi, molto numerose, bambine velate, tante col burqa, bambini agitatissimi o spenti, con la testa poggiata pesantemente sul tavolo. Molto chiasso, insegnanti arrabbiate ed esasperate… una situazione esplosiva. Il dirigente ci accoglie dentro una stanza molto piccola, la presidenza, documenti, quaderni e libri sistemati in due librerie di metallo. Farmaci e alcune cose messe lì, "provvisoriamente" ma per sempre, non ci sono spazi liberi, sono tutti occupati dai 500 bambini che frequentano questa piccola scuola. Chiudiamo la porta per non sentire i rumori di fuori per una presentazione veloce. Ma ben presto l'odore del gasolio diventa pungente per occhi e gola e dobbiamo andar via da lì. Ci mettiamo in un ripostiglio e lì parliamo della Uisp, della formazione che ci aspetta per i prossimi tre giorni, per insegnanti, genitori e infine per la comunità educante. Vengono fuori i bisogni, la demotivazione, la violenza domestica, l'abbandono degli studi per povertà... cosa c'entra lo sport? Chiedono. Non sono problemi che lo sport risolve. E allora spieghiamo che lo sportpertutti è uno strumento che va oltre i gesti tecnici dello sport convenzionale; che lo sportpertutti stimola la coesione sociale, la collaborazione e racconta storie di emancipazione. Spieghiamo che lo sportpertutti è il movimento che genera motivazione, che non è necessario dare una ricompensa ai ragazzi per studiare se l'apprendimento è fonte di gioia. Spieghiamo che lo sportpertutti orienta l'aggressività verso azioni buone e ricche di senso. Spieghiamo come lo sportpertutti aiuti a gestire le emozioni e che nel corso della formazione tutto questo verrà spiegato, giocando e vivendo esperienze di movimento. Li riportiamo letteralmente al senso dell'educazione, al fatto che la scuola è l'unico ascensore sociale che può permettere a questi bambini e bambine di riscattare la loro esistenza. Questa è la nostra e la loro sfida. Essere fari di luce, che illuminano la strada senza sostituirsi, che guidano senza imporre, che sono figure di riferimento adulte capaci di ascolto e di soddisfare i bisogni dell'altro. 

La vecchia scuola trasmissiva poco ha a che fare con la situazione che vivono, con un mondo che cambia, con la povertà che spezza il respiro, con la speranza schiacciata dalla guerra, con un futuro appannato da politiche assenti. A Knaisseh non c'è stato, non c'è diritto, non c'è identità, e dove manca questo, per tutti e non solo per i bambini, accendere la scintilla sarà difficile, ma ci proveremo”.

Dopo Knaisseh la spedizione si sposta ad Al Noura: “Di nuovo macchine, di nuovo dossi, di nuovo checkpoint e siamo ad Al Noura, piccolissimo villaggio e piccola scuola. Stessi colori, stesse transenne alle finestre, ma niente filo spinato. La dirigente ci accoglie con un grande sorriso. Qui la situazione è più semplice, ci sono meno alunni, solo 178, insegnanti sorridenti, un altro clima e un altro ambiente: molta povertà ma meno ferite profonde. Riscontriamo l’apertura a questa formazione come manna dal cielo che può dare un senso al lavoro e alla motivazione delle insegnanti, che in questo momento stanno scioperando, perché è in discussione il bilancio del governo, che non aumenta gli stipendi degli insegnanti. Dopo il fallimento del Libano il loro stipendio è bloccato a 300/400 dollari dai 2000 che prendevano prima della bancarotta. Nel 2019, infatti, il Libano ha affrontato una delle peggiori crisi economico-finanziarie al mondo, descritta come un fallimento di Stato. Il collasso, aggravato dal COVID-19 e dall'esplosione al porto di Beirut nel 2020, ha causato la svalutazione drastica della lira libanese, iperinflazione, povertà diffusa e blocco bancario, con PIL crollato da 55 a 20,5 miliardi di dollari in tre anni. Il 52% della popolazione vive sotto la soglia della povertà”.

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"Appena rientrati alla base: Kobayat ci accoglie con il cielo coperto. Qui sulle montagne il tempo cambia in modo repentino. Con un' app che usiamo in Italia e che individua lo spostamento delle precipitazioni grazie ai satelliti, ieri abbiamo provato a guardare quando sarebbe finito il temporale. Ma tutta la zona araba, e la cosa non è per niente strana in effetti, è nascosta... Abbiamo dovuto aspettare, con pazienza, che il cielo si aprisse. Dovevamo cenare, ma sotto la pioggia quel pezzo di strada sarebbe stato troppo rischioso per la nostra salute e di conseguenza per la missione: sappiamo bene che dobbiamo essere in forma per poter trasmettere ad altri il valore dello sportpertutti in educazione, come strumento per il contrasto alle fragilità delle persone minorenni che in questo paese per il 52% vivono sotto la soglia di povertà. La pazienza, il vivere in attesa di una magia che si compie, cercare strumenti che possano rendere migliore la vita, trovare soluzioni ai problemi quotidiani, come noi ieri con il nostro piccolo problema con la pioggia, metaforicamente sono concetti che mi riportano alla formazione di oggi. Davanti a noi insegnanti di frontiera con 1000 problemi personali e altrettanti lavorativi. I loro bisogni, i bisogni dei bambini e delle bambine, troppi studenti difficili, classi numerosissime, famiglie assenti, iperattività, problemi di apprendimento, povertà, violenza. Volevano una soluzione... noi abbiamo posto un problema, abbiamo cambiato la prospettiva. Non è mai facile disinnescare un retaggio culturale che parte dall'assioma del bambino ubbidiente, del bambino soldato, del bambino incompetente. È un retaggio culturale che è tipico di ogni adulto che si è dimenticato di essere stato bambino. Non è facile capire come si possono fare tre salti per includere, innovare, rigenerare. E allora ci vuole una magia, bisogna ritornare bambini per un po', bisogna fare esperienze di gioco per accendere connessioni. Ed è cosi che il paracadute diventa il Libano e si gioca alla geografia, passando da un posto all'altro con varie andature, poi si trasforma in un cerchio e dopo avere occupato fisicamente quello spazio, si calcolano aree, diagonali, raggi circonferenze, settori... e poi la corda che è un ostacolo da saltare... ma devono saltare tutti, altrimenti non è inclusione, qualcuno resta indietro. Tutti devono saltare ma ognuno al proprio livello e facendo lo stesso gioco, per conquistare la fiducia in se stessi per poter sollevare l'asticella... saltare più in alto. E cambiando l'approccio chi non aveva mai saltato ora salta per prima ... con coraggio, con la fiducia di chi sa di potercela fare... Guardo stupita questo popolo, descritto come chiuso, poco fiducioso nell'istruzione, molto conservatore e tanto, troppo abbandonato dalle istituzioni, che con il gioco scelgono di aspettare con pazienza, di mettersi in posizione di ascolto attivo, di imparare a leggere e comprendere la comunicazione corporea, che tanto dice se c'è qualcuno che ascolta. Un popolo che riesce a fare spazio dentro di sé e sperimentare altri modi di apprendere mettendo in primo piano il corpo e il movimento come basi per l' apprendimento disciplinare. Alla fine della formazione queste persone sono capaci di dimostraci come fare quei tre salti, o come piace dire a noi popolo Uisp un salto triplo. Un popolo stremato che però è capace di dirci come da domani cambierà il loro approccio educativo... e questo approccio sarà obliquo nel rispetto di ogni intelligenza, nel rispetto di ogni piccola persona, nel rispetto dei propri bisogni e dei bisogni dell'altro. Da queste insegnanti sarà abitata domani la scuola di Kneisseh, che a vederla sembra una prigione con tanto di filo spinato nel muro di recinzione e di ringhiere alle finestre. E con queste insegnanti quella che sembra una gabbia diventerà per i bambini e le bambine il punto di partenza per imparare a volare".