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Piscine al femminile: spazi di libertà, inclusione e diritto allo sport

Una riflessione sul valore delle piscine al femminile come strumento di inclusione e di diritto allo sport: parlano M. Claysset e D. Valeri

 

Mi affidai all’acqua, posai la testa sulle sue ginocchia e lasciai che le sue mani accarezzassero i miei capelli” (Shina, poetessa e nuotatrice)

L’esperienza di Corpi nell’oblio, progetto di Uisp Roma finanziato da Roma Città Metropolitana e Zetema, ha lasciato tante testimonianze di persone che hanno avuto la possibilità di fare attività sportiva. Persone spesso in condizioni di fragilità e disagio.

Tra le tante proposte, la piscina al femminile promossa all’Impianto sportivo Fulvio Bernardini gestito dal Comitato romano ha permesso di riflettere sulla necessità di ascoltare le donne e le loro esigenze.

Pensare uno spazio protetto per alcune categorie non è una ghettizzazione, ma un gesto di inclusione. Per molte donne nuotare non è possibile, le ragioni sono tante: precetti religiosi (di tutte le religioni), abusi psicologici e sessuali che lasciano la paura del confronto con il corpo maschile, disturbi alimentari che disegnano corpi di cui ci si vergogna, disforie di genere, invecchiamento, disabilità… Ognuna può avere il suo motivo chiedere uno spazio dove sentirsi sicure, esprimere sé stesse, confrontarsi con altre donne per trovare sostegno.

Compito dello sport per tutti è quello di sostenere e di aprire spazi, di offrire possibilità dove non ci sarebbero. Con lo stesso spirito l'Uisp entra nelle carceri, nei centri profughi, nelle scuole, nelle comunità, nei DSM. Luoghi dove spesso non ci sono strutture sportive comunemente intese, ma l'Uisp le inventa.

È con questo spirito che diciassette anni fa la Uisp Torino si è inventata la piscina per le donne, per rispondere al bisogno di un gruppo di donne musulmane che, subito dopo la prima apertura, è diventata una richiesta di tutte le donne.

Davide Valerisociologo, che da anni si occupa di sport e migrazione, ci ricorda che uguaglianza non è trattare tutti allo stesso modo, ma trovare percorsi specifici per rispondere a esigenze specifiche: “Una piscina aperta per tutte le donne, solo le donne, senza sguardi maschili indiscreti. Un sogno per molte, che vogliono vivere lo sport in maniera libera, in uno spazio sicuro, senza il giudizio sui loro corpi. Spazi dove uscire, conoscersi, scoprirsi. Un fatto urgente, vista la tendenza sistematica al sotto-finanziamento o alla chiusura degli spazi che accolgono le donne. Eppure, c'è qualcuno che quando si apre un nuovo spazio al femminile grida al “pericolo sharia” al “pericolo islamista”. Quello che alcuni chiamano islamismo, il resto del mondo chiama accesso allo sport. Un modello che funziona, che include, che non esclude nessuna, a prescindere dall'origine, dalla fede, dal corpo”.

Costruire percorsi di relazione e interazione vuol dire ascoltare le storie di ogni persona, capire le sue esigenze, trovare delle soluzioni, perché la pratica sportiva è un diritto per tutti e tutte. Come pure l’educazione, il lavoro, la dignità sociale, per tutti e per tutte. Una lettera finale che è importante, non solo sul piano simbolico: basta leggere la recente Strategia Europea per le Pari Opportunità di Genere 2026-2030 per trovarvi dati inquietanti: 1 donna su 3 è vittima di violenza di genere, il gap nel mondo del lavoro continua a essere altissimo. Inoltre, nel piano europeo si sottolinea in maniera chiara: “La cultura e lo sport costituiscono potenti strumenti di contrasto agli stereotipi di genere nei contesti educativi e di altro tipo

“Le piscine al femminile concorrono a dare risposte a richieste specifiche che arrivano dalle donne – dice Manuela Claysset, responsabile Politiche di genere e diritti Uisp - l’obiettivo è quello di dilatare le opportunità di pratica sportiva. Se ci sono argomenti che riguardano la riservatezza, vanno affrontati a beneficio di tutte le donne perché significa che alcune di loro non hanno piacere di mostrare parti del loro corpo. Pensiamo che tutte le donne vadano messe a loro agio, vadano ascoltate e accompagnate in un percorso in cui si sentano più libere, più comprese. Si tratta di percorsi che, attraverso l’avvicinamento alla pratica sportiva, possono consentire a queste donne, insieme ad altre donne, di creare occasioni di incontro, di dialogo, di apertura. Dal lavoro che abbiamo avviato insieme ai Centri Antiviolenza abbiamo imparato ad applicare queste modalità di ascolto: ci sono momenti nella vita di alcune donne nei quali rifiutano il rapporto con gli uomini”.

L'Uisp Roma con Corpi nell’Oblio ha aperto la strada a Roma, seguendo l’esempio di tante altre città: una strada che siamo contenti di sapere che verrà percorsa anche da altri impianti sportivi.

Questa estate la piscina di Tor Tre Teste, ha offerto degli spazi acqua protetti e sicuri per le donne che vorranno andare (ogni mercoledì, due ore la mattina e due ore la sera). Sono a pagamento, sono per tutte, non sono ghetti. Anzi, aumentano il numero di donne che faranno sport.

Da settembre anche in XV Municipio partirà una iniziativa simile, e ripartirà anche l'attività al Fulvio Bernardini, perché ce lo chiedono le socie, le donne che incontrate con il progetto, le educatrici della piscina.

Queste righe sono il racconto del mio sentire: / quando, dopo cinquantatré anni, / per la prima volta ho nuotato nel lago di Nemi.
In Iran, sotto il regime della Repubblica Islamica, / alle donne non è permesso nuotare nei luoghi pubblici.” (Shina, poetessa e nuotatrice). (Fonte: Uisp Roma, articolo di Daniela Conti)