Comitato Regionale

Emilia-Romagna

Una pausa mistica

Cos'hanno in comune lo sport, la musica, l'arte? Innocentemente, delittuosamente, interrompono lo scorrere del tempo. Nel febbraio del 2013 abbiamo incontrato il filosofo Elio Matassi, oggi scomparso, cercando le forme della filosofia nel calcio. Questa è l'intervista inedita, in versione integrale, realizzata allora

Elio Matassi, professore di filosofia morale all'università Roma Tre. Appassionato di musica e  sport, Matassi è mancato nell'ottobre 2013, anno in cui ha pubblicato due libri sulla filosofia del calcio - Foto di Nicola Alessandrinidi Nicola Alessandrini e Vittorio Martone

 

"UN narcisista moderato". È così che si definiva Elio Matassi, professore di filosofia morale dell'università Roma Tre, venuto a mancare il 17 ottobre del 2013. Entrambi noi autori di questo articolo lo avevamo intercettato, negli anni, per diversi motivi: Nicola nell'ambito di un progetto di ricerca su Ernst Bloch; Vittorio come professore all'università. E il suo approccio alla filosofia, che lo aveva portato a indagare i fenomeni popolari, dalla musica all'amore per i gatti, ha inevitabilmente incrociato anche i temi trattati di volta in volta sulle pagine di "Fuori Area". Fino a quando non ci siamo ritrovati tutti e tre a parlare di sport, e in particolare di calcio, in un'intervista realizzata il 25 febbraio del 2013 a Roma - in occasione dell'uscita del libro "La pausa del calcio" - e poi mai data alle stampe, a causa dell'interruzione nella pubblicazione di questa rivista. Oggi che ripartiamo, abbiamo voluto riprendere quel discorso, ripercorrere alcune delle nostre perplessità rispetto all'approccio filosofico allo sport, sottolineare gli aspetti del suo ragionamento che invece ci avevano convinti. Con un ringraziamento e un saluto a Mariagabriella Matassi e sua figlia Simona.

Foto di Matteo Angelini - www.matteoangelini.comC'è una disputa intorno al rapporto tra filosofia e sport. Secondo lei, come possiamo definire queste due componenti e la loro relazione?
"Rispondo in maniera molto netta, con un interrogativo. Ma la filosofia di che cosa deve occuparsi? Soltanto di se stessa, traendo da sé e dalla propria storia le proprie suggestioni, o deve invece cercare di porre un'interrogazione a 360 gradi su tutto ciò che avviene nella nostra contemporaneità? A questo, la storia del pensiero ha sempre risposto in maniera molto netta e perentoria. Faccio l'esempio di Aristotele e della tragedia. Aristotele se ne è occupato perché nel suo tempo la tragedia era un genere che veniva seguito da tutto il popolo. Per cui, qual è il senso di una distinzione tra una filosofia che dovrebbe occuparsi di dimensioni elitarie e una che si depaupererebbe nell'occuparsi delle dimensioni cosiddette popolari. È la cosa più antifilosofica, più sciocca che si possa concepire. Perché presume un irrigidimento della distinzione tra popolare e classico che non ha senso di esistere, perché non ci sono possibilità di immobilismo ed eternizzazione del popolare e del classico. Sono questi concetti e paradigmi che variano con il variare della storia. Poi c'è un'altra fondamentale ragione. Secondo me, quella filosofia che si occupa solo di se stessa è una filosofia che rischia di estinguersi. La filosofia autentica è la filosofia che si occupa di qualsiasi fenomeno. Come anche dello sport, e del calcio. Molti ritengono che il calcio sia uno sport popolare che ha degli aspetti anche discutibili. Ma certo, chi nega questo. Ma la filosofia che si occupa di questi problemi lo fa anche prendendo le distanze. Io mi sono formato in parte anche sulla Scuola di Francoforte, da cui deriva l'insegnamento che la filosofia è in primo luogo anche esercizio critico. Ci si occupa di qualcosa, ma non per accettarlo in maniera incondizionata. Poi come in tutto ciò che avviene ci sono gli aspetti positivi e quelli negativi. Ecco, la filosofia divide gli aspetti positivi da quelli negativi e quindi funge da stimolo al miglioramento della dimensione di cui si occupa. Una filosofia che abdica a questo ruolo d'indagine critica non è più filosofia".



Foto di Matteo Angelini - www.matteoangelini.comChe sia nel solco della tradizione o una tendenza della contemporaneità, è innegabile la proliferazione di pubblicazioni che, partendo dalla filosofia, riflettono su fenomeni di grande popolarità - il calcio, il tennis, lo sport in generale. Questo è frutto di un particolare spirito del tempo?
"Credo che non sia solo un fenomeno del nostro tempo, ma che faccia parte della storia della tradizione filosofica. Pensiamo per esempio a Platone, quando fa questo confronto tra la nudità atletica e la sua dottrina delle idee. O allo spirito di Olimpia, dove si tenevano queste grandissime competizioni sportive, che erano anche occasione d'incontro per gli intellettuali del tempo. Tutto ciò è in linea con lo spirito della competizione veramente sportiva, che è una competizione innocente, che non lascia il perdente umiliato e sopraffatto, ma è competizione tra eguali. Questo è lo spirito stesso della ricerca filosofica, lo spirito dei dialoghi platonici. La filosofia che cos'è d'altronde se non comunicare una verità che non è a senso unico, ma deve essere condivisa da tutti attraverso un dibattito? Lo sport, in Grecia, è nato prima della nascita della filosofia, ma con la stessa vocazione. Noi dobbiamo tornare allo spirito primigenio di questa vocazione: la filosofia come dibattito pubblico. Il dialogo platonico infatti è la forma più alta di espressione del pensiero, perché è un'interlocuzione, che alla fine si conclude senza vincitori e vinti in modo categorico. L'importante è discutere, non arrivare ad acquisire una verità certa e assoluta. La prosecuzione di questa tradizione in Italia - paese in cui fortunatamente il dibattito filosofico è centrale - è forse dovuta al fatto che qui c'è la sede elettiva dello sviluppo della Grecia nella nostra Magna Grecia. E io credo che nel solco di questo spirito la filosofia non possa non occuparsi di tutte le dimensioni che interessano le persone. Questo sulla scia di una bellissima metafora prodotta da uno dei filosofi tedeschi contemporanei più interessanti, Hans Blumenberg, con il suo testo 'Naufragio con spettatore'. Un'immagine che comunica che il saggio e il filosofo non possono stare separati dalla vita reale a guardare dall'alto la drammaticità dei problemi dell'esistenza; devono calarsi in prima persona nella vita reale. Altrimenti lo spirito della filosofia verrebbe tradito e calpestato. Credo quindi che la filosofia debba occuparsi delle espressioni popolari".

Foto di Matteo Angelini - www.matteoangelini.comDa tre anni questo approccio ha trovato una sintesi nel festival denominato "Popsophia", che si svolge in estate nelle Marche. Anche in questo caso nessuna indulgenza a logiche esterne alla natura stessa del dialogo filosofico?
"Non c'è nessuno strizzare l'occhio troppo facilmente alla contemporaneità. Soprattutto, non c'è nessuna consueta 'lamentatio' e allusione a derive sull'imbarbarimento del pensiero".

La copertina di "La pausa del calcio" di Elio MatassiVeniamo al suo libro, "La pausa del calcio", che lei apre con una disquisizione molto interessante sul genitivo "filosofia del calcio", chiedendosi come definire il rapporto tra questi due estremi, se sbilanciandosi verso l'uno (il soggetto, la filosofia) o verso l'altro (l'oggetto, lo sport). Un incipit che difende la scelta di approcciare filosoficamente il fenomeno popolare sportivo, pur nella consapevolezza di un rischio: quello di calare dall'alto la lente filosofica su questo oggetto, affermando una distanza. Lei crede sinceramente che l'attenzione filosofica diffusa verso il popolare, soprattutto se espressa dagli accademici, sia in grado di analizzare il proprio oggetto dall'interno, riconoscendone l'intrinseca filosofia. Detto in breve: parlando di sport, un accademico sarà in grado di riconoscere la filosofia "nello sport", anziché quella "dello sport"?
"È un dubbio che mi sono sempre posto anche io, perché prima di occuparmi di calcio e di sport mi sono occupato di musica. Filosofia della musica, filosofia del calcio, filosofia dello sport. Cosa significano queste espressioni? Che la filosofia ha già una sua struttura predeterminata e quindi dall'alto la applica alle varie dimensioni senza minimamente rimettere in discussione la struttura di partenza? Questo è sicuramente il vizio che la filosofia deve assolutamente evitare per non fallire. È un concetto di filosofia arrogante, che presume di sapere tutto. Per spiegarmi prendo ad esempio il celebre episodio del "sogno di Socrate" nel libro 'Lukeion' di Platone. Socrate parla di un sogno ricorrente. Nei sogni, come si sa, una personalità si sdoppia, cosa che avviene anche a Socrate: c'è un Socrate che interroga e uno che risponde. La sua parte interrogante chiede all'altra di occuparsi di musica; l'altra inizia la riflessione. La domanda infatti può essere interpretata in due modi diversi. Potrebbe voler rappresentare un invito a fare una cosa mai fatta oppure, come per il maratoneta che sta già correndo e viene applaudito e invitato a correre di più dai tifosi, così l'occuparsi di musica è un invito a perseguire in ciò che già si sta facendo. Socrate prende quindi a riferimento la seconda alternativa. Infatti, dice, mi sono sempre dedicato alla musica. Cosa ho fatto della mia vita? Mi sono dedicato alla filosofia. E che cos'è la filosofia se non la forma di musica più elevata che si possa dare? È molto bello, molto suggestivo. Però in fondo nella risposta che il doppio di Socrate dà a se stesso è già insito un vizio estremamente rischioso, quello di considerare la filosofia una disciplina 'superior' che racchiude tutte le altre e si applica a loro indifferentemente, senza aggiustamento alcuno e senza mai rimettersi in discussione. Io invece credo a un vero dialogo, a un rapporto tra pari. La filosofia stabilisce un rapporto con la musica ma ha anche da apprendere, non detta le proprie condizioni, ma in rapporto al dialogo rivede alcune sue posizioni. Come ad esempio il primato del linguaggio verbale, che per la filosofia dovrebbe essere una pregiudiziale ovvia e scontata e che invece, nel dialogo con quell'arte che prescinde in maniera radicale da questa compromissione con il linguaggio, si pone come problema cardine. È così anche per il calcio, così per qualsiasi altro dialogo, per qualsiasi altra relazione. Io parlo di una filosofia più umile, che non è necessariamente meno efficace. È questo un confronto costruttivo perché avviene da ambedue i lati e ognuna delle due dimensioni si arricchisce all'interno di questo rapporto".

Foto di Matteo Angelini - www.matteoangelini.comProviamo a fare un esempio concreto di questo dialogo tra filosofia e sport?
"Prendiamo l'esempio di alcuni allenatori di calcio. Delle affermazioni filosoficamente interessanti possono essere anche formulate da un allenatore. Ne cito due: in primis Sacchi, con un'osservazione che mi ha sempre molto colpito. C'è sempre un dibattito sull'allenatore, basato sulla diceria che senza una grande squadra egli sia irrilevante. Sacchi interviene su questa affermazione limitativa e afferma che è come se si dicesse che un regista cinematografico, poiché non partecipa direttamente alla trama del film, ha una funzione irrilevante. Questo è un problema profondamente filosofico che ha posto nella storia della filosofia uno dei filosofi più geniali e meno conosciuti, che è Leibniz. Il quale si è chiesto se una qualsiasi totalità funzioni meglio se è eterodiretta, ovvero se c'è chi l'assiste nel suo funzionamento ma recitando un ruolo esterno, o se è totalmente autarchica. La tesi di Sacchi è per l'eterodirezione. Ma d'altra parte non si sta sempre più affermando la figura dell'allenatore di calcio che non è un giocatore di calcio? Abbiamo l'esempio di Villas Boas, ex braccio destro di Mourinho, o di Andrea Stramaccioni, al quale è stata preclusa la possibilità di giocare a calcio per un incidente gravissimo subito quando era piccolo. Questo avviene già in altri sport come la pallacanestro, ma comincia a entrare anche nell'ordine di idee del calcio. Parliamo poi dell'altro esempio, a me molto caro, visto che sono interista: l'ex allenatore dell'Inter, purtroppo rimpianto, che è José Mourinho. Il suo esergo, il motto a cui ispirarsi nella vita come nello sport è stato sempre: 'Chi sa solo di calcio non sa nulla di calcio'. Che rappresenta anche il filo conduttore anche di questa mia conversazione. Tutti coloro che si chiudono in maniera difensiva all'interno di ciò di cui si occupano più strettamente, infatti, poi perdono anche il 'fil rouge' di ciò che sta dentro a ciò su cui lavorano. Non riescono a capirne fino in fondo il segreto, perché molto spesso quel segreto è posto nelle relazioni che il proprio tutto riesce a stabilire con il resto. È questa l'affermazione più filosoficamente centrale che si può dare. È l'eterna 'querelle', l'eterno dibattito tra generalisti e specialisti. Chi riesce ad avere una capacità specifica e a supportarla con una visione generale, avrà sicuramente sempre la meglio. È quello che sta avvenendo con l'economia, un sapere specifico che sta diventando un sapere generale. Quando l'economia si è privata del rapporto con la filosofia ha cominciato a degenerare e siamo arrivati al passo attuale. Tornando a Mourinho, egli pone il primato del generale sullo specifico, o quanto meno afferma un rapporto costruttivo tra visione generale e sapere specifico di cui non potremo mai privarci".

Foto di Matteo Angelini - www.matteoangelini.comPassiamo dal generale al particolare, adesso. Vorremmo concentrarci in modo specifico sul testo, sulla sua "pausa del calcio". Un pausa, lei dice, che ha una duplice accezione, sia spaziale che temporale. Ricordando Elias Canetti, lo stadio diventa un'arena che si chiude rispetto alla società e alle regole della società civile. E dal punto di vista temporale, invece, la pausa è quella di una sospensione insulare del tempo, simile a quella magia che capita nel rapporto amoroso, nella musica. Ci chiarisca questi due aspetti.
"Il titolo di questo saggio è mutuato da quella grandissima opera di Elias Canetti che è 'Massa e potere'. Io mi sono ispirato alla sua primissima parte in cui c'è una riflessione sull'arena, sul campo in cui si svolge una competizione sportiva. Sono circa due pagine, in cui Canetti dice che l'arena, per come è stata costruita sul piano architettonico, presume che tutti gli spettatori diano le spalle al contesto geografico in cui sta avvenendo la competizione, formando un cerchio che costituisce una sorta di isola, un momento di sospensione dalla consueta concatenazione spaziale. Ecco perché io ho scelto il termine di 'pausa'. La pausa intorno al calcio è determinata dal fatto che la competizione sportiva assume l'aspetto di un evento completamente slegato da tutti gli altri contesti. Ho una visione che tende a non separare lo spazio dal tempo. Questo è altrettanto vero proprio sul piano della partita di calcio, una 'competizione sportiva innocente', come diceva il grande poeta inglese Wystan Hugh Auden. Prendiamo le partite veramente decisive, quelle di un campionato europeo, di una coppa del mondo o dei campioni. Il tutto si può svolgere in una o due partite che hanno una durata cronologica precisa: ci sono i 90 minuti, poi ci possono essere i supplementari, poi i calci di rigore. All'interno di un preciso contesto tu non puoi non risolvere la partita. Questo significa che usciamo fuori dalla consueta irreversibilità del tempo. Il tempo della devastazione e il tempo della morte - perfettamente registrato nelle lancette degli orologi e che procede sempre nella stessa direzione - qui ha un'interruzione. Ricordo quel bellissimo e straordinario passaggio di uno dei più bei romanzi che siano mai stati scritti, 'Le affinità elettive' di Goethe, in cui l'autore, con il diario di Ottilia, costruisce un romanzo nel romanzo. Ottilia, una delle protagoniste delle due coppie, in ogni capitolo scrive. Goethe le mette sulla labbra questo pensiero: gli uomini tentano di esorcizzare l'irreversibilità del tempo, costruiscono monumenti, templi, per ricordare che qualcuno, nonostante sia morto, possa sfuggire al senso della morte, ma non sanno che anche quei monumenti, quei templi, un giorno verranno meno. Rispetto al primato dell'irreversibilità del tempo, che è anche il primato della morte e della devastazione, nulla si può. Però qui i romantici ci hanno insegnato qualcosa. Penso in particolare a Novalis, che quando parla della musica utilizza questo straordinario ossimoro: la musica è una 'innocenza delittuosa'. E perché? Questa innocenza cosa trasgredisce? L'ordine del tempo. C'è un grande mito narrato da uno dei grandi romantici delle prime due decadi dell'Ottocento, Wilhelm Heinrich Wackenroder, che racconta del santo ignudo. Si tratta di questo santone che sta sulla rocca, sulla parte alta della montagna e che nella sua vita non si è mai posto nessun problema, perché lui è il funzionario del tempo, un orologio personificato, preposto a far girare la ruota del tempo, che come le nostre lancette va esattamente sempre nella stessa direzione. Il santo ignudo non ha mai abdicato, neanche ha mai avuto un attimo di perplessità. Fino al momento in cui sotto, nel fiume che scorre alle pendici della montagna, passa un'imbarcazione, a bordo due innamorati che cantano una canzone. Le parole di questa canzone ascendono alle orecchie del santo ignudo e lui, mentre ascolta questo canto, non ha più la forza di far ruotare, si ferma. Questo per dire che la musica, ma anche il calcio con la sua competizione che trasgredisce, il calcio che è 'gioco competitivo innocente', come la musica, arte che trasgredisce, diventa delittuoso rispetto all'ordine consueto del tempo. Fa pensare che il tempo non sia solo quello della devastazione, che in quel momento c'è una redenzione dal tempo consueto della morte. Questo vale per la musica, per il calcio, per qualsiasi altro evento sportivo. E questo è un grande monito che ci viene dalla tradizione romantica".

L'intervista a Elio Matassi nel febbraio del 2013 - Foto di Nicola AlessandriniCrede che il percepire lo stadio e la partita di calcio come una pausa, come una realtà che volta le spalle alla società, possa incidere anche sulla percezione dei fruitori dello spettacolo del calcio, portandoli a ritenersi al di fuori delle regole e delle leggi della società? Pensiamo agli scontri tra tifoserie, o ai casi emblematici di razzismo come quello accaduto a Boateng.
"Io do ragione a Boateng. Credo che sul razzismo, anche se queste manifestazioni avvengono regolarmente, questo tipo di sospensione sia inammissibile. Il calcio non può essere considerato rispetto alla fruizione un'isola, in cui i comportamenti devianti possono essere giustificati sempre. Io sarei per la sospensione della stessa partita, proprio per lanciare un monito. Se cominciamo a dire che il razzismo tra il tifo è in fondo giustificabile, perché non potremmo poi dire che esso è giustificabile in tutti gli altri aspetti della vita. Ciò rappresenterebbe un incoraggiamento indiretto al razzismo che non può esistere. L'etica infatti non può non coinvolgere il calcio, come anche tutte le altre dimensioni dello Stato".

A proposito di StFoto di Matteo Angelini - www.matteoangelini.comato, etica e sport. Il suo testo allude a un parallelo tra lo Stato hegeliano e lasquadra di calcio. Può spiegarci meglio questa visione?
"La prima parte della mia formazione è stata dedicata a questo grande autore della filosofia classica moderna, cioè Hegel, e in particolare al grande testo che Hegel scrive di propria mano nell'ultima parte della sua carriera accademica, quando insegnava a Berlino, il massimo traguardo per un professore universitario dell'epoca. Si tratta dei 'Lineamenti della filosofia del diritto', in cui c'è una bellissima testimonianza offerta dal paragrafo 256, quando Hegel dice che lo Stato è il primo principio, rispetto alle parti che lo compongono che sono la famiglia e la società civile. Questo ha sempre destato un grande dibattito, che qualcuno ha voluto interpretare nel modo più riduttivo, dicendo che Hegel è un olista, per usare un vocabolo difficile, ovvero uno per cui il primato è del tutto, come se poi questo creasse da sé le proprie parti. Sarebbe questo un parto invertito, come se non fosse la madre a generare i propri figli ma i figli a generare la madre. In realtà però Hegel tendenzialmente definisce il primato del tutto sulle parti in un'ottica di tipo finalistico: le parti vengono prima del tutto - perché sul piano concreto se non ci fossero le parti non esisterebbe neppure il tutto - però se le parti non si ponessero come fine di entrare a far parte del tutto e di realizzare la propria dimensione specifica del tutto, esse non avrebbero il valore che invece finiscono con l'assumere nel momento in cui si fondono e si integrano perfettamente nel tutto. Questo è un modello che per il gioco del calcio, che è un gioco di squadra, funziona perfettamente. L'allenatore più vincente nella storia del calcio - che è sicuramente José Mourinho - è colui che ha riflettuto meglio di chiunque altro su questo concetto, su questo paradigma filosofico. Metabolizzandolo e trasferendolo al calcio".

Foto di Matteo Angelini - www.matteoangelini.comFilosofia e sport sono accomunate da un linguaggio tecnico e specialistico molto particolare, in alcuni casi addirittura ostico. Oggi il parlare di sport - anche comunemente - è ricco di tecnicismi che in qualche caso, spesso, sembrano uno scimmiottare il linguaggio dei tecnici. Secondo lei questa ossessione per la tecnica è un tratto caratteristico di questi tempi?
"Credo che questo tecnicismo di cui oggi purtroppo si abbonda, in una società che in certo modo si genuflette alla tecnica, è un fatto cui bisogna stare attenti. E non tanto di fronte alla tecnica, quanto alle tecnologie. Perché in fondo la tecnica esalta lo spirito umano. Mentre le tecnologie non lo esaltano, prendono gradualmente, nella nostra inconsapevolezza, il nostro posto. È come se noi cedessimo la nostra autorevolezza, la nostra capacità di autonomia decisionale, ad altri, a degli oggetti di cui non sappiamo privarci. Nel riflettere su questo fatto mi ispiro a uno dei passi più celebri di una delle più grandi opere mai state scritte, il Faust di Goethe. C'è questo dibattito bellissimo che avviene nel quinto atto quando le Quattro donne grigie, tra cui c'è la Cura, si arrestano di fronte al palazzo reale. Le altre tre non osano sfidare Faust. Una solo, proprio la Cura, entra dal buco della serratura nel palazzo e sfida Faust. C'è questo dibattito drammatico che è molto interessante perché Faust ha una ricusazione pregiudiziale della Cura: le dice che non sarà mai suo, che non si lascerà lusingare. La Cura risponde, sottilmente, che forse questa ricusazione pregiudiziale così forte indica un elemento di debolezza, che la violenza del rifiuto fa pensare che essa sia già penetrata, sottilmente, e che Faust vuole esorcizzare quella parte di sé con cui convive. E che cos'è questa parte? È quello per cui la Cura finisce con l'essere la Procura, un negozio giuridico che significa che io cedo la mia rappresentatività a un altro. Qui Faust indica quello che in fondo nelle società contemporanee avviene, con noi che inconsciamente rinunciamo alla nostra capacità decisionale, ci facciamo dominare dagli usi impropri delle tecnologie. La tecnica ancora ci indica una strada, poiché in fondo esalta lo spirito proiettivo dell'uomo, è una costruzione umana in cui il senso del fine è ancora molto chiara: essa è fatta dall'uomo per l'uomo stesso. Le tecnologie invece cominciano a incrinare questo finalismo, lo delegittimano. Io faccio qualcosa non per me stesso ma per la cosa che utilizzo e di cui comincio a diventare vittima. È una forma di autoritarismo strisciante, dolce, soft ma da cui altrettanto dobbiamo guardarci rispetto a quello rigido e programmatico. Le tecnologie sono estremamente pericolose, o meglio, lo è l'uso improprio che ne facciamo".

Foto di Matteo Angelini - www.matteoangelini.comTecnica e artificio che invece l'uomo riesce a esaltare nel gioco. Un valore da recuperare anche nel contesto dell'attività sportiva?
"C'è tutta una grande tradizione filosofica - il Kant de' 'La critica del giudizio', Schiller, Nietzsche, Eugen Fink - che fa della dimensione giocosa, del gioco, un'attività che esalta la creatività del soggetto, di cui noi non possiamo assolutamente fare a meno. È quello spirito che Huizinga definiva in 'Homo ludens', una dimensione che noi abbiamo progressivamente perduto e che dobbiamo assolutamente recuperare. Perché è una dimensione che ci esalta in primo luogo come uomini e che purtroppo in molte delle società contemporanee viene a perdersi, a estenuarsi, a consumarsi. Ma qual è l'ostacolo maggiore? L'economicismo, il fatto che poi il gioco, ogni gioco, diventa non una competizione libera ma qualcosa su cui fare un grosso investimento economico. Prendiamo il calcio delle origini e quello attuale, totalmente dimensionato, normato da grandissime forme di investimento che gradualmente portano a perdere il senso del gioco. Sulla base di queste considerazioni ho preso fortemente posizione - considerandolo in linea con i principi dell'etica - rispetto a un episodio che ha coinvolto i tifosi del Genoa, che durante una partita dello scorso campionato (quello del 2011/2012, N.d.R.) hanno chiesto ai propri giocatori la restituzione della maglia, perché si cominciava a sospettare che questi fossero compromessi con lo scandalo delle scommesse. La maglia è un senso di identità, di una tradizione. Svalorizzarla, da parte di persone che già guadagnano molto, per incrementare ancora i propri profitti, è un'umiliazione enorme. Il difenderla invece, prendendo posizione rispetto a un'usurpazione volgarmente economicistica, mostra un principio di recupero del valore giocoso di questo sport. Ed è un gesto che non deve essere demonizzato come è stato fatto, invece, in maniera troppo affrettata".

Foto di Matteo Angelini - www.matteoangelini.comUn tema che riguarda lo sport molto da vicino è la medicalizzazione, il fatto che la politica presti molta attenzione allo sport in un'ottica di tutela della salute e prevenzione. E quindi lo sport comincia a diventare imposto. Nasce la cura di sé per procura, ricordando Faust. Qual è il suo punto di vista rispetto all'affermarsi di questa cultura dell'etica terapeutica?
"Questo aspetto ha connessioni anche con le ipotesi di trasformazione della filosofia in consulenza filosofica, in una dimensione professionale. Allora il filosofo dovrebbe curare le anime per farle meglio sintonizzare con quello che avviene? Ma questa è una funzione contraria a quella di un filosofo. Il filosofo deve sempre denunciare ciò che non va. Questa trasformazione d'uso, che io definisco etica terapeutica, si svolge con questa privatizzazione estrema che non favorisce lo spirito critico".

Foto di Matteo Angelini - www.matteoangelini.comChiudiamo con un ultimo riferimento alla componente religiosa e mistica nello sport.
"Tifare per una squadra di calcio è anche avere una fede, simile a quella politica. Nella nostra società si è troppo affievolito il margine tra una destra e una sinistra, creando questa melassa indistinta. Quando la convinzione politica ha cessato di avere una sua radicalità, molte volte la fede calcistica ha finito con il creare opposizioni più radicali. Io dico che la destra e la sinistra dovrebbero riprendere dal calcio questa distinzione forte. Per quanto mi riguarda, mi sono spesso posto il problema del perché sono tifoso dell'Inter e ho dato una spiegazione di tipo mistico, astrologico. L'Inter è nata il 9 marzo del 1908 sotto il segno dei pesci. Mia moglie è nata il 10 marzo ed è del segno dei pesci come mia figlia, nata il 15. Ne deduco di avere una particolare predilezione per questo segno. Ma perché? Perché i pesci, nell'interpretazione dello Zodiaco - che va dal segno più istintuale a quello più etereo - sono il segno più mistico, oltre che il simbolo del Cristo. E l'Inter? È senz'altro la squadra più mistica. Basta pensare alla sua storia, a queste impennate che la portano a stravincere tutto e alle cadute. È come se questa squadra avesse bisogno di un allenatore redentore. Non voglio poi dire che il calcio sia la nuova religione, ma che il calcio vada vissuto anche come una religione, questo sì. Io non sono un naturalista integrale. C'è nella mia 'forma mentis' l'anelito indistinto verso qualcosa che va al di là del consueto, del quotidiano. Sono un ateo, laico, ma non completamente sprovvisto di una spiritualità. C'è in me un'esigenza di non chiudermi completamente nel mondo della natura. Credo che il calcio, vissuto in un certo modo, possa favorire questo piccolo salto qualitativo in più che ogni naturalismo dovrebbe possedere. Perché se ogni naturalismo diventa fine a se stesso muore completamente di se stesso".

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