Comitato Regionale

Emilia-Romagna

Battere la violenza sulle donne

Un nuovo progetto della Uisp Emilia-Romagna per sconfiggere la violenza di genere. "Differenze in gioco" si svilupperà fino a dicembre 2018 e coinvolgerà il coordinamento regionale dei centri antiviolenza, oltre a sei comitati locali
di Francesco Mazzanti

BOLOGNA - L'impegno contro la violenza di genere. Dopo il progetto Riconoscersi e relazionarsi nelle differenze e il progetto Cuore, la Uisp  Emilia-Romagna continua la sua battaglia di formazione e sensibilizzazione approcciando l'argomento partendo dalle società sportive e dalle affiliate. "Differenze in gioco", il nome della nuova iniziativa, rientra nei finanziamenti previsti all'interno della legge regionale n. 6 per la parità e contro le discriminazioni di genere del 27 giugno 2014. Il progetto, che si svilupperà nei prossimi mesi fino a dicembre 2018, coinvolge i comitati di Parma, Piacenza, Modena, Ferrara, Forlì-Cesena e Rimini in collaborazione con il coordinamento dei centri antiviolenza dell'Emilia-Romagna. Questa mattina, per avere le idee più chiare, abbiamo fatto due chiacchiere con Manuela Claysset, ideatrice di "Differenze in gioco" e responsabile nazionale Uisp per le politiche di genere.  

Quali sono gli obiettivi principali di "Differenze in gioco"?
"Formare, sensibilizzare il mondo sportivo sul contrasto alla violenza di genere. Lo facciamo in particolare su due filoni di lavoro: il primo riguarda la formazione rivolta ai dirigenti dei sei comitati coinvolti. Anche il coordinamento dei centri antiviolenza metterà la sua esperienza e competenza in questo percorso. L'altro obiettivo riguarda la comunicazione: cercare di sensibilizzare il nostro corpo associativo su queste tematiche, importanti da affrontare. La violenza sulle donne tocca il mondo sportivo e noi sentiamo questa responsabilità".

Quanto è importante secondo te la collaborazione tra istituzioni, cittadini e associazioni per contrastare la violenza sulle donne? Cosa è mancato in passato e a cosa, invece, si può aspirare?
"Il nostro lavoro è cercare di essere in rete. A volte abbiamo avuto l'impressione di essere chiusi in camere stagne. Le associazioni fanno una cosa, le istituzioni ne fanno altre. Il fronte è delicato ma la consapevolezza è che sia fondamentale lavorare in questo modo e quindi, per esempio, anche con il mondo della scuola, con le forze dell'ordine e con chi riveste ruoli diversi. Mi sembra che a differenza del passato ci sia una maggiore consapevolezza: ci sono sempre più tavoli di lavori comune. Inoltre come associazione lavoriamo con bambini, ragazzi, con tutte le fasce d'età e il ruolo educativo è fondamentale nello sport".  

In che modo pensate di svolgere la sensibilizzazione e la formazione ad allenatori e dirigenti sportivi? Qual è la differenza tra questa iniziativa e il progetto Cuore?  
"Con il coordinamento dei centri antiviolenza abbiamo condiviso una traccia della formazione. Da una parte affronteremo il tema delle politiche di genere della Uisp: quello che facciamo, le nostre attività e la promozione dello sport, oltre al quadro generale della violenza di genere. Poi ogni territorio vede in maniera diversa la formazione: in alcuni casi ci saranno laboratori, in altri una formazione molto più frontale. Dipende dalla storia dei vari comitati. A Rimini ci sono progetti all'interno delle scuole, in altre città invece il percorso è appena avviato. Il secondo passaggio sarà quello di continuare sul percorso che parla del lavoro nazionale su questo fronte, portando l'esperienza vicino ai territori".

Il problema dello sport femminile, secondo te, sta più nella mancanza dei diritti delle donne oppure nella scarsa copertura mediatica degli eventi?
"Queste sono conseguenze di un problema che ancora è culturale nonostante la recente crescita: guardiamo alle ultime Olimpiadi, per esempio. Purtroppo però, se analizziamo il tema dei diritti, dei compensi e dei numeri della pratica la forbice è ancora molto larga. L'idea in questo paese è che lo sport sia qualcosa di residuale, che ha a che fare col tempo libero, invece dovrebbe essere una parte fondante della vita di ogni persona. Al di là dell'aumento della pratica è preoccupante il dato sulla sedentarietà in Italia che supera il 39% e le donne rappresentano la parte più cospicua di questo dato. Il nostro lavoro come Uisp sta proprio in questo: affrontare il tema dei diritti, della visibilità e occuparsi della formazione e della ricerca, i temi sono legati. Non neghiamo che ci si siano raggiunti risultati importanti ma c'è ancora molto da fare".

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