Comitato Regionale

Emilia-Romagna

Palleggi di vita

Martedì 10 agosto a Reggio Emilia una serata all'insegna dei record e della sensibilizzazione.

 

di Fabio Verna

locandina Fabrizio Maiello record palleggi Reggio Emilia

REGGIO EMILIA - "Lo sport è fondamentale nelle carceri, quando giochi non pensi a dove sei, a quello che hai intorno. La Uisp ha riacceso in me un fiamma, mi ha dato uno scopo, un obiettivo. Così ho ritrovato la vita."

Proprio per questo, martedì 10 agosto, Fabrizio Maiello vorrebbe partire da quel luogo per percorrere 1 km palleggiando, con quel pallone che tanto ha segnato la sua vita. Questo evento si svolge all'interno del progetto "Un pallone per la legalità" che Fabrizio porta avanti da anni con l'associazione Happy Bridge e Uisp. Il progetto si propone di trasmettere ai più giovani valori etici, di educazione civica e di legalità, al fine di prevenire atti di violenza, di bullismo, di razzismo, etc.

In questo progetto l'attività sportiva e specificatamente quella calcistica, legata alla storia e alla vita di Fabrizio Maiello, assume un'importanza fondamentale. Quando si parla con Fabrizio si percepisce davvero la sua voglia di raccontare e sensibilizzare su questi argomenti.

Fabrizio, cosa ha rappresentato per te il calcio prima dell'infortunio e come è cambiato il rapporto con questo sport durante il corso della tua vita?

"Era il mio sogno quello di diventare un calciatore. Giocavo nella Primavera del Monza, ero bravo, tutti mi volevano, ma a 17 anni per un brutto infortunio al ginocchio ho dovuto smettere per sempre. Avevo puntato tutto sulla mia carriera da calciatore. Mi sentivo perso, senza stimoli, arrabbiato con il mondo e con me stesso. Da quel momento il buio, avevo perso la testa. Ho scelto la strada sbagliata e ho conosciuto delle persone che mi hanno portato alla deriva. Con loro è iniziata la mia seconda vita, quella nel mondo del crimine. Fu così che scoprii la galera, a 18 anni. 

Dentro ti chiedono subito due cose: quale crimine hai commesso e se sai giocare bene a calcio. Io avevo la fortuna di saperci fare con i piedi e questo mi ha aiutato con i detenuti e con le guardie. In carcere mi chiamavano Maradona. Sono rimasto lì per un anno, poi una volta uscito ho ricominciato con la delinquenza, fino ad arrivare nel 1991 nell'ospedale psichiatrico di Reggio Emilia. Lì sapevi quando entravi ma non quando uscivi, perché fino a quando non ti consideravano guarito potevano prolungare la pena."

Quando nasce il tuo rapporto con la Uisp?

"Il tempo per giocare era poco, ma la direttrice dell’ospedale psichiatrico, Valeria Calevro, capii la mia passione e cercò di aiutarmi. Fu qui che ebbi la grande fortuna di incontrare Bruno Veronesi, l'allora presidente della Uisp di Reggio Emilia, che mi diede la possibilità di partecipare a Vivicittà, una manifestazione podistica organizzata ogni anno dalla Uisp. Io volevo farlo palleggiando, l’ho chiesto alla direttrice ed ha acconsentito. Le ho chiesto la possibilità di allenarmi e di avere un pallone tutto mio. Da quel giorno in 24 passi si racchiudevano i miei sogni di riscatto: hanno trovato un buco dove allenarmi, una specie di gabbia. Ho passato 10 anni lì dentro con il sole, con la nebbia e con il freddo. Quattro ore al giorno per dieci anni ho sempre palleggiato mentre giravo intorno e contavo i passi. 

Un palleggio dopo l’altro per dimenticare l‘inferno dell’OPG: nel 1998 ho fatto un chilometro palleggiando in avanti. L’anno dopo, nel ‘99, ho fatto la stessa cosa palleggiando un chilometro ma a marcia indietro. Nel 2000 ho fatto un chilometro a marcia indietro di testa. Nel 2001 cinque chilometri, ossia 5 giri del carcere, con la palla in equilibrio sulla testa. La più importante, dal punto di vista emotivo, è quella del 2002. Dopo aver disputato all’esterno una partita per i Mondiali Antirazzisti, sempre grazie alla Uisp, ho percorso 3 chilometri e mezzo in città, a Reggio Emilia, e al mio arrivo in prima fila ad attendermi c'era mia madre, un'emozione enorme."

Quanto è importante lo sport e l’attività fisica in generale nelle carceri?

"Riuscire a giocare e godere di quel senso libertà e spensieratezza è stato per me fondamentale in quegli anni. Il calcio mi ha aiutato a combattere la tristezza, la rabbia, la tensione e l'aggressività. Mi ha aiutato a recuperare quel senso di amicizia e solidarietà, a recuperare valori come la legalità, la lealtà e la cooperazione. Per questo credo che lo sport in generale sia fondamentale all'interno delle carceri."

Come nasce il progetto “Un pallone per la legalità" e l'evento di martedì 10 agosto?

"Il mio scopo principale è quello di aiutare gli altri, affinché non cadano negli errori che ho fatto io. Grazie a questo progetto riusciamo a fare tanti incontri nelle scuole e cercare di sensibilizzare i ragazzi cercando di prevenire criminalità, bullismo e violenza. Questo progetto rappresenta la mia massima espressione di libertà e felicità, il mezzo che mi da la possibilità di arrivare a tanti giovani. Ringrazio di cuore l'associazione Ciro Vive, che mi ha permesso di conoscere e confrontarmi con Antonella Leandri, la madre di Ciro Esposito, il ragazzo ucciso a Roma prima della finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli nel 2014."

 

 

 

 

 

 

 

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