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Emilia-Romagna

Libero spazio e libera agibilità. Corpi non etero-normati ai Mondiali

Gaia Giuliani, studiosa di politiche coloniali e post-coloniali, dà un giudizio sull'ultima edizione della festa antirazzista dell'Uisp tenutasi a Casalecchio dall'8 al 12 luglio 2009.

Una manifestazione gbtq - Foto di Matteo Angelinidi Vittorio Martone


BOLOGNA
- Gaia Giuliani è Post-doctoral Fellow in "Storia del pensiero politico" e ricercatrice in "Studi coloniali e post-coloniali" presso il Dipartimento di "Storia della politica e delle istituzioni" dell'Università di Bologna. È inoltre ricercatrice associata presso il Transforming Culture Centre della University of Technology di Sydney. A seguito della sua significativa collaborazione all'organizzazione dei Mondiali Antirazzisti 2009 - che quest'anno tramite workshop, dibattiti, assemblee e spazi di riflessione sono stati incentrati sulla lotta alla violenza contro le donne e sulle tematiche queer - l'abbiamo interpellata per avere un suo commento su quest'esperienza e sull'impatto che queste nuove attività hanno avuto sulla manifestazione.


"Da dieci anni mi occupo per lavoro di questioni legate al razzismo e, per esperienza personale, alle tematiche queer. Pertanto, non posso che interpretare i Mondiali Antirazzisti come un buon punto di riferimento. Devo però riconoscere che, a causa della forte impronta maschilista che rientra nell'autorganizzazione che avviene nei Mondiali – nonostante essa non abbia prodotto in tanti anni episodi spiacevoli, se non nel 2008, malgrado l'elevatissimo livello di testosterone – come antirazzista che si porta dietro il proprio corpo di donna e la propria pratica queer avevo dei problemi a giungere a questa festa. Quando però Tatiana Olivieri (dirigente Uisp, ndr) mi chiamò parlandomi degli avvenimenti dell'anno scorso e del desiderio di creare un team che organizzasse eventi legati all'intreccio tra lo sport, i corpi e il loro situarsi, accettai la proposta con entusiasmo. Il lavoro che abbiamo svolto è stato molto positivo. Abbiamo strutturato il nostro operato interrogandoci sul modo di comunicare all'interno di un contenitore come quello dei Mondiali e devo dire che abbiamo fatto dei piccoli ma sostanziali passi, soprattutto con iniziative quali la proiezione del film di Simone Cangelosi 'Dalla testa ai piedi', che narra il racconto della transizione da un'identità sessuale a un'altra, o il workshop denominato 'Smascheramenti', con questionari incentrati sui temi di virilità e omofobia. Abbiamo avuto nella festa un'ottima visibilità ed abbiamo riscontrato reazioni di alta partecipazione e voglia di contaminarsi. Chiaramente queste iniziative non esauriscono il lavoro che ancora c'è da compiere sulle contraddizioni che i Mondiali, come qualsiasi altra realtà, si portano dietro. Ma sul piano emotivo devo dire che è stata importantissima la presenza di questi workshop poiché hanno permesso l'arrivo ai Mondiali di persone non etero-normate. Un fatto innovativo che ha tramutato i Mondiali stessi in un nuovo network tra chi di consueto lavora per la sensibilizzazione e lo scoraggiamento delle  pratiche omofobe. La sensazione era dunque di benessere: era quella di aver creato un bel rapporto tra la città e i Mondiali. Poi, resto dell'avviso che i cori da curva non mi piacciono, ma questo è un altro discorso (ride, ndr)".

Abbiamo dedicato l'ultimo numero di Area Uisp alle più svariate accezioni del concetto di diversità: un termine controverso, su cui si gioca da un lato l'anelito all'uguaglianza e dall'altro la rivendicazione della propria unicità. Come si sviluppa questa discussione all'interno del mondo gender-bisex-trans-queer, anche alla luce dell'uso dei simboli che abbiamo visto nella manifestazione contro l'omofobia di sabato 10 ottobre a Roma?
"Direi che si può parlare di una certa polarizzazione tra coloro che rifiutano la deriva matrimonialista, incentrando la propria critica sulla scelta di cosa fare e come vivere nel proprio spazio pubblico e privato, e quelli che fortemente perseguono la battaglia per la richiesta di diritti anche a patto di fare i conti con una visione pubblica normativa. Tra questi due estremi c'è sicuramente un pensiero fluttuante, che è un po' anche il mio. Personalmente infatti non sono matrimonialista, poiché vedo nel matrimonio un'istituzione patriarcale, ma al contempo credo che tutti debbano avere accesso a tutte le istituzioni, in quanto queste rappresentano una forma di tutela. E questo ovviamente perché per una coppia omodiretta che si trova nella marginalizzazione il matrimonio è uno strumento per acquisire simile condizione giuridica indipendentemente dalla libertà individuale che resta tale. Dal mio punto di vista credo quindi che si debba aumentare la rete delle possibili opzioni giuridiche cui avere accesso e che questo non rappresenti una forma di controllo bensì di sviluppo della democrazia".

I temi delle differenti forme di sessualità nonché dell'uso del corpo della donna sono ormai entrati stabilmente nell'agenda politico-mediatica nazionale. Eppure c'è un gap nella trattazione al maschile di questi argomenti. Qual è la tua opinione a riguardo?
"Ci sono vari ordini di problemi. Tra questi il principale sta sicuramente nel fatto che la politica continuano a farla i maschi e che quindi l'interlocutore principale per ogni movimento resta sempre un maschio. Da ciò deriva anche il fatto che quando si parla delle tematiche di genere si fa sempre riferimento alla comunità gay, trascurando tutto il resto del mondo queer che è invece enormemente variopinto".

In un'intervista rilasciata al Manifesto dopo il suo intervento alla Casa internazionale delle donne di Roma nella giornata di sabato 10 ottobre, la filosofa Luisa Muraro ha dichiarato: "Gli uomini non trovano la giusta lunghezza d'onda per parlare. Vanno all'appuntamento con un evento storico che è la signoria femminile e riescono a mancarlo. [Si] riconosce che c'è una rivoluzione simbolica in atto che alle donne dà signoria ma solo perché [si] cavalca un'altra onda, quella dell'emergenza di una crisi del maschile". Come ritieni di poter commentare questa affermazione?
"Penso che questa crisi della mascolinità si presenta, adesso, a seguito dell'emergere di identità che risalgono già a circa trent'anni fa: faccio riferimento alla storia del movimento gay in tutta Italia da Mario Mieli in poi che rappresenta oggi un rimosso collettivo. Questo suo accentuarsi oggi corrisponde poi alla crisi dell'individuo nella modernità come alla crisi irreversibile dell'etero-normatività ed allo sgretolamento della famiglia come punto di riferimento. Ma c'è anche un altro aspetto che bisogna considerare con attenzione e che riguarda un triangolo le cui punte sono rappresentate dal potere maschile, dai suoi archetipi sul corpo delle donne e dall'omosessualità. Il burqa, le veline e la comunità gay sono concetti molto più prossimi di quanto non sembri e circoscrivono a trecentosessanta gradi il contenuto del maschio bianco italiano".

Ritieni che nel linguaggio utilizzato per le rivendicazioni del mondo gbtq si stia affermando, anche a causa di una politica gestita da soli maschi, una forma prettamente maschile?
"Credo proprio che questo processo si sia già avverato. Proprio per questo ci si ritrova a constatare che l'unica forma di confronto istituzionale che il movimento gbtq è riuscito a portare avanti sia quello dei diritti. Il rischio di questo approccio sta nel non ammettere la presenza di una molteplicità di comportamenti e di desideri che, sotto il ricatto del riconoscimento, si rischia di vedere ridotta da una cultura normativa dei corpi. Guardando indietro nel tempo, credo che si dovrebbe invece recuperare dagli anni '80 quella capacità di essere esplosivi e creativi anche attraverso il travestimento, prendendo a modello anche suggestioni come quella del film 'Stonewall' di Nigel Finch, in cui la rivolta e lo scontro con la polizia per i propri diritti viene promossa e agita da trans a colpi di tacchi".

Quali mezzi credi sia possibile adoperare per rompere questo linguaggio unitario?Il logo della manifestazione gbtq svoltasi a Roma il 10 ottobre
"Mah, la letteratura a disposizione sul tema è sconfinata. Si tratta di una letteratura che sta ragionando sulla scomposizione dell'identità con attenzione a tutto ciò che non è etero-normato, mescolando quindi la questione migranti, la linea del colore, il lavoro e così via. Sono studi che in sostanza tentano di mettere in luce il fiorire di forme di rappresentazione diversa dal linguaggio normante, che tende invece a stabilire un'identità unica rispetto alla quale tutti gli altri sono etnicizzati. Poiché questo linguaggio tende a ristabilire il potere dell'unico credo che il solo modo per romperlo sia quello di essere presenti in maniera 'terrificante' su tutti i media disponibili, addirittura con quello che io definirei come 'un comitato di devastazione dell'identità dominante'. È questo l'unico modo in cui uno spazio si può arricchire di significati e significanti altri e non c'è altra via se non quella di intervenire sul modo in cui si produce cultura".

Rimaniamo sull'argomento linguaggio. Come giudichi l'ambiguo rapporto con cui molti media mettono in relazione le tematiche queer e quelle sull'immigrazione e sui 'retaggi culturali', permettimi l'espressione, dei migranti?
"Si tratta di una questione cui sono particolarmente legata e proverò a risponderti citando prima alcuni esempi. Parto dal caso di due attivisti gay irlandesi, uccisi poiché portavano avanti una battaglia contro le comunità musulmane rivendicando la superiorità occidentale, soprattutto quella nord-europea, nel garantire pari opportunità a tutte le minoranze. Moltissimi conservatori oppongono questo medesimo discorso alla libertà di culto. Basta pensare che in Olanda al migrante che chiede ospitalità viene chiesto di rispondere correttamente ad un questionario in forma di vignetta che mostra esempi di comportamento sulla libertà di costume. Questo atteggiamento soggiace alla convinzione che la comunità nazionale ospitante sia superiore alla comunità del migrante, da cui deriva l'infantilizzazione del migrante stesso e l'atteggiamento paternalistico dell'ospitante. Altro caso è quello in cui attraverso la cronaca sono emerse tre storie diverse per background culturale ma accomunate dal fatto che una giovane donna è stata uccisa da un padre intollerante della cultura dell'uomo che lei aveva scelto come compagno. Queste storie collegano i temi della diversità di identità sessuale, di provenienza e di culto ma mettono tutte in evidenza che la relazione tra di esse si basa in sostanza sul rapporto simbolico che gli uomini hanno con il corpo della donna. Il corpo della donna, ad esempio attraverso il rispetto verso di esso che si invoca in Olanda dal migrante che arriva, diventa quindi moneta di scambio per l'ingresso. È per questo che mi sento di dire che è sul corpo della donna che si gioca la nuova battaglia coloniale, e non solo nei luoghi sottoposti a dominio culturale ma anche nel primo mondo. Il mio più grande timore al riguardo è che neanche le femministe direttamente coinvolte in questo orizzonte abbiano avviato una riflessione approfondita sulle dinamiche culturali post-coloniali e che, per di più, non abbiano messo in discussione l'egemonia culturale che le ha comunque formate senza che se ne accorgessero. Per questo temo che quando il trio Maroni-Carfagna-Gelmini promulgherà la legge sul burqa le femministe italiane si diranno d'accordo col provvedimento".

In questo quadro culturale che hai tracciato, quale credi possa essere il contributo al cambiamento derivante dal movimento sportivo e associazionistico?
"Ritengo che l'associazionismo sportivo può fare tantissimo. L'Uisp in particolare, visti anche i numeri che ha sul territorio nazionale, può rivestire una funzione quasi pari a quella delle istituzioni che hanno il ruolo di educare le persone come la scuola, la chiesa etc. L'Uisp ha il beneficio però di agire in un luogo in cui si gioca e in cui è necessario e interessante per tutti stabilire regole ed adeguarvisi. Il passo in più da compiere è però quello di sviluppare un approccio interculturale alle regole, come ad esempio nel caso dell'uso o meno dei pantaloncini per coprire le gambe femminili. Io credo che anche coadiuvati da altre istituzioni si possa fare tantissimo in questo settore per avviare forme di intermediazione del linguaggio e dei significanti, oltre che per portare un punto di vista altro. Come sappiamo benissimo, tutto dipende poi dalla persona, dall'allenatore, dal contesto geografico e così via. E per gestire queste situazioni differenti sarebbe quindi importantissimo consultarsi continuamente sulle strategie che a livello locale possono essere messe in atto".

Torniamo al punto da cui siamo partiti, ovvero ai Mondiali Antirazzisti. Se dovessi dare un giudizio netto sui 'residui' di machismo che ti è sembrato di scorgere nell'edizione 2008, come risponderesti?
"Questa potrebbe essere una domanda da trasformare in auto-inchiesta l'anno prossimo. Si potrebbe scegliere di girare tra i tavoli sottoponendo alle persone poche domande, magari facendo dei video e delle rapide interviste e riutilizzando, perché no, la strategia del workshop Smascheramenti. Sarebbe bello fare una ricerca in loco elaborando e pubblicando i dati direttamente in quella sede che ha davvero un grande potenziale. A proposito, solo ora ripenso ad esempio a una cosa che mi è molto piaciuta dei Mondiali. Si tratta di quando lo speaker dal palco centrale parlava, sia in inglese che in italiano, facendo affermazioni importantissime contro il sessismo che sarebbe difficile ascoltare in qualsiasi altro raduno giovanile e richiamando le persone a lasciare libero spazio e libera agibilità alle donne all'interno della manifestazione. Quello speaker parlava quindi di uno spazio dove i corpi non etero-normati potessero sentirsi a proprio agio sia nel camminare che nell'auto-organizzarsi. Questo è un aspetto fondamentale che se anche non rende possibile un giudizio netto sulla manifestazione, sicuramente racconta qualcosa su chi l'ha organizzata e sui contenuti che ha cercato e creato".

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