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Emilia-Romagna

Opinioni da fondo campo

Uno scambio di battute via e-mail, un palleggio di riflessioni per recensire il libro "Filosofia del tennis" di Carlo Magnani (Mimesis edizioni. Milano, 2011. pp. 130 - € 11,90). Il testo, a metà tra storiografia filosofica e divertissement, ripercorre le gesta di grandi campioni paragonandoli ai principali filosofi

di Vittorio Martone e Fabrizio Pompei

Iniziamo. La prima cosa che salta agli occhi è la volontà (del resto esplicitata) di mettere in relazione tennis e filosofia. Magnani fa una "scommessa": vuole dimostrare che c'è del "metodo filosofico" nel tennis. O meglio, presuppone questo metodo e fa di tutto per dimostrarlo. Ora, non c'è nulla di male nel dare una tesi e poi dimostrarla. Quando la tesi ha un senso. In cosa si traduce qui la "tesi" (e la dimostrazione) di Magnani? In un parallelismo forse un po' forzato tra le due discipline. Tennis filosofico? Come ogni altra attività umana.

Infatti, proprio il riconoscimento del "metodo filosofico" intrinseco al tennis mi fa ben guardare a questo testo. Io detesto che nel parlare di sport filosoficamente ci si basi sull'applicazione della filosofia allo sport persistendo in una distinzione tra cultura bassa e cultura alta (che è priva di senso). Il punto di forza nelle premesse di questo testo è il riconoscimento della presenza intrinseca della filosofia nel tennis. Quello che invece chiami "forzato parallelismo" lo vedo più come un "divertissement". Magnani sceglie una tesi e prova a dimostrarla. Nel farlo, tira fuori i modi del ricercatore universitario, che gli sono più affini. Sicuramente si trova più a suo agio nel fare storiografia (sia della filosofia che del tennis) e questo - lo riconosco - alle volte rende il testo un po' ostico. Ma il parallelo regge, il gioco funziona. La cosa che lo rende convincente è che mente e corpo rimangono insieme (come nell'immagine tratta dall'introduzione in cui lui, abbrutito in casa davanti alla tv a guardare lo sport, rivendica un lavoro intellettuale - c'è un aneddoto simile che riguarda Joseph Conrad).

Ma questa distinzione tra cultura alta (filosofia) e bassa (sport) è ben evidente nel testo tanto che Magnani sente il dovere di scusarsi con i filosofi di professione per aver accostato le due discipline. Si sente la sua necessità di trattare lo sport rapportandolo a qualcosa di più alto, come se il gioco in sé non fosse abbastanza. In barba a Schiller che, filosofo, considerava il gioco come massima espressione della natura umana. Se si vuole si può indagare filosoficamente lo sport ma solo riconoscendone appieno il valore e l'autonomia. In questo senso gli approcci di Roland Barthes sono invece un esempio. Nei parallelismi invece, a mio giudizio, c'è poco di filosofico. A meno che, come dici tu, tutto non sia semplicemente un gioco. Che però, in quanto tale, dovrebbe essere divertente. Cosa in cui questo libro non riesce appieno.

Proviamo a mettere dei punti fissi. Io dico che - almeno - inizialmente, Magnani riconosce la presenza di una filosofia intrinseca al tennis. Tu ribatti - giustamente - che in seguito il ricercatore prende il sopravvento, la distinzione alto/basso rientra in campo, e l'autore addirittura si sente in dovere di scusarsi (e sono d'accordo, ma perché si dovrebbe scusare?) Vengo al mio punto fermo: in questo testo si respira una certa intelligenza, una gaiezza della scoperta legata al (ri)trovare la filosofia nello sport. Solo dopo arriva la razionalizzazione - e la storiografia. Inoltre, con il procedere del testo trovano largo spazio anche la sociologia e la psicologia (a conferma del legame indissolubile tra queste discipline). Ti confesso: mi sarebbe piaciuto che l'autore arrivasse a parlare di riconoscimento o rispecchiamento filosofia/sport abbandondonando il terreno del confronto. Ma non era inevitabile stare nel confronto in un testo che parla di tennis (sport del confronto per antonomasia)? E comunque, rispetto all'applicazione di un modello dall'alto (da un alto), non è il confronto un terreno già più paritario e costruttivo?

Si, Magnani ritrova la filosofia nello sport. Ma dove non è possibile ritrovarla? E applicandola come la applica Magnani al tennis si può dire tutto e il contrario di tutto. Ma questo in fondo, mi dirai, è valido anche per chi ricerca in profondità un "significato" nello sport (prendo ancora l'esempio di Barthes) e non si ferma a un parallelismo. Riassumo: da un libro ("serio-so", come ritengo questo) di filosofia del tennis mi aspetterei un'indagine appunto sui "significati" di questo sport in un certo senso nuovi e originali: ovvero quello che Magnani pensa del tennis, pur senza escludere riferimenti a filosofi passati. Invece qui si affianca solo la storia del tennis a quella della filosofia. Detto questo, però, la mia critica (antipatica) è ancora più netta. Credo che lo sport non abbia nessuna necessità di essere spiegato o reso "filosofico". Almeno non attraverso il metodo di Magnani. Allo stesso tempo credo che il tennis e lo sport siano un'ottima fonte di narrazione, e di immagini: quando Magnani si lascia andare al racconto di partite e storie di tennis il libro si fa appassionante e viene fuori il vero sport. Insomma, c'è bisogno di tirar fuori la "pura fenomenologia heideggeriana" per descrivere l'incontro più lungo della storia? Così ci si allontana dal tennis. Non basta raccontare la partita? C'è bisogno di chiamare in causa Heisenberg per sostenere che nel tennis (come in ogni altro sport) ha un ruolo il caso? Ci sono diversi modi di dire le cose. Penso, a proposito di tennis, a Woody Allen e all'inizio di "Match Point", in cui il fermo immagine di una pallina da tennis che ha appena toccato la rete e aspetta di cadere in un campo o nell'altro è la metafora perfetta della fortuna che condiziona la nostra vita. Allen però si è ben guardato dall'accostare esplicitamente sport e filosofia, costruendo invece un racconto che sfrutta appieno i meta-significati che il tennis e lo sport indubbiamente hanno. Proprio Allen, parlando di un altro sport, dà la risposta perfetta e liberatoria a tutto il libro di Magnani: "Adoro il baseball. Non serve un significato: è semplicemente bello da guardare".

Partiamo dalla definizione di libro "serio-so". A proposito di questo libro ti ho parlato di divertissement; per cui la tua definizione non calza secondo me con questo testo. Tutto sommato Magnani nei toni cerca di essere il più possibile diretto e chiaro (in una logica se vogliamo anche divulgativa) ma si permette anche espressioni gergali e confidenziali tipiche di chi vuol giocare. Ti dico, analizzando il libro di testa (anziché di pancia) come provo a fare, che questo è un merito. Queste mie riflessioni mettono in campo il tema del linguaggio, di per sé connesso a quello della narrazione (che tu hai giustamente tirato in ballo). Infatti è vero: lo sport è un'ottima fonte di narrazione. Ma prima ancora, lo sport è un'ottima narrazione (in sé, di per sé - e per di più simbolica e metaforica all'ennesima potenza). Motivo per cui è tanto difficile narrarlo. Motivo per cui - come sottolineava anche il critico Massimo Raffaeli in una vecchia intervista per Area Uisp, ex Fuori Area - scarseggiano i grandi romanzi di sport. Ora, torniamo all'operazione "fare un libro di filosofia e sport". Una cosa in cui ci si diverte, si fa qualcosa per puro gusto (magari non il libro più fondamentale della storia), si aggiunge un altro livello di lettura a un fenomeno che di letture ne ha tantissime dentro. Non è un pregio? Semmai, mi colpisce che l'autore di un'operazione così postmoderna tradisca poi, nella sua voglia di ritorno a un vecchio tennis, un'ansia forte di restaurazione.

Sì, siamo d'accordo, il libro certamente non è un trattato filosofico per specialisti. Insisto sul solito punto: le pagine migliori del libro sono quelle dedicate al tennis giocato, agli aneddoti, ai giocatori, alle partite. Quelle più deboli e meno coinvolgenti sono le sezioni "filosofiche". Non è un grosso limite per un libro intitolato "Filosofia del tennis"? Passo poi alla difficoltà del raccontare lo sport, anche se questo meriterebbe una discussione a parte. Forse sì, lo sport si racconta bene da solo ma esiste comunque qualche eccezione (penso soprattutto ai film). Lo sport, però, riesce ad appassionare anche a distanza di tempo. In questo senso forse il "documentario", la "ricostruzione" sono il metodo più efficace di raccontare lo sport. Magnani, quando lo fa, ci riesce benissimo. Insomma, siamo sempre lì: quando racconta di Panatta che annulla 11 palle match ci appassiona, quando invece si perde in confronti con i filosofi risulta noioso.

Concordo, è un grosso limite. E concordo di nuovo (ahimé, la gioventù che ha la meglio) con il fatto che il cinema riesca a narrare molto meglio lo sport. Sarà forse - nessuna grande rivelazione, anzi, quasi un banalità - perché nel cinema il corpo, quello dell'attore, resta al centro. E quindi anche il gesto sportivo resta presente, ineliminabile nella sua fisicità. Di certo amplificabile comunque, con le soluzioni registiche (una stop motion, un ralenty, uno zoom etc) ma comunque non sublimabile, mai - perlmeno in senso assoluto, data l'inesclubile presenza corporea - in un fatto di sola testa. Non concordo appieno con il documentario, che può risultare alla fine apologetico e che ha sempre la necessità narrativa di uno spostamento anche su altri temi, ma questo è un altro discorso. Forse è vero e giusto riconoscere che Magnani non fa la "filosofia del tennis" ma una storia filosofica del tennis. Cosa si dovrebbe fare allora per fare filosofia, per far emergere la filosofia da quelle 11 palle match annullate da Panatta? A questo non saprei rispondere.

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