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Una rete internazionale per lo sport: il ruolo dell'Epas nel Consiglio europeo

Intervista ad Ewa Marcowicz, del Ministero dello sport polacco, sulle politiche per l'attività motoria ed i migranti in Europa.

Foto di Vincenzo Dellaversano (Shoot4Change)di Federica Loreti


BOLOGNA - Ewa Marcowicz, responsabile della "Unità per la cooperazione bilaterale e multilaterale" del "Dipartimento internazionale di cooperazione" del Ministero dello sport e del turismo polacco, è anche membro dell'Epas (Enlarged Partial Agreement on Sport), ente del Consiglio d'Europa che si occupa dell'accordo sull'allargamento parziale ai nuovi membri dell'Unione Europea in materia di sport. La intercettiamo ai Mondiali Antirazzisti della Uisp a Casalecchio di Reno, dove è ospite per discutere di diritti di cittadinanza e regole discriminatorie nel mondo sportivo.

Quali sono le funzioni e i compiti dell'Epas?
"L'Epas è un tavolo di lavoro nato in seno al Consiglio d'Europa nel 2007 da un accordo volontario tra 33 stati europei che hanno sentito l'esigenza di affrontare insieme le problematiche relative alle sport. Tra i paesi che ad oggi hanno aderito ce ne sono alcuni che non rientrano nell'Unione Europea, come il Marocco. Anche il Canada ed Israele hanno dimostrato il loro interesse. Si tratta di uno spazio di discussione e confronto che punta ad elaborare soluzioni comuni per le politiche sportive. Tra i suoi compiti c'è quello di suggerire le strategie e gli strumenti per risolvere le problematiche che scaturiscono dall'organizzazione dei grandi eventi sportivi. Tra gli ambiti di lavoro del Consiglio d'Europa c'è in primis la lotta contro il doping, su cui è maturata ormai una grande esperienza, al fianco della quale si è fatta negli ultimi anni più stringente la necessità di affrontare altri temi come la violenza negli stadi e la manipolazione dei risultati".

Qual è il suo ruolo all'interno dell'Epas?
"La Polonia ha aderito all'Epas nel 2008 e io sono stata scelta per rappresentarla. Faccio parte dell'organo amministrativo insieme ai rappresentanti di altri sei stati membri".

Qual è la posizione dell'Epas sul tema degli sportivi migranti?
"Una delle tematiche che l'Epas sta affrontando attualmente riguarda la tratta degli esseri umani. In molti migrano in Europa con il sogno di entrare nel mondo dello sport professionistico. Illusi da false promesse, alla fine vengono sfruttati. Trovare una soluzione a questo problema è molto difficile ma ne stiamo discutendo. Sicuramente è importante avviare un percorso di sensibilizzazione delle persone. Ma è importante non illudersi: l'Europa non è la garanzia di un sogno. Le federazioni sportive di molti paesi stabiliscono regole severe che limitano la partecipazione degli atleti stranieri nei campionati nazionali. Ciascun paese è autonomo in fatto di sport e decide per sé. La sfida dell'Epas consiste proprio nel concordare politiche comuni e far sì che vengano istituzionalizzate. Occorre trovare delle strategie politiche e diplomatiche efficaci per convincere i paesi e influenzare le politiche dell'Unione. Quest'azione di lobbying è molto difficile. Nel frattempo lavoriamo sulla sensibilizzazione con delle campagne finalizzate ad aumentare la consapevolezza dei rischi connessi ai migranti dello sport. L'Epas organizza spesso seminari e conferenze, di recente lo ha fatto nei Balcani. Non possiamo cambiare le leggi ma solo influenzare le politiche".

Qual è la realtà dello sport in Polonia?
"La Polonia soffre ancora di un deficit storico: siamo usciti dal blocco socialista senza strutture sportive. Abbiamo dovuto affrontare altri problemi e solo da pochi anni ci stiamo muovendo, facendo notevoli progressi, per la promozione dello sport nel paese. Oggi viviamo un momento particolare relativo all'organizzazione degli europei di calcio 2012. Il governo è molto attento allo sport e siamo onorati di essere stati scelti per questo importante evento. Grazie all'entusiasmo per gli Europei, abbiamo convinto il governo ad investire in un programma per la costruzione di migliaia di piccole strutture sportive nelle città, nei quartieri e nelle campagne, per far giocare bambini e ragazzi. Oltre a ciò è prevista la costruzione di grandi impianti dove si giocheranno le partite dell'Europeo. I lavori sono già iniziati e riguardano quattro città. Tuttavia, aldilà degli Europei, la Polonia sta cambiando in fatto di sport. Oggi si presta attenzione allo sport per disabili e quest'anno ospiteremo gli Special Olymics (le olimpiadi per i disabili intellettivi e relazionali, n.d.r.). Prima non si pensava minimamente fosse utile e positiva l'attività sportiva per i disabili".

Qual è l'approccio rispetto allo sport di cittadinanza?
"Esistono delle ong che promuovono lo sportpertutti e anche all'interno del ministero dello sport c'è un dipartimento ad hoc che si occupa di questi temi. Ma anche il Comitato olimpico polacco lavora alla promozione dello sportpertutti".

Come giudica i Mondiali Antirazzisti?
"Iniziative come i Mondiali Antirazzisti sono molto importanti perché aiutano a cambiare la mentalità, la cultura. Lavorare sulla trasmissione dei valori è un processo molto lungo ma è importante e fondamentale puntare sulle nuove generazioni. Provare a plasmarle è di fatto un investimento per un futuro migliore".

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