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Emilia-Romagna

Combattenti per la pace a Casalecchio. Israeliani e palestinesi uniti nella nonviolenza

Ospiti dello spazio Kalakuta, in un affollato dibattito, ex combattenti dei due fronti che cercano una diversa soluzione del conflitto.

di Francesca D'Ercole


BOLOGNA - Il movimento dei "Combattenti per la Pace" è stato creato congiuntamente da palestinesi e israeliani che hanno avuto parte attiva nel ciclo della violenza in un territorio complicato: gli israeliani in qualità di soldati dell'esercito nazionale (IDF) e i palestinesi come parte della lotta violenta per la libertà della Palestina. Nato nel 2005, il movimento persegue l'ideale del dialogo e della riconciliazione tra i popoli attraverso strumenti non violenti, dopo aver per anni usato le armi l'uno contro l'altro. Diversi esponenti del movimento "Combattenti per la Pace" si sono ritrovati a Casalecchio di Reno, nel pomeriggio di sabato 10 luglio all'interno della cornice dei Mondiali Antirazzisti, per un dibattito molto partecipato nello spazio Kalakuta, moderato da Luisa Morgantini, in cui i "combattenti" Liri Mizrachi (Israele) e Ashraf Khader (Palestina) hanno portato il proprio contributo riguardo alla tematica del diritto al ritorno e alla cittadinanza dei rifugiati e dei profughi palestinesi.

"L'inizio della nostra avventura è datato 2005 - spiega Ashraf Khader - e non è stata affatto semplice. È iniziata in una occasione totalmente informale. I primi incontri con i soldati israeliani sono stati scioccanti. Eravamo abituati ad una immagine di loro molto diversa da quella che ci siamo trovati davanti agli occhi quando sono venuti a parlare con noi. In un primo momento eravamo sospettosi e pensavamo che fossero soldati infiltrati all'interno del ‘nostro sistema' e che stessero cercando informazioni particolari. E probabilmente anche loro avevano la stessa percezione per quanto riguarda noi. L'idea comunque è stata quella di proseguire questo ciclo d'incontri nato in maniera completamente spontanea. Lo step successivo prevedeva invece un nuovo invito in un luogo diverso per capire ed aspettare un eventuale ritorno di qualcosa. Di meeting in meeting abbiamo costruito un rapporto di reciproca fiducia e da qui è nata e si è consolidata quella che poi è diventata la nostra missione: combattere insieme per la pace".

"Soprattutto in fase embrionale abbiamo lavorato di nascosto - sottolinea poi Ashraf Khader - ed abbiamo continuato ad incontrarci clandestinamente gettando le basi di questa associazione che voleva prendere piede. Tra le prime decisioni prese dal gruppo c'è stata quella di lavorare in maniera non violenta, riconoscere Gerusalemme come capitale comune e lavorare insieme per combattere l'occupazione territoriale".

"La nostra esperienza continua - evidenzia inoltre Khader - perché lavoriamo sulla consapevolezza sia a livello generale sia come concetto legato alla formazione. Altra azione che portiamo avanti è quella del coinvolgimento diretto delle nostre famiglie ed i nostri amici. Un impegno che necessita di molta energia e molto tempo".

"Quando si è iniziato a parlare di questa realtà nel 2006 - commenta invece l'israeliana Liri Mizrachi - io ero nell'esercito. Oggi questa esperienza ha sfondato le barriere dei corpi armati di entrambe le compagini e spesso accade che un gruppo di soldati israeliani si riunisca facendo un gemellaggio con un gruppo palestinese fino ad avere, in ogni raggruppamento, lo stesso numero di combattenti per la pace. Si tratta di un gemellaggio geografico che congiunge un luogo israeliano e un luogo palestinese. Per il momento vogliamo strategicamente mantenere piccoli gruppi di confronto per rafforzarne la collaborazione. Ma a livello associativo - prosegue Liri - esistono comunque anche gruppi più grandi di coordinamento generale. Rimane comunque molto difficile incontrarsi, perché per oltrepassare i luoghi abbiamo bisogno di permessi specifici".

Al riguardo, mette in evidenza la testimonianza del soldato israeliano: "abbiamo sviluppato una modalità di azione molto particolare per far comprendere la vita sul territorio. Si tratta va di cercare un posto tra gli insediamenti per organizzare una specie di performance teatrale. Avevamo chiamato questo spazio il ‘Teatro dell'oppresso'. Sceglievamo un posto negli insediamenti e si andava in scena: alcuni militari israeliani, devastati dall'esperienza nell'esercito, vestivano i panni dei soldati palestinesi, e i soldati palestinesi vestivano i panni di quelli israeliani, con grande coinvolgimento emotivo della popolazione civile".

"Oggi siamo convinti - Liri Mizrachi - che solo unendo le forze saremo capaci di fermare il ciclo della violenza, lo spargimento di sangue, l'occupazione e l'oppressione del popolo palestinese. Non crediamo più che sia possibile risolvere il conflitto tra i due popoli per mezzo della violenza; per questo abbiamo dichiarato il nostro rifiuto di prendere parte a ogni ulteriore e reciproco spargimento di sangue. Ora le nostre azioni sono nonviolente, così che ciascuna delle due parti arrivi a comprendere le aspirazioni nazionali dell'altra. Vediamo nel dialogo, nella riconciliazione e nelle azioni comuni di disobbedienza civile l'unica via per porre fine all'occupazione israeliana per bloccare il progetto di insediamento e fondare uno stato palestinese con capitale a Gerusalemme Est a fianco dello stato di Israele".

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